| Titolo originale | Hvítur, Hvítur Dagur |
| Titolo internazionale | A White, White Day |
| Anno | 2019 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Islanda, Danimarca |
| Durata | 109 minuti |
| Regia di | Hlynur Palmason |
| Attori | Ingvar Eggert Sigurðsson, Ída Mekkín Hlynsdóttir, Hilmir Snær Guðnason, Björn Ingi Hilmarsson Elma Stefania Agustsdottir, Sara Dögg Ásgeirsdóttir, Haraldur Stefansson, Laufey Elíasdóttir, Sigurður Sigurjónsson, Arnmundur Ernst Björnsson, Þór Tulinius, Sverrir Þór Sverrisson, Ída Mikaelsdóttir. |
| Uscita | giovedì 28 ottobre 2021 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Trent Film |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,41 su 17 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento martedì 26 ottobre 2021
Il cineasta islandese Hlynur Pàlmason torna sul grande schermo con un'opera seconda ricca e articolata, premiata come miglior film al 37° Torino Film Festival. Il film è stato premiato a Torino Film Festival, ha ottenuto 1 candidatura agli European Film Awards, In Italia al Box Office A White White Day - Segreti nella nebbia ha incassato 55,7 mila euro .
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Ingimundur è un poliziotto di mezza età che vive in un paesino islandese. La morte della moglie in un incidente lo destabilizza all'improvviso, lasciando l'uomo a elaborare il lutto come meglio può: concentrandosi sulla costruzione di una casa e soprattutto sulla cura della nipotina di otto anni Salka. Sotto la superficie, però, ribolle un istinto che nessuna forma di terapia può tenere a bada. "Investigando" il passato della moglie, Ingimundur scopre tracce di infedeltà e risale all'identità dell'amante. L'ossessione diventa così una nebbia fitta in cui è impossibile orientarsi.
L'oscuro è virato al bianco nel secondo lungometraggio dell'abile regista Hlynur Palmason, che immerge una storia dark su una mascolinità in bilico tra amore e odio nelle tinte abbacinanti della natura islandese.
È un ritorno a casa per il regista, che aveva ambientato l'esordio Winter brothers in Danimarca, e che con A White, White day realizza una delle opere più significative del cinema recente del suo paese: pienamente immersa nella cultura e nel paesaggio ma con aspirazioni che vanno ben oltre il pittoresco.
Sorretto da un'interpretazione stupefacente del veterano Ingvar Sigurdsson, per il quale il ruolo è stato pensato e scritto, il film è criptico, ambiguo e spigoloso tanto quanto le immagini dell'Islanda più rurale sono dirette, piene e profonde. Un'opera di contrasti in cui l'amore si scioglie nell'odio, o forse viceversa. In cui il lento e meticoloso "character study" di Ingimundur - scandito dalle stagioni - si abbina a uno stile registico ricco di sorprese, che sa soffermarsi sui piccoli dettagli fino a renderli minacciosi, e abbracciare anche un simbolismo su più larga scala.
Lo si direbbe un neo-noir dai sottili equilibri psicologici, in cui invece di offuscare si posiziona il rimosso in bella vista (sono tante le composizioni "inquadrate" e messe in prospettiva da Palmason attraverso le finestre, a riprova che da quella luce che confonde nebbia e giorno non si può scappare) e si entra sotto la pelle di un uomo burbero per scoprirne la morbidezza emotiva. Nel fare i conti con il suo lutto, il protagonista deve abbandonare una certa tendenza al controllo manipolatorio sulla figura femminile, che gli confonde i riferimenti di moglie, figlia e nipote. Alla fine, l'unico controllo possibile è quello sulla memoria: dimenticando la rabbia e il dubbio, si scopre qualcosa di singolare e spiazzante bellezza.
Pellicola mediocre, noiosa, piena di pretese, presentata come film di valore. Anche questo è commercio...
Un uomo e una bambina sulle sue spalle avanzano lentamente in una galleria buia. La macchina da presa li precede e accompagna in un lungo piano sequenza necessario a far pervenire a chi guarda tutto il senso di fatica e di pesi interiori che da tempo abitano l' uomo. Una camminata sofferta che sfocia nelle urla di entrambi, urla di liberazione dal dolore, dalla stanchezza, dal lutto.