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Ultras, «un'indagine sulle persone, non sul calcio»

Autori e interpreti presentano il film, racconto (dall'interno) del mondo, dei riti, delle dinamiche del tifo organizzato. Dal 20 marzo su Netflix.
di Ilaria Ravarino

Ultras

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martedì 3 marzo 2020 - Incontri

Un film e non un “trattato di sociologia”, un’indagine “sulle persone e non sul calcio”, un’opera prima che arriva dopo una lunga gavetta sul terreno dei videoclip e che punta, ambiziosamente, a raccontare la storia di una grande famiglia allargata: quella del tifo organizzato in una metropoli come Napoli.

A introdurre Ultras, film dal 20 marzo su Netflix, sono il regista Francesco Lettieri, lo sceneggiatore Peppe Fiore, il produttore della Indigo Nicola Giuliano e gli interpreti Aniello Arena, Antonia Truppo e Ciro Nacca – durante un originale incontro svolto in differita per ragioni di opportunità, legate alla diffusione del virus COVID-19 in Italia

Come è nata l’idea di questa storia?
Fiore: Certamente non è nata dal movimento ultras, che poco ci interessava. Io stesso non sono un tifoso. Ma c’era qualcosa di universale nella figura di un ultras cinquantenne che ancora crede in qualcosa di irrimediabilmente perduto. C’è romanticismo e malinconia in un contesto, quello dello stadio, spettacolare per natura – cori, scritte, tatuaggi, striscioni...
Lettieri: Dopo aver girato molti videoclip mi sono sentito pronto per un film. Nel cercare la storia più adatta mi sono imbattuto in un vecchio soggetto che avevo preparato per un videoclip di Calcutta, mai realizzato, ambientato nel mondo degli ultras di Latina: era la storia di un tifoso, “il Mohicano”, che dopo il DASPO (il “divieto di accesso alle manifestazioni sportive”, ndr) era costretto a vivere la sua storia d’amore con la squadra solo a distanza. C’era già tutto, è bastato spostare la storia a Napoli.

Perché a Napoli?
Lettieri: Perché, a differenza di altre grandi città che hanno più di una squadra, Napoli è unita nel tifo per un solo team. Ed è un sentimento che si lega anche alla voglia di riscatto del Meridione: il Napoli è l’unica squadra del sud a poter competere con quelle del nord. Dietro al tifo, insomma, c’è molto altro.

Il tifo come fede?
Lettieri: Come fede e come tribù. Non è un caso che il film si apra e si chiuda in chiesa.

Il tifo ultras è anche un credo politico?
Lettieri: ci sono tanti gruppi di ultras e ciascuno ha la sua natura, da città a città ma anche da stato a stato. Certamente gioca un ruolo forte il desiderio di sentirsi parte di un gruppo, di rappresentarsi in una bandiera. Gli ultras dicono che oggi, in mancanza di vere guerre da combattere, la voglia di lotta si sfoga allo stadio.

Non c’è il rischio di mitizzare queste figure?
Lettieri: Allora con questo discorso non dovrebbero esistere i film sulla mafia e dovremmo parlare solo di gente brava e buona. Ovviamente la violenza negli stadi è un problema, ma nel film non la elogio. La racconto perché penso sia un tema interessante.

Il tifo ultras negli anni è cambiato?
Lettieri: Molto. Il movimento ultrà di fine anni Settanta dal 2000 in poi ha cambiato nome, ultras, e sostanza: gli ultrà erano più folkloristici e colorati, gli ultras sono cupi e spesso violenti. Gli ultras si sono evoluti ancora negli ultimi anni: oggi sono in crisi perche la violenza è combattuta e repressa con più efficacia.

Nel film compaiono più generazioni. Il tifo ultras è trans-generazionale?
Lettieri: Volevamo solo raccontare diversi aspetti del tifo organizzato e del modo di viverlo. Il mio approccio è sempre stato quello di non voler forzare concetti sociologici per farli aderire al film. Ho cercato di raccontare storie, non storie generazionali.


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In foto una scena del film Ultras.

Quali modelli per il vostro film?
Lettieri: Soprattutto un bel documentario di Vincenzo Marra, E.A.M. - Estranei alla massa, che mi ha permesso di entrare nelle vite private degli ultras, nella loro quotidianità. Se non avessi visto quel film non credo che avrei fatto il mio. Non ho voluto vedere Ultrà di Ricky TognazziHooligans di Lexi Alexander, per non sentirmi influenzato. E poi, a differenza loro, io non ho mai avuto la pretesa di descrivere il mondo ultras. Ho preferito concentrarmi sul lato umano del gruppo, non sui suoi codici.
Peppe: Il film di Marra ci è molto caro. La vicinanza dello sguardo è la stessa, ed è ciò che rende impossibile non affezionarsi a quei personaggi. Abbiamo cercato di non essere giudicanti, o peggio sociologici: non volevamo trattare l’argomento come se fosse emblematico di qualcosa, di una situazione storica o di una presunta decadenza della città. Ne abbiamo parlato come di una grande famiglia allargata.

Agli attori: qual è stato il vostro approccio al film?
Aniello: Io sono un tifoso del Napoli, ma mai a quei livelli. Sandro, il mio personaggio, è il capo degli ultras: i ragazzi sono la sua famiglia e lui ne è il leader. A un certo punto però fa le sue riflessioni, scopre un’altra faccia della vita, l’amore. È un uomo pieno di contrasti, senza esperienze con i sentimenti. È timido e frenato, non si sa nemmeno comportare con le donne.
Truppo: Terry è una persona diretta, che sa quello che vuole. Ho molto improvvisato, stando ai tempi di Aniello e seguendo il registro del film. Di solito le donne forti al cinema hanno passato sempre qualche guaio: fortunatamente per Terry non è così.

Al produttore: com’è stato collaborare con Mediaset e Netflix?
Giuliano: Con Mediaset avevamo già collaborato nel 2000 ai tempi di un altro film sul calcio, L’uomo in più, esordio di Paolo Sorrentino. Con Netflix è stata un’esperienza molto positiva. Hanno letto il progetto, l’hanno apprezzato e subito finanziato. Ora che in Italia esordire è difficile – e noi lo sappiamo perche di esordi ne abbiamo seguiti tanti - è stata una bella opportunità che ci ha permesso di fare il film che volevamo, cioè quello di Francesco. Senza contare che adesso, con le sale deserte, è un sollievo non doversi preoccupare del botteghino e sapere che il film sarà comunque visto in tanti paesi diversi. Quanto al tema, all’inizio trovavo l’argomento ultras respingente. Ma dietro ci ho sentito una storia con la drammaturgia di un racconto classico, capace di coniugare il racconto realistico con il passo dell’epica, con personaggi molto umani.

Ultras è un’ulteriore conferma del cosiddetto Rinascimento partenopeo?
Giuliano: Sarà almeno il quarto Rinascimento napoletano di cui sento parlare. Non se ne può più. Napoli è una città in cui nascono grandi attori, cantanti, fotografi, scrittori e registi. È così. Dobbiamo per forza chiederci perche? Ci siamo chiesti perche i grandi tennisti sono spesso svedesi? Smettiamola con questo sociologismo della città che soffre e genera talenti. Vorrei che si parlasse, finalmente, di una città normale.


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