| Titolo originale | The Brink |
| Anno | 2019 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | USA |
| Durata | 91 minuti |
| Regia di | Alison Klayman |
| Attori | Steve Bannon, Sean Bannon, Louis Aliot, Raheem Kassam, Paul Gosar Nigel Farage, Mischaël Modrikamen, Jérôme Rivière, Filip Dewinter, Kent Ekeroth, Giorgia Meloni, Paul Lewis (III), John Thornton (II), Michael Wolff, Andy Surabian (II), Lena Epstein, John James (V), Roy Moore (II), Joshua Green, Patrick Caddell, Daniel Fleuette, Anne Karni, Christopher Hope, Jason Horowitz, Matteo Salvini, Erik Prince, Ari Melber, Guo Wengui, Sam Nunberg, Steve Cortes, Christoph Scheuermann, Sharice Davids, Yasmine Dehaene-Modrikamen, Laure Ferrari, David Frum, Deb Haaland, Dan Jukes, Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar, Ayanna Pressley, Kevin Sullivan (II), Donald J. Trump, Ivanka Trump. |
| Uscita | lunedì 29 aprile 2019 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Wanted |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,16 su 11 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 maggio 2019
La storia di Steve Bannon, stratega di Donald Trump fino alla sua estromissione nell'estate del 2018 e ideologo della nuova destra estremista statunitense. In Italia al Box Office The Brink - Sull'Orlo dell'Abisso ha incassato nelle prime 2 settimane di programmazione 2,2 mila euro e 1,1 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Dopo i commenti ai violenti fatti di Charlottesville, Virginia (11 agosto 2017), sede del raduno di neonazisti bianchi, Steve Bannon, consigliere strategico di Donald Trump, è costretto a dimettersi. Lo si vede nei primi minuti di The Brink, documentario in stile cinéma-vérité costellato di dati e materiali giornalistici. Un pedinamento autorizzato, durato oltre un anno, tra 2017 e 2018: grazie alla mediazione della produttrice Marie Therese Guirgis, che ha collaborato in passato con Bannon, la filmmaker Alison Klayman (Ai Weiwei Never Sorry, Take Your Pills) ha potuto tallonarlo tra spostamenti ai comizi per le elezioni di midterm, incontri con la stampa, dietro le quinte, meeting privati in camere d'albergo. Lui, lo si capisce dalle prime scene, in cui descrive con toni ammirati l'ingegno industriale tedesco infuso nella costruzione di Birkenau, accetta anche per (malcelato) narcisismo e soprattutto perché la cinica lezione imparata dall'attuale presidente degli Stati Uniti è che "non esistono cattivi media".
Classe 1953, ufficiale di Marina per sette anni tra i '70 e gli '80, appassionato di storia militare, dopo un master in economia ad Harvard Bannon è stato consulente finanziario per la Goldman Sachs, per poi cambiare di nuovo pelle a Hollywood.
In qualità di produttore esecutivo ha legato il suo nome a film insospettabili come Lupo solitario di Sean Penn e Titus di Julie Taymor, ma per lo più è stato (ed è tuttora) finanziatore e regista di documentari di propaganda. I temi: epica reaganiana, immigrazione al confine tra Stati Uniti e Messico, crisi economica alla fine degli anni zero, le donne del Tea Party (movimento conservatore in cui lui stesso ha militato), l'opposizione ai Clinton e ai contestatori di Occupy Wall Street, esaltazione di Sarah Palin e ovviamente di Trump (Trump @War, l'ultimo realizzato, si intravede qui prima come prodotto a favore di una stretta cerchia, poi come strumento potente di persuasione al voto).
La prima evidenza di questo corpo a corpo che Klayman ingaggia con il "grande manipolatore" ("Time") è la definitiva mimetizzazione dello speculatore finanziario in uomo qualunque: al completo e cravatta da fondo di investimento ha preferito come divisa un giaccone da caccia, i capi e le scarpe comode di chi lotta con il sovrappeso. Capelli lunghi, barba trasandata, occhi inchiodati ai cellulari, ha una conversazione rilassata, gentile, non perde quasi mai la calma. Elude spesso le domande dirette dei giornalisti rilanciando con provocazioni o con altre domande, svia la conversazione, anche con argomenti contraddittori. Tra citazioni e frasi a effetto, semplificazioni manichee, con un metodo tra il venditore consumato, il patriota predicatore, "l'amico del popolo".
Avendo diretto il sito di news Breibart, punto di riferimento per la destra conservatrice finanziato dai miliardari Robert e Rebekah Mercer (che lo hanno portato anche in Cambridge Analytica, realtà controversa che qui non si indaga) conosce la differenza tra fatti e fattoidi e ama circondarsi di giornalisti. Nella prima mezz'ora del film, molto immersa nella cronaca politica statunitense, si fa strada con chiarezza, ma di pari passo con inquietante ambiguità, l'indirizzo ideologico con cui lavora per portare voti al presidente: nazionalismo economico, lotta alle élites che "sono a loro agio nel sentire il nostro declino», attacco frontale a Hillary Clinton, il cui commento sui seguaci di Trump come dei "miserabili" ("a basket of deplorables") viene ricordato a più riprese e usato come un'arma.
Didascalie, titoli di giornali, tweet, servizi tv e radio puntellano costantemente l'azione, che a un terzo circa si sposta in Europa, dove si esplicita l'intenzione di Bannon, dopo la creazione di un "Movement" americano che faccia da fondamento ideologico e apripista, di riunire sotto una stessa alleanza diversi partiti nazionalisti per vincere le elezioni europee a maggio 2019. In maniera piuttosto sorprendente lui si lascia (quasi sempre) riprendere in contesti privati con i leader dei partiti di ultra destra: Nigel Farage, Louis Aliot (Front National), Mischael Mondrikanen (ADDE), il belga Filip Dewinter e lo svedese Kent Ekeroth. Un "supergruppo" di sovranisti euroscettici che comprende anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni, incontrata a Venezia a settembre del 2018, proprio nei giorni in cui al Lido passava American Dharma, il documentario in cui Bannon veniva intervistato da Erroll Morris (ancora inedito, anche negli USA).
Per lo spettatore italiano, ma non solo, il clou del film (oltre ai dettagli su chi si è fatto tramite dell'incontro romano con Salvini, ossia il banchiere Federico Arata, che la stampa ha identificato grazie al film) è proprio il momento al tavolo con Meloni e il giornalista del "The Guardian" Paul Lewis, che lo ha seguito da vicino per mesi nella creazione del "Movement" e che lo incalza fino a scoprirne la doppiezza: sostenere un movimento neofascista negando al tempo stesso che sia tale. Momento che fa il paio con una delle pochissime interazioni di Klayman con il suo oggetto su quale siano le reali ragioni del populismo bannoniano.
Inchiesta live sulla costruzione di strategie di consenso nell'era della Brexit, del rapporto Mueller, della polarizzazione del consenso via social, The Brink è documento incandescente, ma dai cromatismi prevalentemente scuri, che arriva in sala alla vigilia di elezioni decisive per l'UE e permette di osservare da vicino un canalizzatore di rabbia dal basso che viene dai piani alti della finanza.
Un personaggio così disinvolto da poter girare il mondo per favorire relazioni e influenzare comunicazione e orientamenti dei leader politici da Washington a Roma. Pone tantissime domande e altrettante ne suscita (in particolare sulla liceità, a seconda degli Stati, del finanziamento privato ai partiti), come deve fare il buon giornalismo. In anteprima al Sundance Film Festival 2019.
Geniale stratega e manipolatore politico, cinefilo incallito ed ex cineasta, demagogo di innegabile efficacia: Steve Bannon è forse l'uomo che rappresenta meglio i populismi di estrema destra che si sono diffusi in tutto il mondo. La sua campagna di comunicazione, incentrata sulla guerra all'establishment, sul nazionalismo e sul sovranismo, ha permesso a Donald Trump di recuperare diversi punti nei [...] Vai alla recensione »