La donna che canta

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Un film di Denis Villeneuve. Con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Remy Girard, Abdelghafour Elaaziz.
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Titolo originale Incendies. Drammatico, durata 130 min. - Canada 2010. - Lucky Red uscita venerdì 21 gennaio 2011. MYMONETRO La donna che canta * * * - - valutazione media: 3,35 su 71 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Gli incendi della vita Valutazione 3 stelle su cinque

di John Doe


Feedback: 800 | altri commenti e recensioni di John Doe
giovedì 4 marzo 2021

 “Incendies” o “La Donna che Canta” in italiano (titolo di uno dei capitoli del film in originale) è un film del 2010 diretto dal regista canadese Denis Villeneuve.

 
Un regista poliedrico e dotato, attivo sin dall’inizio del nuovo millennio e che ha saputo spaziare dal thriller d’azione (“Sicario”) al noir poliziesco (“Prisoners”) sino al fantascientifico o distopico (“Blade Runner 2049”, “Arrival” e l’attesissimo remake “Dune”) e persino al drammatico quasi documentaristico o psicologico (“Polytechnique” o “Enemy”). Villeneuve è riuscito nell’arco di circa un ventennio a contribuire in modo intelligente e capace con un guasto estetico e tecnico estremamente riconoscibile alla produzione cinematografica canadese, statunitense ed internazionale. La pellicola “Incendies” forse non rappresenta il punto più alto della filmografia del regista, a mio parere raggiunto con “Polytechnique” e “Prisoners”, ma certamente si configura come un toccante film di guerra ed una pesante critica alla violenza e all’odio sconsiderato dell’essere umano. Il film si apre con l’inquadratura di un paesaggio arido, ma nel quale spiccano alcuni alberi, che si stringe sino al primo piano di un bambino (che poi scopriremo essere il figlio perduto di Nawal ed allo stesso tempo crudele violentatore). A questa prima scena evocativa segue la lettura del testamento della madre da parte di un notaio ai due figli: Jeanne e Simon Marwanne di origine libanesi. Per l’apertura delle loro lettere è necessario che questi trovino il padre ed il fratello, dei quali ignoravano l’esistenza, per consegnargli rispettivamente le loro lettere. Finché le lettere non saranno consegnate e la promessa mantenuta la madre rimarrà senza bara, con le spalle al cielo e senza alcuna lapide o epitaffio. Villeneuve dirige una pellicola densa, difficile da digerire, nella quale emerge il tema del viaggio alla ricerca delle proprie origini e dei propri natali. Mentre la figlia indaga sul passato della madre ci vengono proposti lunghi flashback, crudi e tragici, sulla vita passata di Nawal durante la guerra in Libano. Procedendo con la visione ci rendiamo conto del passato traumatico ed insostenibile che la madre dovette poi lasciarsi alle spalle, ma che la perseguitò per tutta la sua vita. L’opera si identifica come una problema insolvibile (emblematico è il lavoro stesso della figlia ovvero quello della professoressa di matematica), un’enigma per il quale è necessario scavare nel passato e nella memoria. Una sorta di indagine complessa dove il dramma familiare si sovrappone a quello sociale, in un film che condanna aspramente ogni estremismo o fondamentalismo. Un viaggio nel cuore del libano della guerra civile e nelle assurdità delle azioni umane che non trovano alcuna giustificazione o comprensione. La religione diviene un escamotage che maschera l’odio e la tirannia nei quali si muovono due figure femminili: la madre e la figlia. Un mondo distrutto dalla guerra al di fuori ed uno spaccato tragico di una famiglia sofferente dal di dentro, attraverso flashback sulla vita della madre e sequenze ai giorni presenti ci addentriamo sempre più in una realtà distrutta dall’odio degli uomini. La tecnica di Villeneuve non viene meno ed attraverso un montaggio fluido e calcolato ed una fotografia spenta e grigia, grazie alla quale spiccano le scene illuminate dal fuoco e dai bianchi di alcune case, veniamo violentemente trasportati in questo terrificante climax ascendente di emozioni sino allo sconcertante finale. In realtà il ritmo è caratterizzato da momenti dove la tensione è elevatissima ad altri dove viene stemperata da sequenze più placide. Il ritmo riesce abilmente a condurre lo spettatore sino allo straziante finale. La macchina segue le protagoniste (il fratello arriverà solo verso la fine) e con anche brevi piani sequenza ci trasporta nel mondo cupo in cui vivono e nell’operazione intricata di una vita passata da risolvere. Non a caso la pellicola è caratterizzata da capitoli che assumono il nome di luoghi o personaggi fondamentali per la comprensione del passato di Nawal, come dati di un problema matematico che solo verso la fine comprendiamo fino in fondo. La soluzione tuttavia sarà chiara, quanto inattesa e follemente irrealistica, se letta in senso letterale. Un finale che ha qualità allegoriche e che si identifica con la necessaria unione indissolubile tra amore e odio, due realtà dell’essere umano che vivono e coesistono dentro di lui, ma alle quali possiamo riferirci separatamente, interrogandoci sulla moralità delle nostre azioni (le due lettere riferite ad una singola persona nella quale coesistono sia il figlio amato che il sadico torturatore). Gli incendi sono proprio quelli della guerra (emblematica la scena dell’autobus) e dell’aberrante agire umano che trovano risoluzione solo con l’amore che siamo in grado di dimostrare. Spesso intercorrono durante la pellicola scene in acqua, in una piscina, nella quale fanno il bagno i due personaggi femminili, ed è proprio in una scena in acqua che la vicenda trova una sorta di risoluzione. Un film nel quale ricorrono alcuni temi tipici del regista canadese come quello della prigionia, della privazione della libertà e del dramma familiare (“Prisoners”, “Arrival”), quello della ricerca dell’identità e delle proprie origini (“Enemy”,“Blade Runner 2049”) o quello dell’assurdità dell’odio e della violenza (“Polytechnique”, “Sicario”). Musiche melodiche ed anche tipiche del territorio si alternano a momenti di grande silenzio che percorrono indomiti attimi di terrore. A mio avviso una colonna sonora che riesce a coinvolgerci ancora di più nell’intenso dramma vissuto dai protagonisti. Sempre in riferimento alle capacità del regista impossibile non fare riferimento alla sceneggiatura, alla quale ha contribuito anche lo stesso Villeneuve, che non solo plasma una trama ricca di avvenimenti e risvolti inaspettati, ma che modella dialoghi evocativi e poliglotti. Infatti nel film vi è una notevole coerenza storica e culturale e nelle battute tra i personaggi si alternano ben tre lingue: inglese, francese ed arabo. Una pellicola che va oltre la sua stessa forma e che ricerca, nei suoi intenti più puri, un’essenza pressoché universale ed imprescindibile. “Incendies” si colloca come una pietra miliare nella filmografia del regista e come una pellicola cruda ed avvincente che fa una critica intelligente ad una realtà sempre tristemente attuale.

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