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Ultimo aggiornamento mercoledì 12 febbraio 2020
Costretto a trasferirsi in una scuola suburbana, il professor Foucault deve affrontare le dinamiche di un luogo di periferia. In Italia al Box Office Il professore cambia scuola ha incassato 106 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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François Foucault è professore di lettere al prestigioso liceo Henri IV di Parigi. Durante una serata, l'uomo si lamenta con una funzionaria dell'Educazione nazionale dei problemi delle scuole di periferia dove bisognerebbe inviare dei professori più competenti. Il messaggio viene recepito e François si ritrova a dover accettare, per la durata di un anno, il trasferimento in un liceo di periferia da cui si aspetta il peggio. Il professor Foucault dovrà allora confrontarsi con i limiti del sistema educativo e mettere in discussione i suoi principi e i suoi pregiudizi.
Olivier Ayache-Vidal firma il suo primo lungometraggio che risulta una toccante commedia drammatica sulla scuola pubblica, l'insegnamento e i problemi delle periferie.
Les grands esprits è un film di finzione per cui il regista si è talmente documentato da sfiorare il documentario. Per due anni Ayache-Vidal, infatti, si è immerso nella vita del liceo Barbara de Stains, nella periferia parigina, osservando la comunità turbolenta ma piena di vita, ben distante dal mondo suburbano infernale dell'immaginario collettivo. Ricordando così l'ottimismo e la speranza di Les Heritiers (2014) di Marie Castille Mention-Schaar e la tenacia ammirevole che anima Entre les murs (2008) di Laurent Cantet, Les Grands Esprits riprende il filone di un cinema sociale riconciliatore che si insinua tra i banchi di scuola alla ricerca di risposte alla mancanza di integrazione, ambizione e cultura di quei giovani che crescono lontano dalla tour Eiffel. L'autenticità, dunque, sembra la vera preoccupazione del regista che, perciò, ha voluto dei volti nuovi come insegnanti e i veri ragazzi del liceo Barbara come alunni.
Nel confronto, nello scambio, nel vero incontro tra insegnanti e studenti risiede il nocciolo del film che si sviluppa seguendo l'evoluzione del rapporto tra il professor Foucault, interpretato dal brillante Denis Podalydès della Comédie Française, e il sorprendente Seydou, un vero alunno della scuola dal nome di Abdoulaye Diallo.
Figlio di un uomo di lettere conosciuto e apprezzato, l'esigente professore di uno dei migliori licei parigini che si diverte a umiliare i suoi studenti sarà costretto, dunque, a rivedere il modo di insegnare i suoi classici, lasciando emergere un'umanità inaspettata nei confronti di giovani problematici che nessuno sa come prendere. Messo da parte il controproducente rigore, Foucault cerca dei metodi alternativi per parlare di Victor Hugo, riuscendo infine a coinvolgere anche il più ribelle come Seydou, che rivelerà un'intelligenza che nessuno prima era riuscito ad apprezzare.
Ayache-Vidal dunque si interroga sulle contraddittorietà e le assurdità del sistema pubblico, sulla cecità dei professori che preferiscono liquidare i propri alunni come svantaggiati piuttosto che vedere la propria incompetenza, sulla complessità ma anche l'emozione di riuscire a far leggere "Les Misérables" a chi non ne ha mai sentito parlare. Nonostante una narrazione prevedibile, il regista riesce nel proposito sincero di ridare speranza all'educazione in quello che è in fondo il ritratto di un professore eroico.
Oltre la riflessione sull'importanza della scuola o la denuncia delle problematiche delle banlieues, Olivier Ayache-Vidal racconta la grandezza di un professore nell'offrire ai suoi studenti un avvenire lontano dall'ignoranza a cui il contesto sociale li avrebbe destinati.
Ancora un film sulla scuola di oggi che arriva dalla Francia da dove ce ne arriva in media uno all'anno. Trattasi di prodotti secondo cliché abbastanza collaudati fondati su trame che si somigliano poiché sviluppano dinamiche più o meno simili e prevedibili, affidate a bravi attori che contribuiscono a realizzare tecnicamente un buon risultato finale.
Ambientato nelle banlieue di Parigi, Il professore cambia scuola (guarda la video recensione) fa avanzare il dibattito sul sistema scolastico, che sovente fatica a compiere la sua missione. Soprattutto nelle periferie delle città dove Olivier Ayache-Vidal piazza la macchina da presa al termine di uno studio approfondito sul territorio. L'idea al cuore del film è di confrontare i figli nati dall'immigrazione con la tradizione classica francese. Il mediatore è un professore 'blasonato' trasferito da un prestigioso liceo parigino in una scuola delle banlieue per un suggerimento supponente e azzardato. Il suo metodo, dopo l'iniziale spiazzamento, è di restituire agli allievi la propria dignità, trovare dei metodi alternativi per interessarli alla letteratura, preferire la perseveranza alla sistematicità del consiglio di disciplina. A Roma per presentare il suo film davanti agli studenti e ai loro professori, Olivier Ayache-Vidal ci racconta la sua visione della scuola e dell'insegnante, cavalcando l'onda di un cinema popolare riconciliatorio. Perché qualche volta la volontà di un professore può conciliare 'grandi spiriti' e "grandi testoni".
Diversamente da molti film americani, nel suo gli studenti non diventano brillanti da un giorno all'altro, non ci sono progressioni spettacolari. Dunque è possibile evitare i cliché del genere?
È possibile osservando la realtà, facendo esperienza diretta sul territorio. Sono stato due anni nella scuola in cui ho girato e in cui la storia si svolge. La situazione nelle scuole e nelle classi qualche volta è così complessa che sarebbe idiota risolverla con una bacchetta magica. Non esiste magia, non esistono ricette, a contare, a fare la differenza sono soltanto la perseveranza e la pazienza degli insegnanti. Certo non è facile ma io credo che sia comunque possibile. È vero, i progressi dei miei allievi non sono spettacolari perché non è così che funzionano le cose, sono piuttosto delle piccole gocce d'acqua, il principio di un fiume che impiegherà del tempo a formarsi.
Negli ultimi anni nelle sale francesi sono usciti diversi film che hanno per oggetto la scuola, penso a Una volta nella vita, A voce alta - La forza della parola (guarda la video recensione), La classe - Entre les murs. Mi spiega questa urgenza?
Non so dire se sia un'urgenza ma certamente è una questione complessa e delicata che sta molto a cuore ai francesi. Non ho i dati alla mano per dire se effettivamente la questione interessi più i francesi che gli altri paesi del mondo. Io credo che la scuola sia un tema che preoccupi tutto il mondo. Non ho fatto degli studi a riguardo e non so perché la società francese avverta l'esigenza di rappresentare tanto spesso il sistema educativo, penso che sia qualcosa che viene da lontano, dalla scuola pubblica. Per rispondere correttamente a questa domanda dovrei fare uno studio comparato tra diversi paesi. Con certezza posso dire quello che ho verificato personalmente col mio film. Sono stato invitato recentemente al festival di Lecce, dove ho incontrato dei professori che mi dicevano che quella sullo schermo era proprio la loro vita, che le cose nella (loro) realtà andavano esattamente così. In Perù, in Nigeria e in tutti gli altri posti dove sono stato col mio film, mi hanno detto tutti la stessa cosa. Ci sono tanti professori che non sanno come approcciare un allievo difficile, come restituirgli il gusto di apprendere.
Per me la cosa più importante a scuola è che il professore riesca a interessare l'allievo, non dovrebbero essere gli allievi a preoccuparsi di questo ma i professori. La regola vale anche per un regista, non deve essere il pubblico a preoccuparsi del film ma il regista a interessarlo col suo film. Non è colpa dello spettatore e non è nemmeno colpa degli studenti se la relazione non funziona. Bisogna cambiare il punto di vista, gli insegnanti devono domandarsi come rendere interessante la propria materia. Come appassionare i ragazzi all'italiano, alla letteratura francese, alla lingua tedesca....
La scuola sono io. Comodo e gratificante insegnare lettere in uno dei licei più prestigiosi di Parigi. Tutti ti rispettano, colleghi e allievi, senza battere ciglio. E con i tramortiti studenti ci si può anche permettere di dare giudizi pesanti, sarcastici sul loro scarso ingegno e sul loro ancor più ridotto impegno. Tanto, sono delle vere e proprie amebe.