| Titolo originale | Utøya 22. Juli |
| Titolo internazionale | Utøya: July 22 |
| Anno | 2018 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Norvegia |
| Durata | 90 minuti |
| Regia di | Erik Poppe |
| Attori | Andrea Berntzen, Aleksander Holmen, Brede Fristad, Solveig Koløen Birkeland Elli Rhiannon Müller Osborne, Jenny Svennevig, Ingeborg Enes, Sorosh Sadat, Ada Eide, Mariann Gjerdsbakk, Daniel Sang Tran, Torkel Dommersnes Soldal, Magnus Moen, Karoline Petronella Ulfsdatter Schau, Tamanna Agnihotri, Yngve Berven, Belinda Sørensen, Ann Iren Ødeby. |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,18 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 28 marzo 2018
Erik Poppe affronta un tema che ha scosso la Norvegia fino al midollo, e che continua a farlo ancora oggi. Il film è stato premiato agli European Film Awards,
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CONSIGLIATO SÌ
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Il 22 luglio alle 15.25 un’autobomba esplode ad Oslo dinanzi ai palazzi del governo. Meno di due ore dopo sull’isola di Utøya 500 giovani, che stanno partecipando a un campeggio estivo organizzato dal partito laburista, vengono aggrediti a colpi di arma da fuoco da un estremista di destra. 69 di loro moriranno, 110 saranno feriti di cui 55 gravemente.
Il film segue con un piano sequenza di 72 minuti (la durata effettiva dell’attacco) la giovane Kaja alla disperata ricerca della sorella Emilie. Una premessa di rende necessaria prima di qualsiasi riflessione di critica cinematografica.
La sceneggiatura del film si basa sulle effettive dichiarazioni rilasciate dai sopravvissuti ma modifica nomi ed altri elementi per rispetto nei confronti di chi ha vissuto quell’evento.
Quello a cui si assiste è, senza ombra di dubbio, un film dell’orrore e gli appassionati del genere potranno rinvenirvi diverse situazioni già viste in altre opere di genere. Magari qualcuno griderà anche allo scandalo parlando di sfruttamento a fini di lucro dell’evento più tragico avvenuto in Norvegia dopo la fine della seconda guerra mondiale. Non è così, a partire proprio dall’impianto narrativo che viene dato al film.
Poppe decide di aprire con le immagini relative all’attentato ad Oslo facendole seguire dalla descrizione della vita nel campeggio. A partire dal risuonare del primo colpo sparato dal fucile automatico di Breivik trascorrono esattamente 72 minuti. Come nella realtà. Inoltre la scelta non è quella di seguire l’attentatore ma di far vivere l’accaduto dalla parte delle vittime. Vengono così esplorati i più diversi sentimenti che attraversano ragazzi e ragazze di età tra i 12 e i 20 senza (quasi) mai staccarsi da Kaja che conosciamo inizialmente come una sorella maggiore preoccupata per una Emilie disordinata e in perenne atteggiamento di insubordinazione nei suoi confronti per poi accompagnarla nel terrore e nel bisogno di comprendere cosa stia accadendo che si trasforma in un disperato bisogno di conoscere in quali condizioni si trovi la sorella.
Attorno a lei giovani, più o meno coetanei, di ognuno dei quali emergono con grande sensibilità psicologica le reazioni primarie. C’è chi cerca di razionalizzare, chi si metterebbe ad urlare mettendo tutti in pericolo, chi tenta di consolare gli altri. Lo spettatore viene invitato non ad assistere voyeuristicamente a quanto accade quanto piuttosto spinto a chiedersi come avrebbe reagito (anche se adulto) a un evento tanto atroce quanto inatteso. Si esce dalla proiezione con una convinzione: 21 anni di detenzione (pena massima prevista dalla legislazione norvegese) sono nulla in confronto ai danni procurati non solo alle vittime ma anche, fosse anche solo psicologicamente, ai sopravvissuti. Quando il cinema costringe a riflettere ha adempiuto con successo ad uno dei suoi possibili compiti.