| Anno | 2022 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 80 minuti |
| Regia di | Elisa Fuksas |
| Attori | Ornella Vanoni, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, Paolo Fresu, Elisa Fuksas . |
| Uscita | giovedì 24 febbraio 2022 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,29 su 12 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 21 febbraio 2022
Un ritratto, un omaggio ma soprattutto la ricerca del modo giusto di raccontare Ornella Vanoni. In Italia al Box Office Senza fine ha incassato 42,9 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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La scrittrice e regista Elisa Fuksas aspetta in un autogrill Ornella Vanoni, per girare un film di cui lei sarà protagonista. Il set è l'elegante l'Health Clinic & Grand Hotel di Castrocaro (Forlì-Cesena), struttura termale inaugurata alla fine degli anni '30, oggi spa e albergo a cinque stelle. Qui la cantante è accolta anche da un medico, a cui riferisce delle sue abitudini di vita, da dietro un vetro opaco. Tra un centrifugato di frutta, un bagno in piscina, una lezione di postura e un'indicazione di scena, un po' si confida, molto spesso accenna canzoni, riceve la visita degli amici Paolo Fresu, Vinicio Capossela e Samuele Bersani. Intanto, regista e troupe, per lo più, rispettano e aspettano i suoi tempi, con ovvie conseguenze sul piano di produzione.
Scritto da Elisa Fuksas e Monica Rametta, così come il precedente e più personale iSola> (2020), Senza fine è prima di tutto una manifestazione d'audacia: tentare di incorniciare in un film una carriera multiforme e colossale e una personalità esuberante come Ornella Vanoni richiede una certa spavalderia. Anche qualcosa di più, se si viene da fuori Milano.
Ma Fuksas non teme di mettersi in campo dall'inizio, da sola e a fianco al suo oggetto di ricerca: nella sua stanza, provvista di vasca sinuosa a un passo dal letto, ai vari tavoli dell'albergo, tra terrazze e ricercati angoli déco, in passeggiata nel parco, immersa in una piscina d'acqua verde.
Mentre raccoglie confidenze, come un'amica giovane, acquisita di recente, parimenti anticonvenzionale, inanella dettagli, l'occhio per l'inquadratura non manca. La chiave per avvicinare la creatura quasi mitologica che è "la Vanoni" - che in "Toy Boy" modula "È tardi, tardi, tardi / per me sirena tra la gente" e che ha come sorella d'elezione un'inseparabile barboncina di nome Ondina - è assecondarne la natura spontaneamente acquatica.
Inquadrare un corpo (da sempre) alieno, sessualmente anfibio, e immaginarlo gradualmente mutarsi in pesce. Idea che infatti, per quanto non praticata con sufficiente convinzione, regala il momento migliore del film - il finale - a cui da grande performer Vanoni si presta. Almeno, fino a un certo punto. Perché, nonostante la chimica evidente tra regista e primattrice, lo scambio tra personalità forti fa scintille, o più semplicemente perché il tempo a disposizione è troppo poco: non tanto per riformulare per l'ennesima volta ciò che è già stato detto in decine di tour, interviste, libri ("Una bellissima ragazza"), film (Ricetta di donna), ma perché il gioco abbia una sua rotonda compiutezza, uno scarto effettivo rispetto alla classica intervista di carriera che la regista dice di voler evitare.
E così, sotto la fotografia nitida, di Simone D'Arcangelo e Emanuele Zarlenga, che padroneggia contrasti cromatici e cattura simmetrie, si percepisce un certo caos: mentre la celebrazione del passato sembra respinta al mittente, irrompono tra una scena e l'altra, come tuffi al cuore, alcuni grandi successi, in ricercate esibizioni di classici dell'era televisiva in bianco e nero ("Eternità", "Senza fine", "Un'ora sola ti vorrei", "Domani è un altro giorno").
Quando, in più occasioni, il filo si perde, il montaggio di Michelangelo Garrone trova delle accelerazioni improvvise, aggregando momenti di un set evocativo e sofisticato quanto il vibrato della protagonista. Ambientazioni che, con buona pace dell'approccio "alla Guadagnino", molto fanno ma non risolvono il film.
Cronaca di uno splendido fallimento, di dialoghi autoreferenziali e rari momenti irresistibili (il medico: "Com'era, quand'era giovane?". Lei: "Giovane quando?"), Senza fine lascia un sapore di frustrazione, come quando registra le presenze piuttosto decorative dei tre musicisti compagni di viaggio, schiacciati da una Vanoni larger than life, sempre ironica, leggera, eppure ancora in parte sovrastata da quell'immagine di sé che campeggia nel grande schermo del prefinale. Il making of di un film forse impossibile, concluso in acqua, recitando un'Ave Maria di protezione.
Documentario molto originale che commuove, fa ridere e sorridere, pensare e contemplare: bellissima l'ultima scena in cui la Vanoni diventa una creatura mitologica marina, destinata all'eternità. Il taglio scelto dalla regista che racconta anche il suo rapporto di amore/odio con la diva e la difficoltà dii completare il docuementario ha diviso il pubblico.
Poteva essere un documentario tradizionale. Di quelli con tanti filmati in bianco e nero, spezzoni di varietà televisivi, ritagli di giornale dell’epoca, e interviste. Tante interviste. A tutti quelli che hanno incrociato la sua strada di cantante, con più di sessant’anni di carriera. Poteva essere un enorme album di fotografie. Un album di fotografie fatto dalle interviste con Gino Paoli, magari con Mogol, con Paolo Conte. Con quelli che hanno cantato con lei, con quelli che hanno amato la sua voce, la sua persona, la sua misteriosa, sofisticata, esile, affascinante voce, e la sua persona.
Sarebbe stato un documentario “classico”, e questo non lo è. Senza fine, come il titolo di una delle sue canzoni più famose, ma anche perché sembra portarci già nel mezzo delle cose. Nel mezzo di un’amicizia fra la regista e l’artista, nel mezzo di una conversazione, al centro esatto del presente di Ornella Vanoni.
Senza fine, diretto da Elisa Fuksas, regista quarantenne, presentato alle Giornate degli Autori a Venezia e in sala dal 24 febbraio, è girato praticamente tutto in un hotel, il Grand Hotel di Castrocaro, che è anche un istituto termale. Come in una versione moderna de L’anno scorso a Marienbad, grandi corridoi vuoti, grandi saloni deserti, solo tavoli, divani, letti immensi, scorci da cui si intuisce, più che vedere, una natura meravigliosa dall’altra parte dello sguardo. E lì, fra quei corridoi, in quelle stanze, ci sono la regista e Ornella a inseguirsi, a cercare di intuirsi, di comprendersi. Sfiorando certi temi, senza mai cercare un ordine cronologico, senza mai cercare un “racconto” vero e proprio. E senza voler raffigurare neppure l’Italia che viveva, l’Italia di quegli anni, l’Italia che si riconosceva in quelle canzoni.
Come ne L’anno scorso a Marienbad – beh, non in modo così geometrico ed enigmatico: non abbiate paura – le frasi si ripetono, ma la verità sembra sempre sfuggire un po’. Ornella Vanoni che un po’ resiste, un po’ protesta all’idea dell’intervista, Ornella Vanoni con i fantastici capelli color arancio che forse si vedono anche dalla Luna, Ornella Vanoni con la sua cagnetta Ondina, tutte e due felici solo quando si lasciano andare nel loro elemento: l’acqua.
E il film che diventa quasi un documentario su un documentario che sta nascendo, con fatica. Un passo avanti e due indietro, nei corridoi di questo splendido e inquietante Overlook Hotel: Ornella che non si trova, Ornella che non risponde al telefono, Ornella che finalmente appare, in una tunica bianca. Ornella che, a spizzichi e bocconi, racconta di Strehler innamorato, racconta dell’incontro con Gino Paoli, ragazzo privo di grazia ma non privo di fascino e di mistero. Ma tutto come se fosse già saputo, già detto: non c’è bisogno di approfondire, non c’è bisogno di definire date. E poi, le date, non sono proprio il suo forte, lo dice anche nel documentario.
Ogni tanto, un visitatore d’eccezione. Vinicio Capossela, Paolo Fresu, Samuele Bersani. Ognuno con un approccio diverso, fra i quali forse il più affettuoso, il più sciolto e il più complice è quello di Samuele Bersani.
Le domande sono piccoli sfioramenti. “Ma com’è successo che dal teatro hai cominciato a cantare?”. O “Quindi hai incontrato Paoli, e che cosa è successo?”. Ornella racconta il minimo indispensabile. Accenna alla sua depressione, parla del figlio, della vita d’artista che in lei ha divorato gran parte del tempo necessario a essere madre. In alcuni momenti veri, come è vera la voce di Ornella nelle sue canzoni, dice “Mi manca la tenerezza, mi mancano gli abbracci”. Ha scelto, da anni, di vivere da sé, con sé. La solitudine e la depressione sono due ombre che stanno sullo sfondo di tutto il film. “Quando entravo in una stanza d’hotel, nel grande letto a due piazze stendevo tutti i miei vestiti dalla parte in cui non dormivo, per sentire la stanza meno… meno…?”. “Desolata?” propone Elisa Fuksas. “Ecco”.
Chi si aspettava un film sul passato, sui ricordi, sull'onda di una musica che ha segnato una bellissima stagione di stravolgimenti culturali, rimarrà certamente deluso da Senza fine, diretto da Elisa Fuksas, in concorso alle Giornate degli Autori nell'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Il film, infatti, scandaglia con una certa originalità, per quanto a volte un po' ostentata, il [...] Vai alla recensione »