| Titolo originale | Håp |
| Anno | 2019 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Norvegia, Svezia |
| Durata | 126 minuti |
| Regia di | Maria Sødahl |
| Attori | Andrea Bræin Hovig, Stellan Skarsgård, Terje Auli, Ingrid Bugge, Hala Dakhil Dina Enoksen Elvehaug, Eirik Hallert, Steinar Klouman Hallert, Kristin Voss Hestvold, Gjertrud L. Jynge, Johannes Joner. |
| Uscita | giovedì 12 maggio 2022 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Movies Inspired |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,43 su 12 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 13 maggio 2022
La vita di una donna viene stravolta quando le viene diagnosticato un tumore al cervello. Il film ha ottenuto 2 candidature agli European Film Awards, In Italia al Box Office Hope ha incassato 6,7 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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La cinquantenne Anja è una regista teatrale norvegese e danni vive con Tomas, un produttore dal quale ha avuto tre figli, che si sono uniti agli tre nati da un precedente matrimonio dell'uomo: insieme formano una famiglia allargata numerosa e serena. La vigilia di Natale, tornata da una trasferta di lavoro, Anja si fa visitare per un fastidioso problema all'occhio e scopre così di avere un tumore al cervello. Nei giorni che porteranno all'inizio dell'anno nuovo, tra cene con i figli, regali e visite di parenti, Anja attraverserà con Tomas il calvario di consulti medici, esami e discussioni sul loro futuro che la avvicineranno all'inevitabile confronto con l'idea della morte.
La malattia al cinema è da sempre un tema scivoloso, a rischio di patetismo o di ricatto morale. Maria Sødahl riesce però a restare a debita distanza dai pericoli del genere, raccontando non il decorso del male, ma i pensieri, le paure, i conflitti interiori di chi sa di dover affrontare l'imponderabile.
L'arco narrative di Hope va dal 23 dicembre al 2 gennaio, dal ritorno a casa di Anja all'operazione al cervello che le dovrebbe asportare il tumore che l'ha colpita: dieci giorni in cui la vita della donna cambia e forse comincia il suo ultimo tratto, ma in cui gli obblighi familiari e sociali del periodo - affrontati con la fatica e al tempo stesso la tranquillità di chi in fondo ha trovato un pezzo di felicità - impediscono di abbandonarsi alla disperazione e affrontare gli eventi con lucidità.
Si potrebbe dire che i numerosi colpi di scena della sceneggiatura (scritta della stessa regista), invece di dare al film un andamento a singhiozzo, con continui e possibili rilanci della trama, crei all'opposto una narrazione piana, orizzontale, in cui ogni scoperta o evento (la possibilità di operare nonostante la delicatezza dell'intervento, la rivelazione della malattia ai figli, l'improvvisa decisione di Tomas di sposare Anja, la richiesta della donna di confessarsi gli eventuali e reciproci tradimenti...) allarga semplicemente l'ampiezza di un racconto al tempo stesso semplice e stratificato.
Semplice perché girato con uno stile realistico, senza particolari artifici formali e contando sulla bravura degli interpreti Andrea Bræin Hovig e Stellan Skarsgård; stratificato perché attento alla relazione onesta ma difficile fra Anja e Tomas; al loro rapporto con i figli, alcuni già adulti, altri ancora bambini; alla reazione di una artista che oppone alla fatalità della malattia la maturità di una visione intellettuale.
Scandendo il tempo giorno per giorno, il film procede in modo inesorabile e preciso, gestendo in maniera efficace le informazioni e soprattutto le reazioni dei personaggi: lo shock della scoperta è sempre ritardato, il dramma è lasciato fuoricampo, le lacrime sono intraviste, mai sottolineate. Tale senso del pudore è certamente figlio di una cultura nordica inevitabilmente ovattata, ma è anche e soprattutto frutto di una riflessione sulla giusta distanza da cui affrontare un tema delicato come la malattia mortale.
L'abilità di Maria Sødahl sta nel costruire situazioni - una telefonata in macchina, una cena, un dialogo in una stanza d'ospedale - in cui le parole e le azioni degli interpreti, assecondate dalla macchina da presa, definiscono poco a poco conflitti e sentimenti. Nonostante Anja e Tomas siano ricchi, colti, professionalmente realizzati, non c'è mai uno sguardo accusatore o vagamente derisorio; il privilegio sociale semplicemente decade di fronte alla verità della malattia, che spinge le persone a chiedere verità, in assenza di tempo: alla dottoressa che spiega le prospettive di vita, Anja risponde di non volersi estraniare dalla realtà; eppure la scoperta di un probabile e rapido decorso del male lascia l donna attonita. E nella distanza fra il coraggio e la paura c'è tutta la forza del film.
Hope sfida la tentazione dell'abbandono, del silenzio e della resa di fronte alla progressione del male: lo fa con un cinema ampio, adulto, tradizionale - anzi "borghese", come si sarebbe detto un tempo - quasi interamente parlato e in grado di rappresentare le imperfezioni dell'esistenza - la necessità di esserci per gli altri e, come dimostra il finale forse speranzoso, di avere gli altri al proprio fianco.
Hope, ovvero speranza, quella che Anja, moglie in un matrimonio ormai da tempo spento, madre dei suoi figli e anche di quelli di suo marito Tomas, pensava d'avere ritrovato dopo essersi salvata dal cancro. Ma dopo appena un anno l'incubo ritorna, proprio il giorno prima di Natale. E di speranza, questa volta, sembra essercene davvero poca. Hope è il secondo film di Maria Sødahl, talentuosa regista [...] Vai alla recensione »