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Rassegna stampa di Sam Peckinpah

Sam Peckinpah è un attore statunitense, regista, sceneggiatore, è nato il 21 febbraio 1925 a Fresno, California (USA) ed è morto il 28 dicembre 1984 all'età di 59 anni ad Inglewood, California (USA).

REDAZIONE MYMOVIES
MYmovies.it

Con Pat Garrett e Billy the Kid, David Samuel Peckinpah alla soglia dei cinquant'anni si produce nel suo ultimo western. Ha già alle spalle molti film intelligenti e spettacolari - su tutti, i grandì successi del Mucchio selvaggio (1969) e di Getaway! (1972) -, ma non è uomo da vivere di rendita sui riconoscimenti artistici, né tantomeno da mettersi in pace con il prossimo e con sé stesso. Tra 1973 e 1974, preparando il truculento ed eccentrico Voglio la testa di Garcia, quasi riesce ad ammazzarsi di alcool e droghe. Nel 1977 si sposta sul fronte orientale della Seconda guerra mondiale per un nuovo memorabile bagno di sangue, La croce di ferro. Tra i pur buoni risultati di Convoy - Trincea d'asfalto (1978) e dell'ultimo Osterman Weekend (1983), le sue condizioni psicofisiche peggiorano irreparabilmente. Muore d'infarto nel 1984, le sue ceneri vengono sparse al vento sull'oceano Pacifico.

EMANUELA MARTINI
Film TV

Un gruppo di gringos, con la divisa dell’esercito americano, entra a cavallo in un villaggio. Dei bambini giocano nella polvere: intenti, con gli occhi che ridono, osservano due scorpioni divorati dalle formiche ( più tardi, daranno fuoco al mucchietto brulicante; e ancora più tardi altri bambini inseguiranno festosi il corpo a brandelli di un giovane messicano trascinato da un’auto). La Lega della Temperanza ascolta le invettive del suo predicatore, prima di avviarsi in corteo sulla strada intonando Shall we ‚gather at the river. Il gruppo avanza, scende da cavallo, aiuta galante una vecchietta carica di pacchi, entra nella banca del paese. Acquattati sul tetto dell’edificio di fronte, armi in pugno, altri uomini spiano, straccioni, nevrotici, un paio di funzionari, un pistolero silenzioso. Nella banca, i “soldati” spianano i fucili: sono rapinatori. E il Mucchio. Fine dei titoli di testa, il cui scorrere ha congelato i volti dei protagonisti nel pieno dell’azione. Azione che riprende immediatamente, in uno degli incipit più celebri della storia del cinema, quasi 20 minuti di sconvolgente purezza cinematografica, di ritmo, “matematica” ‚ passione, rigore. Rapina e agguato, sparatoria e massacro, di civili, banditi, bounty killers, sangue, sguardi che s’intrecciano, morte al ralenti, fuga. Tutto quello che volete sapere di John Woo e del cinema di Hong Kong, l’onore, l’amicizia, il tradimento, lo spaesamento, ma anche l’anello mancante tra John Ford e Clint Eastwood, andate a cercarlo nel più grande regista classico della Hollywood morente, Sam Peckinpah, anarchico, pazzo, individualista, libertario, prepotente, uno che sul mito piangeva cocenti lacrime di sangue, che detestava la morte asettica dei cinema e della Tv e che per questo la rese feroce, sanguigna e dolorosa (e fu accusato dagli imbecilli di esaltare la violenza). E nel suo capolavoro: Il mucchio selvaggio 1969 uno dei western più belli del mondo, La corazzata Potomkin del cinema contemporaneo. Non è un eufemismo. Peckinpah ha fatto per il montaggio moderno quello che Ejzenstejn fece per quello classico, lo ha spappolato, immobilizzando volti, gesti, sorprese («Puta!» dice Angel alla sua donna che bacia Mapache, e il mondo, il Mucchio e la pellicola ancora una volta - non la prima, non l’ultima - si fermano sbigottiti), per poi ripartire, in sintonia con i nervi scoperti di personaggi e spettatori, verso voragini esplosive. Ma non è solo una questione di montaggio, di ralenti, di tempi e parole della narrazione (queste ultime ridotte all’osso), di pause e silenzi (il maestro del cinema “deflagrato” sa anche concedere lunghi momenti di quiete ai suoi protagonisti e a se stesso e a noi la commozione della partenza dal villaggio messicano - tre minuti e mezzo di “addio alla vita” ai canto della Golondrina - e la tensione risolutoria della lunga “passeggiata” che precede il finale). Il mucchio selvaggio è il ritratto di un mondo che muore, che è già morto, e che lo sa. Quattro avanzi di galera, ladri, assassini, spietati, che mollano tutto e marciano contro duecento venduti messicani armati fino ai denti per recuperare un compagno morente. «Chi Io farebbe davvero? Ritornare e sacrificarsi. Chiunque abbia scritto western, almeno una volta ha scritto questa storia, che però non funziona mai. Bene», disse Peckinpah «cerchiamo di farla funzionare». E funzionò. Senza idealismo. Senza retorica. Perché? Perché si fa così. Lo dicono la pancia e il cuore. «Let’s go!» «Why not?»: è lo scambio di battute più frequente dei film (almeno tre volte, compreso lo showdown definitivo ad Agua Verde). Perché nel momento in cui una realtà squallida ti ha sconfitto, in cui hai più vita dietro che davanti e fai fatica nel salire a cavallo, ti resta solo il sollievo di guardare negli occhi le cinque persone che la pensano come te e, nell’attimo immobile e paradossale che precede la carneficina, poterti mettere a ridere. Peckinpah non parlava solo dei West e dei suoi gringos, del Messico e dei suoi sconfitti, ma dell’America e dei suo Sogno, di oggi, di noi.

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