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Ultimo aggiornamento martedì 23 giugno 2026
Prodotto e diretto da George Clooney (insieme a Grant Heslov), la serie racconta le azioni degli agenti di sicurezza Bureau of Legends.
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CONSIGLIATO N.D.
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Martian è un agente segreto costretto a lasciare la sua vita sotto copertura e tornare alla base a Londra. Quando l'amore che si è lasciato alle spalle riappare, il sentimento mai sopito si riaccende. La sua carriera, la sua vera identità e la sua missione si contrappongono al suo cuore, gettando entrambi in un gioco mortale di intrighi internazionali e spionaggio.
Uno spionaggio da scrivania sorretto da un ottimo cast
Recensione
di Gabriele Prosperi
Martian (Michael Fassbender), ormai doppiogiochista al soldo dell'MI6, si piega ai ricatti di Jim Richardson (Hugh Bonneville) in cambio della liberazione di Sami (Jodie Turner-Smith), prigioniera politica in Sudan. Mentre la stazione londinese della CIA dà la caccia a Viking (Clayne Crawford), mercenario a capo della corporation Valhalla, Danny (Saura Lightfoot-Leon) si infiltra in Iran fingendosi la compagna di un funzionario, e Owen (John Magaro) costruisce un'altra relazione di copertura sul campo. Henry (Jeffrey Wright) e Naomi (Katherine Waterston) iniziano a fiutare la presenza di una talpa nei propri corridoi.
Nella recensione della prima stagione avevamo individuato il cuore di The Agency in un paradosso: la sua azione non risiedeva nelle sparatorie ma nel lavoro di "epurazione" dell'emotività, nel protocollo che chiede all'agente di amputare sé stesso fino a rendere ogni residuo affettivo una crepa nell'armatura.
La seconda stagione prende quella premessa e la rovescia con una mossa che ne è insieme l'estensione logica e lo scarto più interessante: il sentimento non è più soltanto la vulnerabilità privata da sopprimere, ma una risorsa da fabbricare e da impiegare come strumento operativo. Le due linee narrative portanti - da un lato Danny, che recita l'innamoramento davanti a un potente iraniano, e dall'altro Owen, che si inventa un legame per avvicinarsi al proprio bersaglio - mettono in scena l'affetto simulato come tecnica di mestiere, e nel farlo raddoppiano, sul piano emotivo, la stessa struttura del doppio gioco che governa l'intera vicenda di Martian. Ciò che nella prima stagione era una tara da nascondere diventa qui merce, una vera e propria valuta di scambio: la CIA non chiede più ai suoi uomini di smettere di sentire, ma di sapere quando e come fingere di farlo.
È un'idea che la serie persegue con coerenza fino al finale, dove l'arco di Martian si chiude su una circolarità quasi crudele, liberatosi dal guinzaglio dell'MI6 solo per finire in un altro, ancora più stretto. Il movimento conferma che The Agency legge la lealtà come una trappola permanente, in cui ogni vincolo affettivo è già, in potenza, una catena nelle mani di qualcun altro. Non a caso l'episodio conclusivo monta gli ultimi passi del protagonista intrecciandoli ai colloqui che la dottoressa Blake (Harriet Sansom Harris) conduce con chi gli è stato vicino, una sorta di autopsia anticipata che trasforma il thriller in elegia.
Questa generalizzazione del tema ha però un prezzo, ed è il prezzo che la stagione paga proprio in termini di estetica. La forza di The Agency stava nella compressione introspettiva su una psiche sola; moltiplicando gli archi su una dozzina di figure e su quattro teatri geografici (Ucraina, Iran, Repubblica Centrafricana, Londra) la serie scambia la profondità con l'ampiezza, e nella seconda parte la trama si ingorga, costringendo i personaggi a riepilogare ad alta voce ciò che lo spettatore ha già afferrato. L'antagonista Viking, e con lui l'intera mitologia del Valhalla, restano solo abbozzati: vittime di una scrittura che, dovendo tenere insieme troppi punti di vista, finisce per non concederne pienamente nessuno, il tutto accentuato dalla scelta del rilascio integrale dei dieci episodi.
Sul versante propriamente registico, l'assenza di Joe Wright alla macchina da presa - ridotto al ruolo di produttore esecutivo accanto a Clooney e Grant Heslov - solleva la questione di cosa resti di quel dualismo cromatico che avevamo nella prima stagione. La regia frammentata fra Neil Burger, lo stesso Heslov e Zetna Fuentes non insegue più il contrasto fra una Londra glaciale e i ricordi caldi del passato, ma punta sulla leggibilità: ogni capitale ha la propria grana, la propria luce, così che lo spettatore non si perda mai nel passaggio da un fronte all'altro. È una soluzione efficiente più che espressiva, e si avverte la mancanza di una mano unica capace di tradurre il conflitto interiore in immagine.
A reggere l'impianto è, ancora una volta, il cast. Fassbender continua a costruire Martian per sottrazione, affidando quasi tutto alla mascella serrata e allo sguardo, e ben si abbina alla limitata presenza di Turner-Smith. Ma è nella fascia degli interpreti che altrove sarebbero protagonisti che la stagione trova la sua eccellenza: da Magaro a Wright, quest'ultimo controbilanciato dal disincantato Richard Gere, è attraverso questo impianto corale che The Agency conferma di voler abitare il versante adulto e dialogico del genere. Una prospettiva più vicina, per ambizione, allo spionaggio da scrivania che all'azione, e che ben regge anche in questa seconda stagione, malgrado l'allargamento del campo ne disperda un poco l'intensità che l'aveva resa una piacevole eccezione.
Un ottimo esempio di spy story, dall'approccio molto introspettivo e dal cast grandioso
Recensione
di Gabriele Prosperi
Beni Martian (Michael Fassbender), un agente della CIA richiamato a Londra dopo sei anni sotto copertura in Etiopia, è costretto a interrompere bruscamente ogni legame con Sami (Jodie Turner-Smith). Sotto la supervisione di Naomi (Katherine Waterston), Martian deve affrontare la sorveglianza costante e il sospetto crescente dei superiori, il direttore Bosko (Richard Gere) e il vice Henry (Jeffrey Wright), mentre indagano sulla scomparsa di un agente sotto copertura in Bielorussia, nome in codice Coyote. Intanto, Martian addestra la giovane recluta Danny (Saura Lightfoot-Leon) per una missione in Iran. Tra segreti, tradimenti e scelte morali difficili, Martian si trova intrappolato in un gioco di lealtà dove nulla è come sembra.
L'adattamento americano di una delle serie francesi di maggior successo negli ultimi anni, Le Bureau des Légendes (Éric Rochant, 2015-2020), è un ottimo esempio di spy story che si distingue per un approccio molto introspettivo.
È spudoratamente la brutta copia della serie francese The Bureau.Hanno copiato tutto dalle storie ai dialoghi. Per ora cambia solo il luogo di ambientazione. Per chi ha visto tutta la serie The Bureau che invece risulta appassionante,avvincente e molto istruttiva questo remake al momento appare deludente.