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ciro
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venerdì 14 marzo 2008
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lo spirito di frontiera secondo anderson
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Vedere l’ultima opera di Paul Thomas Anderson significa aprire una serratura dopo l’altra, tante sono le chiavi di lettura ed i livelli di interpretazione. Partiamo dalla metafora più evidente: Daniel Planview, ostinato e fortunato cercatore di petrolio, è l’incarnazione perfetta del capitalismo americano: spirito d’iniziativa, ottimismo, perseveranza, egoismo, forza di volontà nel superare ogni sorta di ostacolo. Lo vediamo nascere dal nulla, solo e sperduto nel deserto, ed arrivare al successo, immerso in una villa californiana. Nel mezzo, una vita fatta di scelte coraggiose ed azzardate (l’acquisto di enormi appezzamenti di terreno senza avere la certezza che lì sotto ci sia petrolio), e di gesti al limite del disumano (l’abbandono sul treno del figlio adottivo, rimasto sordo a seguito dell’esplosione di un pozzo petrolifero).
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Vedere l’ultima opera di Paul Thomas Anderson significa aprire una serratura dopo l’altra, tante sono le chiavi di lettura ed i livelli di interpretazione. Partiamo dalla metafora più evidente: Daniel Planview, ostinato e fortunato cercatore di petrolio, è l’incarnazione perfetta del capitalismo americano: spirito d’iniziativa, ottimismo, perseveranza, egoismo, forza di volontà nel superare ogni sorta di ostacolo. Lo vediamo nascere dal nulla, solo e sperduto nel deserto, ed arrivare al successo, immerso in una villa californiana. Nel mezzo, una vita fatta di scelte coraggiose ed azzardate (l’acquisto di enormi appezzamenti di terreno senza avere la certezza che lì sotto ci sia petrolio), e di gesti al limite del disumano (l’abbandono sul treno del figlio adottivo, rimasto sordo a seguito dell’esplosione di un pozzo petrolifero). E poi c’è l’alter-ego di Daniel Planview, il giovane e folle predicatore che si serve dell’ignoranza della gente per affermare sulla comunità un altro tipo di autorità, fondata su un misto di fede e paura. Tra i due si svilupperà un confronto aspro, fatto di accordi ma anche di veri e propri scontri fisici. E non si può non leggere, dietro tale dicotomia, un’altra lampante metafora, quella delle due anime dell’America: capitalismo ed evangelismo, ora in feroce lotta tra loro, ora felicemente a braccetto (leggi: l’attuale amministrazione Bush).
Ridurre però il film alla sola interpretazione in senso metaforico sarebbe ingiusto nei confronti di Paul Thomas Anderson, che si conferma essere, a mio parere, uno dei più potenti narratori cinematografici attualmente in circolazione. Manierismo? Forse, ma mai non fine a se stesso. Autocompiacimento? Sicuramente, ma da parte di chi se lo può permettere.
Il Petroliere sembra così essere un’unica lunga sequenza, tanta è la solidità della messa in scena, durante la quale si toccano vette stilistiche di conturbante bellezza: la scena dell’esplosione del pozzo, in particolare, caratterizzata da una colonna sonora che ne rappresenta quasi la protagonista principale, mette i brividi. E poi il finale... Beh, cosa dire del finale… E' sufficiente l'ultimo qurto d'ora per legittimare l’Oscar dato a Daniel Day-Lewis: un duello shakespeariano tra il capitalista e il predicatore, quest’ultimo pronto a umiliarsi e a urlare “God is supertstition!” pur di scampare al tracollo finanziario del ’29. Volendo tornare alla metafora, un finale che rappresenta al meglio lo smascheramento dell’ipocrisia del radicalismo religioso a fronte dell’arroganza del capitalismo alimentata dal successo. Ma per apprezzare la tragica magnificenza del più bel finale visto al cinema negli ultimi anni bastano i volti e le interpretazioni di Daniel Day-Lewis e Paul Dano, perfetti nei movimenti e nella teatralità dei gesti, protagonisti di una sorta di balletto che acquista ancor più forza nella versione originale in lingua inglese: “I drink you milkshake!” urlato dai Daniel Planview alla volta del predicatore vi risuonerà a lungo nel cervello, statene certi. Così come sarà impossibile non provare un brivido dinanzi al surreale distacco del maggiordomo, che alla vista di un corpo senza vita disteso a terra e con la testa sanguinante, chiede a Planview se tutto va bene.
“I’m finished”, è la sua laconica risposta.
E con lui, forse, l’America.
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[+] i'm finished
(di fanolgepu)
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markerbet
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venerdì 28 marzo 2008
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anime di acciaio
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C’è una parte primitiva nell’essere umano che domina i comportamenti, che disegna la smorfia del volto, che manda il linguaggio al corpo. In questi decenni è costume reprimerla e forse un dovere di civiltà. Taluni personaggi la reprimono per capacità di controllo, altri non riescono e altri ancora non ne hanno il bisogno, perché la natura ci plasma anche nell’indole rendendola più o meno possente. Il film è tutto su di un uomo, su di un essere umano per l’esattezza, e in questo sta tutto il dramma. Una figura a cui per sua disgrazia la natura non ha fatto sconti, lo ha reso schiavo della sua avidità del suo stato di comando o come lui stesso dice. “Sento la competizione dentro di me, non voglio che gli altri riescano”.
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C’è una parte primitiva nell’essere umano che domina i comportamenti, che disegna la smorfia del volto, che manda il linguaggio al corpo. In questi decenni è costume reprimerla e forse un dovere di civiltà. Taluni personaggi la reprimono per capacità di controllo, altri non riescono e altri ancora non ne hanno il bisogno, perché la natura ci plasma anche nell’indole rendendola più o meno possente. Il film è tutto su di un uomo, su di un essere umano per l’esattezza, e in questo sta tutto il dramma. Una figura a cui per sua disgrazia la natura non ha fatto sconti, lo ha reso schiavo della sua avidità del suo stato di comando o come lui stesso dice. “Sento la competizione dentro di me, non voglio che gli altri riescano”. E’ la parte più bella del film, il violento distacco dal figlio adottivo. Solo per un attimo il ragazzo vuole la sua americanissima felicità economica. Viene cacciato. Non è neanche suo figlio. Non è sangue del suo sangue. Non c’è niente di te in me. E’ la forma più spietata di avvilimento della ragione, e lo schiaffo ad ogni futura costruzione del viver civile. Vent’anni di vita in comune non valgono niente. Non c’è un legame di sangue. Quindi, “siamo solo due che ci siamo trovati per strada”. Le luci e le atmosfere sono tristi, cupe ed i paesaggi aridi, desertici, tutti in terribile sintonia con il personaggio. Una specie di automa che non riesce istintivamente ad interiorizzare la sordità del figlio, si scorna tutte le volte contro di essa. Stona forse un finale esagerato, quasi onirico, un incubo. Non c’è una donna in tutto il film, ovviamente non è casuale. Sarebbe stata certamente di troppo e fuori tono in un film tutto negativamente al maschile. Daniel Day Lewis è superbo, incriticabile, sicuramente al momento il più grande attore vivente. Bravissimo anche il predicatore. oooo
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teo
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venerdì 10 ottobre 2008
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trascinante e sconvolgente epopea di frontiera
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Dopo averne fatto un’attenta e scrupolosa visione, “Il petroliere”, statene certi, non è un film che si può rimuovere facilmente. Un’immensa e incontenibile epopea capitalista, un viaggio nei tortuosi e scoscesi meandri della mente umana, un crescendo di emozioni forti, metafore, nevrastenie, materialismi. Con una regia impeccabile, Anderson crea un film che ricorda tanto i romanzi di stampo verista (“La roba”, per esempio, di Giovanni Verga), ma forse in modo ancora più solcato, oscuro, tenebroso, eterno, quasi a dimostrare che la figura di Plainview trova un’incarnazione anche nel presente. La storia è caratterizzata da uno sconvolgente e quanto mai trascinante climax ascendente, fatto di continui ed efficaci riferimenti metaforici.
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Dopo averne fatto un’attenta e scrupolosa visione, “Il petroliere”, statene certi, non è un film che si può rimuovere facilmente. Un’immensa e incontenibile epopea capitalista, un viaggio nei tortuosi e scoscesi meandri della mente umana, un crescendo di emozioni forti, metafore, nevrastenie, materialismi. Con una regia impeccabile, Anderson crea un film che ricorda tanto i romanzi di stampo verista (“La roba”, per esempio, di Giovanni Verga), ma forse in modo ancora più solcato, oscuro, tenebroso, eterno, quasi a dimostrare che la figura di Plainview trova un’incarnazione anche nel presente. La storia è caratterizzata da uno sconvolgente e quanto mai trascinante climax ascendente, fatto di continui ed efficaci riferimenti metaforici.
Plainview non è un uomo, è più che altro una misantropa figura animalesca, feroce, spietata. L’avidità e la bramosia lo hanno portato a essere un uomo che ha la convinzione di bastare a se stesso, prescindendo dagli altri. Per Plainview la ricchezza e il potere sono mezzi per elevarsi al di sopra del genere umano, di cui pessimisticamente ormai non riesce a vedere altro che il male. Tutto ciò lo porta a cercare continuamente ed esasperatamente il modo di prevaricare sugli altri, non riuscendo ad accettare, come dice egli stesso in uno dei rari momenti di auto-introspezione del film, la competizione. E poi c’è Eli Sunday, un giovane cattolico, che, attraverso i suoi insegnamenti, fa nelle sue arringhe un’aspra denuncia dell’avarizia e della corruzione dell’anima, riferendosi chiaramente a Plainview; tuttavia non fa che finire per rivelarsi un “falso profeta”, un’ipocrita che approfitta dell’ignoranza della povera gente per infondere in essa la sua superstizione infervorata, esasperata, febbrile. La lotta ideologica fra i due li porterà ad una spietata rivalità, che, infine, sfocerà drammaticamente nella follia.
Un connubio perfetto di veri e propri virtuosismi interpretativi (a cominciare da quello di Daniel Day-Lewis, profondo e quanto mai ispirato), ambientazioni di frontiera e una musica spasmodica, trascinante, a volte quasi irriverente e fascinosamente disturbante. E, infine, quel nauseante odore di petrolio che pervade ogni singola scena, penetra nelle vene, surclassa l'interiorità dell'uomo, si mescola indissolubilmente con il sangue di chi ha la debolezza di farsi catturare dal suo pericoloso magnetismo.
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giuseppe marino
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venerdì 22 febbraio 2008
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sete di sangue nel sogno americano
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Il Petroliere. There will be spoiler.
Citazioni obbligatorie: i primi 20 minuti senza parole, l’incendio della torre. È un film possente, notevole anche solo per queste scene. Non vado pazzo per Anderson, Magnolia non mi piacque. È capace di una regia solida, ma si lascia andare a troppe variazioni di registro, tende a strafare. Anche Il Petroliere non è perfetto, ma è senza dubbio il suo miglior film. Daniel Day-Lewis è il cattivissimo sovrano della pellicola e qualche volta ruba la scena anche alla terra, al fango e ai morti.
Due sono i principali momenti di rivelazione del personaggio, sottolineati dallo stesso brano di Greenwood (bellissima la colonna sonora che in più occasioni sembra doversi arrestare, e invece si dilunga dando compattezza ed identità ad intere sequenze): nella terra brulla, con una gamba rotta, perduto in un paesaggio deserto, in mente ha solo la follia della ricchezza; nel battesimo del fango, quando pesta il prete e mostra tutto il suo disprezzo per il genere umano (da lì si accentueranno i toni grotteschi).
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Il Petroliere. There will be spoiler.
Citazioni obbligatorie: i primi 20 minuti senza parole, l’incendio della torre. È un film possente, notevole anche solo per queste scene. Non vado pazzo per Anderson, Magnolia non mi piacque. È capace di una regia solida, ma si lascia andare a troppe variazioni di registro, tende a strafare. Anche Il Petroliere non è perfetto, ma è senza dubbio il suo miglior film. Daniel Day-Lewis è il cattivissimo sovrano della pellicola e qualche volta ruba la scena anche alla terra, al fango e ai morti.
Due sono i principali momenti di rivelazione del personaggio, sottolineati dallo stesso brano di Greenwood (bellissima la colonna sonora che in più occasioni sembra doversi arrestare, e invece si dilunga dando compattezza ed identità ad intere sequenze): nella terra brulla, con una gamba rotta, perduto in un paesaggio deserto, in mente ha solo la follia della ricchezza; nel battesimo del fango, quando pesta il prete e mostra tutto il suo disprezzo per il genere umano (da lì si accentueranno i toni grotteschi).
There will be blood parte come un’epopea capitalista, all’inizio si potrebbe leggere la figura come un Kane, pericoloso, cattivo, ma umano. Qualcosa che comunque incute rispetto. Poi, e questa è una cosa buona nel film, l’epopea viene smontata e tutto assume un’altra dimensione: l’uomo rude che si è arricchito col suo sudore e la sua mancanza di scrupoli non è una figura epica e carismatica, viene ridimensionato ad un purissimo schizzato omicida che non ha mai avuto altro interesse che non fosse se stesso. Anche quelle che potevano sembrare azioni ispirate alla difesa del proprio sangue (il figlio, il fratello), sono in realtà reazioni violente a presunte offese alla propria persona, che è Daniel stesso a creare per i suoi sfoghi . L’unico sangue che interessa Daniel, come spesso afferma, è il petrolio.
C’è da credere che il film mostri non una parabola discendente del protagonista, ma semplicemente diluisca gli indizi per la giusta interpretazione dello stesso. Di fatto il suo rapporto con il mondo, e viceversa, non cambia. Quando nell’ultima scena il maggiordomo lo scopre ad omicidio compiuto, sostanzialmente non fa una piega. E proprio nell’ultimo assassinio si mostra il definitivo distacco dal genere umano: Daniel non è altro che la scimmia kubrickiana dallo sguardo spiritato che frolla tapiri con una clava. Tutto ciò, proprio in virtù di una costruzione iniziale di diverso registro, configura una critica demitizzata, grottesca e realistica, del sogno americano (occidentale, o mondiale), ridotto a pura sete di sangue.
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giulia
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lunedì 18 febbraio 2008
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il dramma del potere saggiamente interpretato
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Due grandi ritorni.Due titani si fronteggiano in una stupenda e vibrante pellicola.Paul Thomas Anderson fornisce un'attenta regia e una suggestiva scenografia,Daniel Day Lewis si cala in un'intensa e iperbolica interpretazione,già fruttuosa di un golden globe e di una nomination all'Oscar.Il film è in corsa con ben otto meritatissime nominations,tra le quali campeggia anche "miglior film" e "migliore regia".Queste le premesse che fanno solo da sfondo ad una storia penetrante, tratta dal romanzo "Oil" e stupendamente realizzata in pellicola da Paul Thomas Anderson.La storia di Daniel(interpretato da Daniel Day Lewis)tra continue trivellazioni alla ricerca dell'oro nero,fino alla sua totale conquista,è un viaggio nell'animo di un uomo,il cui cinismo e misantropia progrediscono parallelamente alla scoperta di pozzi neri e profondi dai quali risucchiare preziosissimo petrolio.
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Due grandi ritorni.Due titani si fronteggiano in una stupenda e vibrante pellicola.Paul Thomas Anderson fornisce un'attenta regia e una suggestiva scenografia,Daniel Day Lewis si cala in un'intensa e iperbolica interpretazione,già fruttuosa di un golden globe e di una nomination all'Oscar.Il film è in corsa con ben otto meritatissime nominations,tra le quali campeggia anche "miglior film" e "migliore regia".Queste le premesse che fanno solo da sfondo ad una storia penetrante, tratta dal romanzo "Oil" e stupendamente realizzata in pellicola da Paul Thomas Anderson.La storia di Daniel(interpretato da Daniel Day Lewis)tra continue trivellazioni alla ricerca dell'oro nero,fino alla sua totale conquista,è un viaggio nell'animo di un uomo,il cui cinismo e misantropia progrediscono parallelamente alla scoperta di pozzi neri e profondi dai quali risucchiare preziosissimo petrolio.Accecato dalla sete del potere e del petrolio,Daniel ci conduce in un lento ed inesorabile viaggio,alla scoperta della sua anima,che lentamente si spoglia,fino a mostrarsi crudemente nuda.Da plauso è anche l'interpretazione di Paul Dano,nelle vesti di un fervido e fazioso predicatore,motivo di accesi scontri con Daniel,in un toccante dibattito sul moralismo e la religione.Infine la scenografia.Sapientemente studiata nei contrasti dei corpi spesso ricoperti di bitume immersi nello sfondo di un'arida California di fine 800'.Tutto è al suo posto,nel momento giusto."Il petroliere" è un'occasione unica per assistere ad uno spettacolo sull'ascesa dell'uomo-potere ed alla sua discesa nel più nero dei pozzi dell'avidità.
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macs t
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mercoledì 11 marzo 2009
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un cuore d'oro nero
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non so che dire.... ho sempre ammirato anderson, ma senza andare oltre alla stima che ripongo nella sua perizia tecnica, e in una certa astuzia che riescono a far dire alla maggior parte degli spettatori "questo è un autore". mi è abbastanza piaciuto boogie nights per i suoi echi altmaniani modernizzati, ubriaco d'amore e sidney erano discreti, mentre magnolia l'ho trovato un po' tronfio e gonfio d'ambizioni. ma there will be blood.... un'altra cosa, davvero. come si suol dire, il regista è cresciuto, ci presenta una sorta di moby dick abitato da un protagonista enorme che, cullato dalle inquietanti melodie di jonny greenwood, viene lentamente isolato e dannato dalla sua nera ossessione. semplicemente stupendo, uno dei migliori film americani degli ultimi anni, mi ha fatto venire il mal di pancia da quanto è bello! ovviamente può non piacere, anderson è un regista alquanto eccessivo, ed emana quella consapevolezza della propria bravura un po' come quelle fighe che sanno di esserlo.
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non so che dire.... ho sempre ammirato anderson, ma senza andare oltre alla stima che ripongo nella sua perizia tecnica, e in una certa astuzia che riescono a far dire alla maggior parte degli spettatori "questo è un autore". mi è abbastanza piaciuto boogie nights per i suoi echi altmaniani modernizzati, ubriaco d'amore e sidney erano discreti, mentre magnolia l'ho trovato un po' tronfio e gonfio d'ambizioni. ma there will be blood.... un'altra cosa, davvero. come si suol dire, il regista è cresciuto, ci presenta una sorta di moby dick abitato da un protagonista enorme che, cullato dalle inquietanti melodie di jonny greenwood, viene lentamente isolato e dannato dalla sua nera ossessione. semplicemente stupendo, uno dei migliori film americani degli ultimi anni, mi ha fatto venire il mal di pancia da quanto è bello! ovviamente può non piacere, anderson è un regista alquanto eccessivo, ed emana quella consapevolezza della propria bravura un po' come quelle fighe che sanno di esserlo. a differenza di tarantino però, altro auto-adorante, con la sua opera anderson sta cercando di scendere nel profondo, e si può dire che il petroliere lo abbia aiutato. per quanto mi riguarda, considero questo film il suo capolavoro, temo ineguagliabile.
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edwood87
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giovedì 18 novembre 2010
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il sangue della terra: avere o non avere!
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Si comincia dal basso: riprese scure, affaticamento, ferite e se l'inizio del film ci propone subito delle difficoltà evidentemente ci sta dicendo che qualcosa continuerà ad andare storto. E' questo l'incipit che lancia "Il petroliere" impersonificato da Daniel Day Lewis (vincitore del premio oscar 2007 come miglior attore protagonista). Non è un film che mostra l'ascesa al potere di un uomo che finirà poi con l'autodistruzione (come abbiamo già visto innumerevoli volte nella storia del cinema, vedi Quarto potere, Scarface), piuttosto esso ci presenta la sfida più grande che possa esistere: quella col "proprio" Dio.
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Si comincia dal basso: riprese scure, affaticamento, ferite e se l'inizio del film ci propone subito delle difficoltà evidentemente ci sta dicendo che qualcosa continuerà ad andare storto. E' questo l'incipit che lancia "Il petroliere" impersonificato da Daniel Day Lewis (vincitore del premio oscar 2007 come miglior attore protagonista). Non è un film che mostra l'ascesa al potere di un uomo che finirà poi con l'autodistruzione (come abbiamo già visto innumerevoli volte nella storia del cinema, vedi Quarto potere, Scarface), piuttosto esso ci presenta la sfida più grande che possa esistere: quella col "proprio" Dio. Il nostro petroliere viene mostrato come un uomo capace di rinnegare tutto e tutti, salvo se stesso. Daniel Palinview (Daniel Day Lewis) porta con se suo "figlio" che per gran parte del film sarà il suo piccolo socio, l'unica persona che apparentemente sembra sopportarlo. La sfida del nostro petroliere comincia quando a fare le veci del Signore è un ragazzo (definito nel corso del film come il profeta) che si presenta da lui con una proposta: quella di comprare una terra per poi ricavarne del petrolio che potrebbe far arricchire entrambi. In questo limbo californiano pieno di anime perse che scacciano il diavolo con le loro mani fuori dalla loro chiesa, Daniel comincia la trivellazione rifiutando la proposta della benedizione di Dio da parte del giovane profeta, secondo il quale tutti i guai accaduti durante la lavorazione (morte di un giovane operaio, incendio) risalgono a questo episodio. Il protagonista a tratti sembra ricordare la figura di Mazzarò troppo legato alla sua roba distaccandosi dai valori e dalle persone che conterebbero di più per l'"uomo comune". Epica la scena del battesimo dove Daniel Day Lewis mostra l'impersonificazione del personaggio alla perfezione, rinnegando se stesso solo per i suoi secondi fini. Paul Thomas Anderson ci regala un capolavoro che eguaglia il suo Magnolia, donandoci anche frasi cult come "io guardo le persone e non ci trovo niente di attraente, io vedo il peggio delle persone", forse proprio questa frase racchiude ciò che l'autore ha provato leggendo il romanzo dal quale è tratto il film riuscendo a farne di questo pensiero un opera che tratta la proporzione oro/sangue con estrema durezza e serietà. Qui non c'è Shakespeare, nessun "essere o non essere", qui piuttosto si tratta di "avere o non avere" e per quanto mi riguarda: Anderson, noi ABBIAMO bisogno del tuo cinema!
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giunilisbon
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mercoledì 5 marzo 2008
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una storia americana
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Avevamo lasciato Anderson alle prese con la rabbia psico attitudinale di Adam Sandler in Ubriaco D'amore. Era il 2002 e la commedia originale e cinefila, successiva al più impegnato, ma non privo di ironia, Magnolia, aveva sorpreso tutti regalando una consacrazione anche al suo interprete. Cinque anni dopo i fan di questo giovane regista vengono spiazzati in maniera totale dalla maturazione e dal mutamento delle tematiche del suo ultimo lavoro. Consacrato dalla critica ancora prima che dal pubblico, ingnorato agli oscar (che come prevedibile hanno premiato il più commerciale film dei fratelli Cohen), il Petroliere ha spaccato la critica e il pubblico. Capolavoro o passaggio a vuoto per un regista più adatto alla satira di costume? Partiamo da un dato oggettivo: tecnicamente questo film regala un Anderson perfetto, che narra una fabula legata all'ascesa sociale di un uomo e alla sua autodistruzione personale, in maniera originale e assolutamente elitaria in campo cinematografico.
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Avevamo lasciato Anderson alle prese con la rabbia psico attitudinale di Adam Sandler in Ubriaco D'amore. Era il 2002 e la commedia originale e cinefila, successiva al più impegnato, ma non privo di ironia, Magnolia, aveva sorpreso tutti regalando una consacrazione anche al suo interprete. Cinque anni dopo i fan di questo giovane regista vengono spiazzati in maniera totale dalla maturazione e dal mutamento delle tematiche del suo ultimo lavoro. Consacrato dalla critica ancora prima che dal pubblico, ingnorato agli oscar (che come prevedibile hanno premiato il più commerciale film dei fratelli Cohen), il Petroliere ha spaccato la critica e il pubblico. Capolavoro o passaggio a vuoto per un regista più adatto alla satira di costume? Partiamo da un dato oggettivo: tecnicamente questo film regala un Anderson perfetto, che narra una fabula legata all'ascesa sociale di un uomo e alla sua autodistruzione personale, in maniera originale e assolutamente elitaria in campo cinematografico. E' incredibile come nel film i silenzi iniziali si compenetrino con le scene climax e assumano la medesima importanza. Il regista sembra quasi volere lanciare con i primi 20 minuti di film un monito allo spettatore: la pazienza sarà necessaria in un film che dice più con le espressioni del perfetto Daniel Day Lewis che con le parole vuote del giovanissimo Paul Dano, anch'egli perfetto nel ruolo del logorroico e coltivatore di isterismi religiosi. Il cuore di tenebra del petrolio non viene psicoanalizzato con la macchina da presa come in Magnolia, ma rimane in silienzio, agisce in una maniera che sembra portare lo spettatore ad una conoscenza del personaggio legata soprattutto alla sua cecità di fronte ad altre cose che non siano la sua ascesa alla ricchezza, eppure il film nell'ultima parte regala il tocco in più, la staticità lascia il posto alla frenesia: raggiunto il suo scopo il vero io del protagonista esce fuori, gli avvenimenti sono tutti legati ad un filo unico, il sangue del protagonista è sempre e solo stato petrolio, non c'è altro spazio per niente se non la commiserazione per chi crede in qualcosa, deriso e fisicamente eliminato da un nichilismo violento. Il sottotesto di questo film sembra in parte richiamare anche alla storia recente degli stati uniti, che proprio per l'oro nero si sono macchiati di varie nefandezze. Un artista come Anderson di certo non ha dimenticato questo dettaglio. Religione traviata, avidità e bugie, sono i mali del protagonista, ma anche quelli di una realtà che si vive nel quotidiano. In conclusione il Petroliere rappresenta una vera e propria maturazione, un passo in avanti che dimostra come questo regista sia in grado di compararsi anche con un genere difficile come quello drammatico. Questo film non deve essere menzionato come il nuovo Gigante, ma sicuramente altresì merita un posto d'onore nel panorama del cinema degli ultimi anni.
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[+] ottima critica, ma...
(di pisto)
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(di giunilisbon)
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[+] secondo me...
(di mikispin95)
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mar 1973
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venerdì 29 febbraio 2008
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epico e "fisico"
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"There will be blood", cioè Ci sarà sangue. E il sangue (meglio non rivelare come) c'è. Sorretto da una fotografia eccezionale che trova nella scena dell'incendio del pozzo il suo apice, e con i 20' iniziali assolutamente straordinari (ancorché privi di parole) il film di Anderson si pone sulla scia di quei grandi epici film americani come "Il selvaggio", raccontando parallelamente la storia di un uomo, della sua avidità e sete di denaro e quella del passaggio all'economia capitalistica.
Classico nello stile ma personale nel taglio registico, alternando paesaggi maestosi alla Malick e primissimi piani del protagonista, "Il petroliere" è soprattutto un film fisico. Film di corpi, di sangue, di petrolio che si attacca alla pelle che sembra di sentirlo, ed è anche la storia di una guerra.
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"There will be blood", cioè Ci sarà sangue. E il sangue (meglio non rivelare come) c'è. Sorretto da una fotografia eccezionale che trova nella scena dell'incendio del pozzo il suo apice, e con i 20' iniziali assolutamente straordinari (ancorché privi di parole) il film di Anderson si pone sulla scia di quei grandi epici film americani come "Il selvaggio", raccontando parallelamente la storia di un uomo, della sua avidità e sete di denaro e quella del passaggio all'economia capitalistica.
Classico nello stile ma personale nel taglio registico, alternando paesaggi maestosi alla Malick e primissimi piani del protagonista, "Il petroliere" è soprattutto un film fisico. Film di corpi, di sangue, di petrolio che si attacca alla pelle che sembra di sentirlo, ed è anche la storia di una guerra. Quella tra il protagonista e il viscido predicatore che si concluderà forse, a ben vedere, nell'unico modo possibile.
Non è un film perfetto, forse nella seconda parte vi sono alcune lungaggini di troppo e probabilmente mette troppi argomenti sul tavolo che rimangono privi di approfondimento, nonostante i 160' di durata (il rapporto col "figlio" o le figure dei collaboratori)ma è un film da vedere. Detto questo vi è da aggiungere, che "Il petroliere" non sarebbe quell'ottimo film che è, probabilmente, senza la titanica interpretazione di Daniel Day-Lewis -Oscar strameritato, ed è anche poco- superbo, magnifico nel rendere un personaggio che fa dell'avidità e dell'odio verso gli altri un suo stile di vita.
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marco michielis
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sabato 19 febbraio 2011
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un incipit di grandissimo spessore
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Ho letto ottime recensioni a proposito di questo film e non sento di voler aggiungere altro a proposito dell'analisi della trama e dei suoi significati. Concentrerei invece la mia attenzione sulle prime due scene del film, che di certo non hanno lasciato indifferenti i veri cinefili. Al di là della regia salda e sicura, questo inizio contiene anche numerosi e dotti riferimenti ad un altro film, un film che ha fatto la storia del cinema. Un film che è il cinema. Sto parlando del monumentale 2001 Odissea nello spazio di Kubrick.
Il paragone giunge spontaneo e immediato. Il film si apre mostrandoci uno schermo nero con in sottofondo la bellissima colonna sonora di Jonny Greenwood.
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Ho letto ottime recensioni a proposito di questo film e non sento di voler aggiungere altro a proposito dell'analisi della trama e dei suoi significati. Concentrerei invece la mia attenzione sulle prime due scene del film, che di certo non hanno lasciato indifferenti i veri cinefili. Al di là della regia salda e sicura, questo inizio contiene anche numerosi e dotti riferimenti ad un altro film, un film che ha fatto la storia del cinema. Un film che è il cinema. Sto parlando del monumentale 2001 Odissea nello spazio di Kubrick.
Il paragone giunge spontaneo e immediato. Il film si apre mostrandoci uno schermo nero con in sottofondo la bellissima colonna sonora di Jonny Greenwood. Non può non ricordarci qualcosa. Sebbene la famossisima scena di Kubrick duri molto di più rispetto a quella di Anderson, la musica tende ad elevare progressivamente il suo tono, come del resto fa anche "Così parlò Zarathustra” di Strauss, con l'unica differenza che quest'ultima concluderà il proprio percorso innalzandosi gloriosa e trionfalistica sull'inquadratura dei diversi pianeti. Ma è nella seconda scena di 2001 che possiamo trovare le similitudini più evidenti. La ripresa delle colline nel Petroliere richiama in modo piuttosto evidente le lande desolate della terra preistorica di 2001. E il silenzio che avvolge questi due incipit ha sempre qualcosa ha che fare con la scoperta, con il progresso, con l'alba per l'appunto. In 2001 l'evoluzione delle scimmie è dovuta all'intervento del misterioso monolito, il quale conferisce una nuova forza agli ominidi che lo toccano solamente, dopo essersi svegliati ed averlo trovato fuori dalla loro tana. Anche il Petroliere ha il suo monolito: è il petrolio. Anch'esso infatti appare all'improvviso, fuoriuscendo copioso dalla terra. Il colore nero che ritorna in entrambi i film è un altro particolare non di poco conto, che contribuisce ad aumentare in modo sensibile la cupezza della scena, aiutato anche dalle colonne sonore conturbanti e minacciose di Ligeti e Greenwood. Intorno al monolito aleggerà una sensazione di mistero per tutta la durata di 2001, mentre il petrolio assumerà connotati minacciosi, in quanto profondamente legato all'avidità e agli omicidi che Daniel commetterà in nome di essa. Proseguendo il confronto tra le due scene, si può notare come il progressivo avvicinarsi delle scimmie al monolito, dopo che esse si sono rese conto che non può far loro del male, sia ripreso da Anderson nel suo film: i cercatori, una volta trovato il petrolio, cominciano ad estrarlo con grande foga e passione, immersi in esso dalla cintola in giù. Il bambino, in seguito protagonista, verrà addirittura idealmente marchiato con una goccia di oro nero.
A proposito del bambino io avrei elaborato una teoria che spero vi possa interessare, anche se, ribadisco, è una mia opinione personale, che non ha nulla a che fare con gli aspetti evidenziati in precedenza, i quali sono assolutamente verosimili e attendibili.
Tutti sanno che 2001 si chiude con la celeberrima apparizione dello Starchild, il feto astrale, che, secondo molti, rappresenterebbe un nuovo gradino nella scala dell'evoluzione umana. Ebbene io vedo nel bambino del Petroliere una riproposizione, o perlomeno un riferimento, a questa scena del film del grande Stanley. O meglio al suo cinema in generale. Infatti è opinione consolidata che il feroce sguardo con cui ci aggredisce Alex all'inizio di Arancia meccanica sia direttamente collegato con lo sguardo inespressivo e quasi eterno che ci rivolge lo Starchild. Sembra quasi che Kubrick ci dica: ecco, guardate cosa è diventato quel pargolo innocente ed incontaminato (non ci dimentichiamo infatti che Arancia meccanica è ambientato in un ipotetico futuro). E, come lo Starchild, il figlio adottato del Petroliere ha perso il proprio padre (Dave Bowman può essere considerato tale in 2001, nonostante sia lui stesso che si trasformi), ha attraversato un nuovo mondo, ne ha conosciuto gli orrori, i vizi e le disillusioni, ed è diventato sordo, subendo una trasformazione che, facendogli capire che tipo di persona sia in realtà suo padre, lo aiuterà a non diventare come lui, cioè un malvagio, che qui inoltre interpreta la parte del protagonista. Come Alex. Con una guida, monolite o petrolio che sia, che ci fissa, insensibile alle nostre sofferenze di uomini.
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