DNA

Film 2019 | Poliziesco

Anno2019
GenerePoliziesco
ProduzioneDanimarca, Francia
Regia diHenrik Ruben Genz, Hans Fabian Wullenweber, Kasper Gaardsøe
AttoriAnders W. Berthelsen, Zofia Wichlacz, Charlotte Rampling, Olivia Joof Lewerissa Johanne Louise Schmidt, Sigurd Holmen le Dous, Nicolas Bro, Trine Pallesen, Louise Mieritz, Lars Berge, Mario Montescu, Afshin Firouzi, Serban Pavlu, Theodora Sandu, Adrian Anghel, Eliska Materankova, Dominika Tlatlova, Jens Jørn Spottag, Kaja Gramkow, Grazyna Zielinska, Carsten Bjørnlund, Maria Erwolter, Jadwiga Jankowska-Cieslak, Izabela Noszczyk, Frederik Christian Johansen, Renata Berger, Piotr Polk, Peter Gilsfort, Hanna Konarowska, Maja Eladawy, Hanna Dunowska, Maciej Robakiewicz, Tammi Øst, Henrik Prip, Wojciech Blach, Stephanie Leon, Quentin Faure, Michael Moritzen, Samuel Brafman-Moutier, Maxime Pambet, Joen Højerslev, Sandra Yi Sencindiver, Cezar Grumarescu, Anders Heinrichsen, Mette Lysdahl, Arian Kashef, Henrik Jandorf, Niels Anders Manley, Vincent Winterhalter, Maciej Musial, Vincent Nemeth, Stefan Nelet, Maja Barelkowska, Elena Ivanca, Dya Josefine Hauch, Julie Carlsen, Antonin Schopfer, François Loriquet, Élodie Huber, Predrag Bjelac, Mikkel Hilgart, Jaroslav Mendel, Mihai Nita, Silja Eriksen Jensen, Katerina Janecková, Juliette Speck, Roman Horák, Sidsel Hindhede, Peter Hesse Overgaard, Jan Andrle, Xavier Lemaître, Thomas Trab.
TagDa vedere 2019
MYmonetro Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Regia di Henrik Ruben Genz, Hans Fabian Wullenweber, Kasper Gaardsøe. Una serie Da vedere 2019 con Anders W. Berthelsen, Zofia Wichlacz, Charlotte Rampling, Olivia Joof Lewerissa. Cast completo Genere Poliziesco - Danimarca, Francia, 2019, Valutazione: 4 Stelle, sulla base di 1 recensione. STAGIONI: 2 - EPISODI: 14

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Ultimo aggiornamento mercoledì 8 aprile 2026

Il detective Rolf scopre una falla nel DNA e riapre il caso della figlia scomparsa, unendo le forze con Claire contro un traffico di minori.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 4,00
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Il passato che ritorna.
Recensione di a cura della redazione
martedì 7 ottobre 2025
Recensione di a cura della redazione
martedì 7 ottobre 2025

Rolf Larsen è un investigatore della polizia di Copenaghen la cui vita è stata sconvolta dalla scomparsa della figlia. Tuttavia, quando scopre una falla nella banca dati del DNA, quello che sembrava un caso ormai chiuso si riapre improvvisamente, trascinandolo in una fitta rete di segreti e verità sconvolgenti.

Episodi: 6
Regia di Henrik Ruben Genz, Hans Fabian Wullenweber, Kasper Gaardsøe.

Ritorna il nucleo emotivo della prima stagione ma c'è un cambio di rotta. Sotto i riflettori ci sono le ferite dell'Europa contemporanea

Recensione di Gabriele Prosperi

La seconda stagione di DNA riprende la storia da una situazione solo apparentemente più stabile. Rolf vive vicino a Maria, la sua ex moglie, che sta costruendo una nuova famiglia con la nascita di una bambina dal compagno. La necessità di un trapianto per la neonata diventerà, però, presto il punto di ingresso per un caso e un'indagine molto ampia, che muoverà verso il traffico di esseri umani, il lavoro coatto, lo sfruttamento dei migranti e il commercio illegale di organi. Parallelamente la serie segue Mario, ragazzo rumeno arrivato dentro quel sistema mentre cerca di ritrovare la sorella, e proprio attraverso il suo percorso mostra il costo umano di una rete criminale che si estende su tutto il continente europeo.

Già nella trama della seconda stagione di DNA possiamo individuare un cambio di rotta.

Se nella prima il sistema criminale (e reale) impattava e stravolgeva la vita del protagonista (finzionale), nella seconda il problema narrativo e famigliare diventa la chiave per leggere ed entrare in un contesto, nuovamente reale, in cui i colpevoli sono però più difficili da rintracciare. DNA non riparte da zero, ma da una scelta lasciata in sospeso dalla prima stagione: Rolf (Anders W. Berthelsen) ha trovato la bambina che cercava, ma ha deciso di non rivelarsi come suo padre. È questo il passaggio che permette di capire il confronto fra i due capitoli.

La prima stagione era tutta costruita intorno alla sottrazione; la seconda si muove invece in avanti portandosi dietro quel peso, e mostra che il problema non era soltanto arrivare alla verità, ad accettare che «siamo le nostre scelte» - citando il personaggio della detective francese Claire (Charlotte Rampling) - ovvero che sono le nostre decisioni a definirci. Il problema comincia dopo.

Là dove il primo DNA lavorava soprattutto su genitorialità e identità, il secondo allarga il campo e mette quei temi dentro rapporti di forza molto più materiali. Non c'è più soltanto la domanda su chi sia davvero un padre o su quanto conti il legame biologico rispetto a quello vissuto. C'è la questione, assai più sporca, di come il corpo entri dentro un mercato in qualità di forza lavoro, merce sessuale, fonte di organi o mero oggetto di scambio. Da ciò la necessità di una maggior focalizzazione drammatica sul ritrovamento e sulle sue conseguenze, piuttosto che sulla perdita e la sottrazione.

Senza mai abbandonare il nucleo emotivo che la reggeva, la serie salda il suo cuore narrativo alle strutture economiche e politiche europee. Il nordic noir spinge così molto più a fondo il pedale verso una lettura del contesto continentale. Lo fa nuovamente per mezzo di una rappresentazione multiculturale - che già caratterizzava la prima stagione - ma adesso sfidando le logiche di un mercato, quello capitalistico e occidentale, in cui il benessere e l'idea di ordine dipendono anche dalle zone grigie dello sfruttamento, che resta invisibile finché qualcuno non la porta in superficie.

Già nota caratteriale della serie, anche la seconda stagione è costellata da frasi che potrebbero essere estratte come aforismi; una, in particolare, si fa centrale nel discorso narrativo, ed è pronunciata dal protagonista Rolf quale naturale continuazione di un discorso lasciato in sospeso: «un conto è sapere la verità, un conto è conviverci». La serie smette, cioè, di essere un poliziesco e si ridefinisce come un racconto sul peso morale della conoscenza, avviando così una dialettica: «La verità in sé è semplice; si complica man mano che ci si allontana da essa» risponderà Claire. Il campo/controcampo non è solo dialettico ma anche strutturale e si concretizza nella possibilità di mostrare un sistema che è al contempo composto da comportamenti malsani e da interessi rispettabili. Quello che rende tutto complicato è la distanza burocratica, sociale, geografica o morale: più ci si allontana dal punto nudo dei fatti, più entrano in gioco le giustificazioni e i livelli di responsabilità.

Ne deriva che, se nel primo capitolo avevamo una costruzione più rarefatta, più legata ai vuoti e ai tempi spezzati, nel secondo, invece, tutto si fa più fitto e connesso. Le linee narrative si incastrano con maggiore densità, la circolazione fra paesi diventa assai più serrata, e l'inchiesta stessa assume la forma di una rete logistica. In alcuni momenti si sente perfino che sei episodi non bastano per contenere tutto quello che la stagione vorrebbe mettere in gioco, ma questa compressione ha anche una sua efficacia, perché restituisce il senso di un sistema criminale che non lascia respiro nemmeno a chi prova a raccontarlo. Il montaggio, il multilinguismo, i continui spostamenti rendono visibile il modo in cui il crimine attraversa gli spazi dell'Europa con una naturalezza persino maggiore di quella garantita alle sue vittime.

«Per me gli europei sono tutti uguali» commenterà un testimone vietnamita; la serie introduce così, e in altri momenti essenziali (appunto, degli aforismi), una frattura molto netta nello sguardo occidentale, quasi sempre posto al centro della cartina. Una centralità geografica che si è tradotta da tempo in abitudine mentale: siamo il punto da cui si guarda, da cui si distingue, da cui si classificano gli altri. Per noi le differenze fra danesi, francesi, rumeni, italiani, tedeschi sembrano grandi, decisive, cariche di storia. Ma visti da fuori - e soprattutto visti da chi subisce l'Europa come frontiera - quei distinguo si schiacciano. Restiamo un unico blocco, quello del privilegio e dell'ordine amministrativo, che nella realtà dei fatti può trasformarsi in domanda di manodopera sacrificabile.

La seconda stagione della serie di Torleif Hoppe, interamente diretta da Fabian Wullenweber, è particolarmente abile nel far passare questa idea senza trasformarla in un discorso didascalico. Senza voler tentare di ripetere il colpo della prima, anzi sporcandolo e complicandolo, la seconda stagione di DNA narra un paesaggio morale, quello di un'Europa contemporanea ferita da ciò che la rende possibile.

Episodi: 8
Regia di Henrik Ruben Genz, Hans Fabian Wullenweber, Kasper Gaardsøe.

Un noir nordico che sorprende senza cercare lo stupore. Con la magnetica Charlotte Rampling

Recensione di Gabriele Prosperi

Un poliziotto di Copenaghen, Rolf Larsen (Anders W. Berthelsen), indaga sulla scomparsa della piccola Minna, riconoscibile da una macchia a forma di cuore sulla fronte. Gli indizi iniziali puntano all'ex compagno della madre, ma presto emergono tracce che sfondano i confini danesi. Durante una traversata verso la Polonia, Rolf perde di vista per pochi istanti la carrozzina della figlia Andrea: un'assenza che diventa ferita e motore del racconto. Cinque anni dopo, divorziato e relegato a mansioni marginali nello Jutland settentrionale, una corrispondenza genetica riapre il caso di Minna e lo riporta a Copenaghen. La pista si biforca tra Francia e Polonia, coinvolgendo la collega francese Claire Bonin (Charlotte Rampling) e la recluta Neel (Olivia Joof Lewerissa), e la ricerca prende la forma di un inseguimento a più centri, in cui ogni risposta genera un ulteriore scarto.

Uscita nel 2019, la serie danese DNA (internazionalmente distribuita come Kidnapping, rapimento) è una serie che va collocata dentro e, insieme, contro il canone del nordic noir.

Ne conserva infatti i tratti identitari: climi lividi, quotidianità sfilacciate, poliziotti più colpevoli che eroici. Allo stesso tempo, però, la serie creata da Torleif Hoppe sposta l'asse dall'ambiente alla circolazione: non è il villaggio, la costa o la capitale a definire il male, bensì le connessioni tra paesi e apparati, costituiti da banche dati genetiche, compagnie marittime, conventi cattolici, uffici per le adozioni e dogane. L'Europa si fa cioè centrale - qui forse l'elemento più interessante della serie - in un meccanismo di ricerca non solo del "chi" ma anche del "dove" si è compiuto il crimine. E questo dove, è un luogo diffuso e soprattutto condiviso.

Questo slittamento spaziale è congiunto a uno sfasamento temporale molto ben costruito, che porta a rivelazioni temporali in grado di riposizionare lo sguardo dello spettatore senza definire mai dei veri colpi di scena. Ciò colloca quindi DNA nella forma del noir, come già detto, ma al contempo e per sottrazione si affida alle lacune narrative, ai registri incompleti, agli atti mancanti, o - a livello diegetico - ai difetti degli archivi e delle banche dati. Una sottrazione costante di elementi che mantiene quindi in potenza (forse interdetta) la suspense, ma che permette anche di focalizzarsi sulla lettura del contesto come sinonimo di contraddizioni nella valutazione sociale del tema fondamentale che la serie vuole sottilmente affrontare: il concetto di genitorialità.

Eppure, ancora una volta per sottrazione, questa non viene mai presa di petto; non formula mai verdetti morali sulle realtà incontrate: famiglie omogenitoriali, maternità surrogata, traffici di neonati o affidabilità delle istituzioni religiose. DNA preferisce, invece, stimolare lo spettatore a cercare la propria verità tra molte possibili, misurandosi con le conseguenze più che con i principi.

Anche sul piano tecnico la serie lavora per sottrazione e incastri, con una scrittura che organizza l'indagine come un sistema di feedback: un risultato di laboratorio in Danimarca genera un'azione in Francia che, a sua volta, produce un testimone in Polonia. Ogni nodo è funzionale all'altro e la catena si chiude raramente dove è iniziata. Il dispositivo centrale è, com'è ovvio dal titolo originale, la genetica forense, che rende simbolico il materiale genetico, trasformandolo in un'infrastruttura di cooperazione.

È utile ma anche vulnerabile alle falle umane, eppure criterio di connessione: un minimo comun denominatore tra popoli. La messinscena asseconda questa idea con un montaggio parallelo, ma è soprattutto il lavoro sul cast ad assecondare questa progettazione tecnica e per mezzo di una sempre magnetica, e qui funzionale, Charlotte Rampling, che dà alla serie un metronomo etico fatto di distanza e lucidità, essenziale per incollare il genere locale a una contestualizzazione continentale.

La serie cura, inoltre, l'aspetto linguistico della cooperazione: l'errore di Neel che si rivolge in danese e la pronta correzione di Bonin ("non conosce l'inglese?" - "Oh, mi scusi") raccontano una frizione reale, tipica dell'Europa che il titolo rende implicita. È solo uno dei molti dettagli, che però diventano principio di questo buon racconto: la traduzione come pratica investigativa, in cui Rampling (senza guidare la serie) offre un'angolazione etica, quasi un controllo-qualità dello sguardo.

Al cuore di tutto resta la trasformazione dell'identità quando qualcosa o qualcuno viene sottratto: scelte tecniche e narrazione si incontrano in maniera esteticamente rilevante. La sottrazione che dà il via al racconto di DNA porta così lo spettatore, in maniera molto efficace, a ragionare su che cosa significa ricongiungere, non soltanto persone e famiglie, ma anche dati, responsabilità, luoghi, conseguenze e - per estensione e simbolicamente - partecipazione civile.

Un noir nordico e fondamentalmente europeista, che dimostra la sua tesi finale: la verità non coincide necessariamente con il ritrovamento, ma con il percorso che permette ai vivi di smettere di vivere nei vuoti - di conseguenza, la genitorialità non come conseguenza genetica, bensì esperienziale. E quando la serie porta a compimento ciò che sembrava rimanere sospeso, lo fa con deviazioni di prospettiva che sorprendono senza mai cercare lo stupore: il fine non è svelare un trucco, ma restituire alle storie rubate il tempo che è stato loro tolto.

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