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marco d''aviano
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mercoledì 25 gennaio 2017
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un film profondo, dalle molte facce
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Il commento di Jack Beauregarde merita di essere discusso, perché coglie acutamente alcuni nodi centrali del film, ma la valutazione che egli dà dovrebbe essere cambiata di segno: a mio parere, ciò che egli considera difetti sono i principali pregi del film. Il succo del film può anche essere considerato – come lui dice – “fino a che punto vale la pena di difendere e diffondere la propria fede religiosa?”. Ma questo è un tema gigantesco, che vale bene un film di quasi tre ore! A condizione, ovviamente, di considerare la diffusione di una fede che vuole essere universale un problema interessante.
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Il commento di Jack Beauregarde merita di essere discusso, perché coglie acutamente alcuni nodi centrali del film, ma la valutazione che egli dà dovrebbe essere cambiata di segno: a mio parere, ciò che egli considera difetti sono i principali pregi del film. Il succo del film può anche essere considerato – come lui dice – “fino a che punto vale la pena di difendere e diffondere la propria fede religiosa?”. Ma questo è un tema gigantesco, che vale bene un film di quasi tre ore! A condizione, ovviamente, di considerare la diffusione di una fede che vuole essere universale un problema interessante. Jack dice poi che il film è superficiale: manca di approfondimento sui personaggi, sui contenuti religiosi cristiani e buddisti, sui rapporti sociali nel Giappone feudale, sulla condizione dei giapponesi divenuti cristiani. A me pare, invece, che il film conduca la storia e i personaggi da una iniziale situazione nebulosa a una chiarezza sempre maggiore, sotto tutti gli aspetti richiesti. Per lo spettatore che non si stanca troppo presto, la narrazione mette esattamente nella prospettiva del padre Rodriguez, che entra in un mondo sconosciuto - sia quello dei kristan che quello dei loro nemici – e lentamente e con fatica impara a conoscerlo. C’è poi del vero quando Beauregarde dice che il piccolo Giuda è una ridicola macchietta, ma dispiace che non si accorga che proprio questo personaggio è l’invenzione artisticamente più alta del film. Il ridicolo Kichijiro, con il suo avvilente ripetitivo ritorno al tradimento e alla richiesta di perdono, è lo specchio comico in cui si rflette la vicenda tragica dei “preti perduti”. Rodriguez continua (con disgusto, ma lo fa) ad assolvere lo spregevole Kichijiro, e solo per questo, quando anche lui tradisce la fede, potrà continuare a tenere addosso la croce di legno donatagli dal martire. La comparsa finale del padre Ferreira (Neeson), attesa per tutto il film (anche se Jack Beauregarde dice che ormai se ne era scordato), è decisiva per tutto il senso del racconto, e non poteva che arrivare a quel punto. E’ qui che si pone nel modo più chiaro e drammatico il paradosso che regge tutta la storia: la fede in un Uomo-Dio che predica ed esige l’amore può lasciare morire degli innocenti? Ma cosa resta di questa fede e di questo amore se, in nome dell’amore, si ripudia la fede e la si demolisce nel cuore di chi era disposto a morire per la fede? Resta infine da dire che la pellicola di Scorsese, raccontando una vicenda antica, parla di questioni del nostro tempo: la relatività dei diversi punti di vista culturali e la possibilità di una predicazione universale; il ribaltamento delle responsabilità, per cui il carnefice accusa la vittima di essere colpevole della morte di altri perseguitati; l’asimmetria tra chi vede la religione dal punto di vista della ragion di Stato e chi vede gli Stati dal punto di vista della fede. Ce n’è abbastanza per parlare di un grande film, con la sola perplessità sulla ostentazione esagerata di efferatezze, non necessaria in quella quantità.
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ale bologna
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mercoledì 25 gennaio 2017
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inguardabile, insulso, lentissimo e noioso
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Il peggior film degli ultimi 10 anni volevamo uscire dal cinema e come noi insoddisfatti molti spettatori all'uscita. Incomprensibili le recensioni entusiastiche di alcuni
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ale bologna
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martedì 24 gennaio 2017
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noioso e lento, delusione totale
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Interminabilmente noioso. Se ci fosse stata una interruzione per il primo tempo saremmo usciti dal cinema, per la prima volta in vita mia. La gente che all'uscita dal cinema si lamentava di questo film a mio avviso banale e inutilmente lento, a dispetto di entusiastiche recensioni che si leggono su questo sito e che davvero fatico a comprendere. Nulla a che vedere con gli altri film fantastici di Scorsese.
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super2davide
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martedì 24 gennaio 2017
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silence: capolavoro
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Tralasciando la breve descrizione della trama che può essere letta dal critico di mymovies, Silence, l'ultima fatica del Maestro Scorsese, non è solo un film, ma una vera e propria opera d'arte, un'esperienza audiovisiva unica, un viaggio nella nostra anima che, attraverso interminabili domande, dubbi e soprattutto silenzi, riesce a raggiungere Dio, descritto non come un'Entità astratta lontana da noi, che esaudisce qualsiasi nostro desiderio, ma come una Forza Superiore che ci sta vicino e insieme a noi soffre, si carica i nostri affanni e ci accompagna, durante tutta la nostra vita, in maniera misteriosa, quasi inpercettibile. È proprio questo il miracolo che il cineasta originario di Little Italy riesce a compiere, rappresentare ciò che trascende e la fede stessa attraverso immagini, suoni e pause.
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Tralasciando la breve descrizione della trama che può essere letta dal critico di mymovies, Silence, l'ultima fatica del Maestro Scorsese, non è solo un film, ma una vera e propria opera d'arte, un'esperienza audiovisiva unica, un viaggio nella nostra anima che, attraverso interminabili domande, dubbi e soprattutto silenzi, riesce a raggiungere Dio, descritto non come un'Entità astratta lontana da noi, che esaudisce qualsiasi nostro desiderio, ma come una Forza Superiore che ci sta vicino e insieme a noi soffre, si carica i nostri affanni e ci accompagna, durante tutta la nostra vita, in maniera misteriosa, quasi inpercettibile. È proprio questo il miracolo che il cineasta originario di Little Italy riesce a compiere, rappresentare ciò che trascende e la fede stessa attraverso immagini, suoni e pause. Silence è un film cristiano, realizzato da un uomo che crede fermamente in Dio, ma è rivolto a tutti, atei, agnostici e credenti, invitando lo spettatore alla riflessione, al dubbio e, infine, a cercare di abbracciare quel ignoto tanto silenzioso quanto affascinante al quale non riusciamo a dare spiegazioni. Si tratta di un'opera monumentale di enorme profondità, complessa e articolata, lenta e di difficile fruizione. Non è un film per tutti, anzi, è un film per pochi, per quelli che si vogliono mettere in gioco, riflettere e imparare qualcosa. Dal punto di vista tecnico, siamo ai livelli di perfezione di Toro scatenato (per citare un'altra opera magna di uno dei più grandi registi di sempre); tutto è a suo posto, non ci sono errori. Le interpretazione sono magistrali, la fotografia è sublime, il montaggio è certosino, la sceneggiatura e la regia sono perfette. Questa pellicola sembra quasi la continuazione ideologica dell'Ultima tentazione di Cristo, altro Capolavoro del Maestro Martin, al quale vengono aggiunti temi trattatati dal grande cineasta svedese, Igmar Bergman (in particolare ritroviamo le atmosfere del Settimo sigillo e di Luci d'inverno). Grazie Scorsese per averci regalato quello che tuttora considero l'opera d'arte più profonda, bella ed emozionante che io abbia mai visto.
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martedì 24 gennaio 2017
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inguardabile
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cristian
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martedì 24 gennaio 2017
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"alla mia preghiera risponde il silenzio".
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Probabilmente l’opera più sentita e personale del premio oscar Martin Scorsese (Taxi Driver; Toro scatenato; Quei bravi ragazzi; Gangs of New York; The Departed - Il bene e il male; Shutter Island; The Wolf of Wall Street), Silence va a collocarsi nella nicchia dei capolavori non universalmente riconosciuti del cinema, intriso di messaggio morale veicolato attraverso un film che non è per tutti. Scorsese partecipa direttamente anche alla sceneggiatura insieme a Jay Cocks (L’età dell’innocenza; Strange Days; Gangs of Nwe York). Dialoghi e pensieri dei protagonisti, così come i lunghi silenzi, palesano l’intento di far riflettere lo spettatore.
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Probabilmente l’opera più sentita e personale del premio oscar Martin Scorsese (Taxi Driver; Toro scatenato; Quei bravi ragazzi; Gangs of New York; The Departed - Il bene e il male; Shutter Island; The Wolf of Wall Street), Silence va a collocarsi nella nicchia dei capolavori non universalmente riconosciuti del cinema, intriso di messaggio morale veicolato attraverso un film che non è per tutti. Scorsese partecipa direttamente anche alla sceneggiatura insieme a Jay Cocks (L’età dell’innocenza; Strange Days; Gangs of Nwe York). Dialoghi e pensieri dei protagonisti, così come i lunghi silenzi, palesano l’intento di far riflettere lo spettatore. Fotografia di Rodrigo Prieto (La 25esima ora; 21 grammi; Alexander; I segreti di Brokeback Mountain; Argo; The Wolf of Wall Street). Musiche di Kim Allen Kluge, Kathryn Kluge. I protagonisti Andrew Garfield e Adam Driver danno buona prova di sé nel film, senza dubbio, più impegnativo della loro giovane carriera.
Nella prima metà del XVII secolo due giovani padri gesuiti portoghesi, Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver), partono alla volta del Giappone perché venuti a conoscenza dell’abiura (rinuncia della fede) da parte del missionario, nonché loro mentore, Padre Cristóvão Ferreira (Liam Neeson). I due, increduli, decidono quindi di affrontare il viaggio e verificare di persona la veridicità della notizia. In Giappone, a quel tempo, lo shogunato perseguita e uccide i cristiani in nome dell’ordine politico, e tortura i preti costringendoli a rinnegare la propria religione. Padre Rodrigues e padre Garupe dovranno dunque fare i conti con il forte clima di ostilità e con la persecuzione in atto nei confronti dei convertiti nonché con la loro stessa spiritualità, vacillante di fronte a tanta crudeltà e diversità.
Martin Scorsese trae la sua ultima fatica, in cantiere dagli inizi degli anni ’90, dal libro Silenzio del giapponese Shusaku Endo. Questo dovrebbe già dire molto o tutto su quanto il regista sentisse nel profondo questa opera. Sin dai primi minuti del film si ha l’impressione di aver a che fare con qualcosa di intimo. Scorsese vuole trasmettere prepotentemente a chi guarda tutti i dubbi e le domande che un uomo adulto dovrebbe porsi sulla religione, sulla fede, sulla diversità. Insomma, nella lunga durata della pellicola il regista ha cercato di inserire tutto quello che il libro di Endō ha scatenato prima di tutto in lui. In occidente la religione cristiana, ai tempi della storia di cui si parla, ha visto più di un millennio di conflitti, sangue, modifiche, adeguamenti, indottrinamenti. Si pretende di voler portare “la Verità con la V maiuscola”, la propria concezione di Dio, di punto in bianco e con immediato successo, in un Paese altro, il quale già possiede credenze e modi di pensare e vivere ben radicati e identitari. La diversità di lingua non aiuta per nulla i missionari i quali tentano di diffondere una dottrina complessa senza adeguarsi e adattarsi minimamente al luogo che li ospita. E se quella della lingua è la disuguaglianza più eclatante, ecco che entrano in gioco situazioni ben più complesse come l’identità di un popolo. I missionari credono di avere successo sulle povere anime dei piccoli villaggi ma in realtà queste non fanno altro, ed è ovvio, che travisare e adattare il messaggio cristiano al proprio modo, già insito in loro, di percepire la spiritualità. C’è chi battezza il proprio figlio e crede dunque, di conseguenza, di meritare il paradiso; chi crede che qualsiasi tipo di peccato può essere sempre reiterato perché gli è garantita l’assoluzione di un prete; chi è disposto a morire per la persona fisica di padre Rodrigues e non per il Dio intangibile. Sono troppe le incompatibilità di base che non permettono un sodalizio tra due concezioni esistenziali ai poli opposti. Le crudeltà dello shogunato nei confronti dei “cristiani” si parano davanti agli occhi dei due padri portoghesi che, se all’inizio mostrano una fede forte che li rende consapevoli di un prossimo intervento risolutore di Dio, col passare del tempo e con la crisi fisica e mentale qualcosa in loro comincia a scricchiolare. Il Silenzio di Dio di fronte alle atrocità commesse pesa davvero. La fede è davvero così forte da non poter crollare davanti a soprusi e minacce? Rodrigues è un novello Gesù che vive la riproposizione delle persecuzioni delle prime comunità cristiane in Occidente, questa volta in terra d’Oriente. Comunità composte da acerbi fedeli che pregano di nascosto per sfuggire ad una legge spietata che li ritiene un problema politico, pratico. Il film di Scorsese mette dunque sul piatto dei fedeli, ma non solo, molti dubbi. Il rispetto nei confronti di un popolo deve necessariamente varcare i confini politici e religiosi. Nessuno è portatore della Verità assoluta ma soltanto della propria verità, che non è quella di un altro. Scorsese decide di abolire la musica durante tutto il film, lasciando parlare i suoni naturali al fine di rendere Silence un’esperienza meno cinematografica possibile e più personale. Andrew Garfield e Adam Driver sono molto credibili nei panni dei malnutriti gesuiti. Apprezzando a dismisura Garfield mi sarei però aspettato qualcosa in più da lui a livello interpretativo. Lo avrei voluto più intenso e convincente come in The Amazing Spider-Man o 99 Homes. Avrà tempo per fare il grande, grandissimo salto che merita un talento come lui ma direi che lavorare con Scorsese in un’opera così impegnativa è già un grande traguardo e una bella fatica. Lode al lavoro su scenografia e costumi dei pluripremiati Dante Ferretti (Medea; Salò e le 120 giornate di Sodoma; Amleto; L’età dell’innocenza; Intervista col vampiro; Gangs of New York; The Aviator; Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Eleet Street; Hugo Cabret) e, soltanto sulla scenografia, Francesca Lo Schiavo (Il nome della rosa; Gangs of New York; Ritorno a Cold Mountain; The Aviator; Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Eleet Street; Hugo Cabret). Ora, perché soltanto tre stelle? Il fatto che Scorsese sentisse troppo personalmente quest’opera non poteva avere soltanto lati positivi, anzi. Sia ben chiaro, quello che è riuscito a realizzare è, come ci si immaginava, sontuoso ma il film soffre, da una parte, proprio dei sentimenti del regista. La durata del film, seppur comprensibile viste le tematiche profonde, risulta eccessiva agli occhi dei più e la pellicola di conseguenza richiede molta concentrazione e pazienza soprattutto a causa di un ritmo lento che non aiuta a tenere alta l’attenzione. Comprendo dunque chi esce dalla sala annoiato e spazientito seppure inizialmente interessato e veramente coinvolto dalla trama e dal messaggio che trapela. Sinceramente, a me una seconda visione, ora come ora, risulterebbe difficile. E’ sicuramente l’opera più recente di Scorsese dove in realtà il protagonista non è altri che lui. Lo accetto ma non lo condivido. Silence è probabilmente quell’unico jolly che nella vita soltanto pochi registi come Scorsese possono giocarsi. D’altronde il sommo non ha bisogno di affermarsi e quindi si può ben permettere di realizzare un film come Silence che (e mi auto-cito perché non saprei come altro finire) “ va a collocarsi nella nicchia dei capolavori non universalmente riconosciuti del cinema, intriso di messaggio morale veicolato attraverso un film che non è per tutti”.
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kaipy
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martedì 24 gennaio 2017
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senza slancio
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Meglio il primo tempo del secondo, ma entrambi privi di slancio.
Il film si trascina senza inserimenti di nota, la trama procede senza balzi e prepara il terreno per l'incontro con Ferreira che si sfalda subito dopo, in un riassunto conclusivo...
Il percorso di fede messo duramente alla prova dalle persecuzioni non arriva con l'impatto dovuto.
I dialoghi con l'inquisitore che dovrebbero intelligentemente mettere a confronto Cristianesimo e Buddismo sono appena accennati e superficiali.
La crisi spirituale del giovane gesuita non arriva, le sue domande a Dio neppure...
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alberto
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lunedì 23 gennaio 2017
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una visione modernissima della fede
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Il povero Russell Crowe aveva provato con insistenza a far legittimare il suo noioso Noah del controverso regista Darren Aronofsky presso il Vaticano. Era perfino venuto in Italia nel tentativo di farsi ricevere dal Papa ma inutilmente.
Vedendo il film di Martin Scorsese ho capito perché è stato preso in seria considerazione dal Papa e dal Vaticano e trattato come una grande opera d'arte quale essa è. Perché il film contiene un'idea antica e allo stesso tempo modernissima della fede. Il regista sembra simpatizzare per la posizione dei giapponesi che vedono nell'evangelizzazione del loro paese l'opinione preconcetta e arrogante di supremazia degli europei in relazione ai propri modelli culturali e filosofici.
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Il povero Russell Crowe aveva provato con insistenza a far legittimare il suo noioso Noah del controverso regista Darren Aronofsky presso il Vaticano. Era perfino venuto in Italia nel tentativo di farsi ricevere dal Papa ma inutilmente.
Vedendo il film di Martin Scorsese ho capito perché è stato preso in seria considerazione dal Papa e dal Vaticano e trattato come una grande opera d'arte quale essa è. Perché il film contiene un'idea antica e allo stesso tempo modernissima della fede. Il regista sembra simpatizzare per la posizione dei giapponesi che vedono nell'evangelizzazione del loro paese l'opinione preconcetta e arrogante di supremazia degli europei in relazione ai propri modelli culturali e filosofici. E i due protagonisti del film assecondano il punto di vista dei giapponesi in virtù della salvezza dei contadini trucidati dall'Inquisizione locale come Cristo che morì sulla croce per salvare l'umanità. Ma nello stesso tempo essi conservano fino alla morte e segretamente la loro fede cristiana. Come a dire che oggi, più che mai, la fede religiosa deve essere un sentimento personalissimo e ciascuno deve essere libero di vivere e praticare la propria senza prevaricare gli altri.
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lunedì 23 gennaio 2017
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l''ultima tentazione di garfield - parte 2
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Se consideriamo Silence dal punto di vista dell’intensità riflessiva, gli elogi non possono mancare, sebbene i dialoghi non sempre arrivino al livello di una discussione teologica approfondita, che non entra nel merito della questione dottrinale ma resta in superficie, nell’aspetto pragmatico, sulla legittimità di agire o meno in un certo modo. Inoltre, se lo si considera dal punto di vista della qualità cinematografica, occorre ammettere che alcune delle sue grandi potenzialità non vengono sfruttate. Silence non vuole essere un film di gran ritmo ma si concede, fin da subito, il coraggio della lentezza. Non sempre però quello della profondità, soprattutto dialogica che decolla solo nella seconda parte, dove alcuni scambi di battute con l’Inquisitore Inoue e con Liam Neeson rimangono davvero impressi a livello contenutistico.
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Se consideriamo Silence dal punto di vista dell’intensità riflessiva, gli elogi non possono mancare, sebbene i dialoghi non sempre arrivino al livello di una discussione teologica approfondita, che non entra nel merito della questione dottrinale ma resta in superficie, nell’aspetto pragmatico, sulla legittimità di agire o meno in un certo modo. Inoltre, se lo si considera dal punto di vista della qualità cinematografica, occorre ammettere che alcune delle sue grandi potenzialità non vengono sfruttate. Silence non vuole essere un film di gran ritmo ma si concede, fin da subito, il coraggio della lentezza. Non sempre però quello della profondità, soprattutto dialogica che decolla solo nella seconda parte, dove alcuni scambi di battute con l’Inquisitore Inoue e con Liam Neeson rimangono davvero impressi a livello contenutistico. La sceneggiatura di Jay Cocks, già collaboratore di Scorsese in Gangs of New York pecca di alcune ripetizioni, di sequenze indugianti che solo a tratti incrementano l’intensità ossessiva e non sempre la profondità di Silence.
La fotografia è meravigliosa, i villaggi sono ricostruiti alla perfezione, e la dimensione sincronica audiovisiva parte molto bene nei titoli di testa con un coro di cicale che improvvisamente si zittisce. Poi questo silenzio si trasforma, e non sempre viene “sentito”. Diventa il silenzio delle immagini rispetto all’esito crudele dei fatti, il silenzio di Dio che non risponde alle preghiere, quello del credente che non ha il coraggio di professare la fede. Questa costante ambivalenza a volte indebolisce il mordente di Silence che a tratti si smarrisce in un senso di incompiutezza.
Altro difetto è una certa, incomprensibile disparità nel peso specifico degli interpreti. Garfield è inizialmente affiancato dal più bravo Adam Driver, dimagrito a sproposito rispetto al più noto ruolo di Kylo Ren e con il volto scavato. La sua figura, ben più adatta a fare il prigioniero dal volto compassato, viene invece tolta di mezzo per concentrarsi sul solo Garfield che con il solito visino pulito e “cittadino” non sempre è credibile. Anche Neeson, personaggio totem della vicenda, ma che vediamo poco, avrebbe certamente dato uno spessore diverso e autorevole che il protagonista non riesce a dare con continuità, se non per la già citata somiglianza con Gesù di cui padre Rodrigues è chiaramente un’allegoria.
Rimane certamente un film importante, intenso e di grande passione. La potenza delle immagini è comunque maggiore di quella del silenzio.
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lunedì 23 gennaio 2017
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l''ultima tentazione di garfield - parte 1
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E’ il 1633. Dal Portogallo due gesuiti partono per il Giappone alla ricerca di padre Ferreira, scomparso nella città di Nagasaki in seguito a una presunta abiura della propria fede. Padre Rodrigues e padre Garupe (Andrew Garfield e Adam Driver) si rifugiano in clandestinità in un villaggio di cristiani che viene presto ispezionato dall’inquisitore Inoue Masashige. Inizia così la fuga dalla persecuzione fino alla cattura, vissuta con l’angosciosa preghiera a un Dio che risponde unicamente con il silenzio.
Lo Scorsese tormentato dalla doppia natura, che nel 1988 diresse il film scandalistico L’ultima tentazione di Cristo, ritorna con Silence ad insinuare il dubbio ossessivo di fede nei suoi protagonisti e nello spettatore.
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E’ il 1633. Dal Portogallo due gesuiti partono per il Giappone alla ricerca di padre Ferreira, scomparso nella città di Nagasaki in seguito a una presunta abiura della propria fede. Padre Rodrigues e padre Garupe (Andrew Garfield e Adam Driver) si rifugiano in clandestinità in un villaggio di cristiani che viene presto ispezionato dall’inquisitore Inoue Masashige. Inizia così la fuga dalla persecuzione fino alla cattura, vissuta con l’angosciosa preghiera a un Dio che risponde unicamente con il silenzio.
Lo Scorsese tormentato dalla doppia natura, che nel 1988 diresse il film scandalistico L’ultima tentazione di Cristo, ritorna con Silence ad insinuare il dubbio ossessivo di fede nei suoi protagonisti e nello spettatore. La vicenda di padre Rodrigues, che prima agisce in clandestinità, poi viene tradito, catturato e infine sottoposto a giudizio, si traduce con l’angoscia provata anche da Gesù nel sospetto di essere stato abbandonato dal Padre in punto di morte sulla croce. Ma anche la famosa citazione proferita a Giuda “Quel che devi fare, fallo al più presto” (Giovanni, 13,27) è ripetuta padre gesuita al suo discepolo inaffidabile. L’equazione tra la vicenda di Rodrigues e la passione di Cristo diventa lampante, se non scontata, a circa metà film, anche per via della somiglianza fisica di Andrew Garfield che durante la prigionia vediamo sempre più barbuto e capellone. Una Passione che prende però la deviazione inaspettata, quella forse dettata da Satana, forse dal buon senso, forse dall’etica (e questa è la riflessione di maggior interesse proposta da Scorsese) che porta il protagonista a rinnegare. Esattamente come ne L’Ultima tentazione.
Questa lettura di Silence è ovviamente parziale ed esaurirebbe le enormi potenzialità del film di Scorsese, che ha dalla sua anche il vantaggio di un inquadramento storico inedito nel cinema e comunque poco noto: le persecuzioni ai Cristiani nel Giappone del XVII secolo. Un tribunale itinerante passa in rassegna luoghi periferici e villaggi sperduti offrendo sostanziose taglie per chi denuncia un “Khirishtian” e ben più alte per chi denuncia un prete. Chi viene catturato deve sottoporsi ad alcuni gesti simbolici per abiurare, come calpestare un’icona sacra o sputare su una croce.
Con queste premesse, Scorsese ha il materiale adatto per un film giustamente intenso e crudo, dove l’angoscia per la sofferenza perennemente si accompagna alla riflessione religiosa e umana. Questo merito di Silence è innegabile e stimola molte considerazioni sull’idolatria, sull’equivoco di fondo dei Giapponesi che hanno la concezione empirica dell’oggetto sacro. Sull’orgoglio egoistico di rinunciare ad abiurare pur mettendo a rischio la vita di altri (Dio lo vorrebbe?), la legittimità dell’atteggiamento “nicodemico” di chi, cioè, in privato ha alcune convinzioni che in pubblico non mostra. Esattamente come il fariseo Nicodemo, membro del Sinedrio ma in segreto discepolo di Gesù. Ultima, ma forse più importante, la differenza di fondo tra il mondo europeo cristiano e quello giapponese, in cui il buddhismo zen si sovrappone a più antiche concezioni shintoiste e causa delle difficoltà intrinseche nell’accettare un Dio di amore e di misericordia che non ha vera e propria raffigurazione negli oggetti di culto.
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