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Ultimo aggiornamento giovedì 12 febbraio 2026
Hugh Glass desidera vendicarsi di due uomini che lo hanno derubato e abbandonato dopo essere rimasto ferito per colpa di un orso. Il film ha ottenuto 12 candidature e vinto 3 Premi Oscar, 4 candidature e vinto 3 Golden Globes, 7 candidature e vinto 5 BAFTA, 9 candidature e vinto 2 Critics Choice Award, ha vinto un premio ai SAG Awards, Al Box Office Usa Revenant - Redivivo ha incassato 183 milioni di dollari .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Sono gli anni Venti del diciannovesimo secolo. Soldati, esploratori, cacciatori di pelli, mercenari solcano i territori ancora sconosciuti d'America per trarne profitto. Glass è l'uomo che meglio di tutti i suoi compagni di spedizione conosce la terra impervia in cui si sono inoltrati. Il suo compito è riportare la compagnia al forte e tutto ciò che lo preoccupa è proteggere suo figlio, un ragazzo indiano. Lo scontro con un grizzly lo lascia in condizioni prossime alla fine. Il più arrogante della compagnia, Fitzgerald, si offre di restare per dargli sepoltura, ma lo tradisce orribilmente. La volontà di vendicarsi rimetterà in piedi Glass e darà inizio ad un'odissea leggendaria.
L'universo di Revenant - Redivivo è un universo manicheo: c'è la neve che gela e c'è il fuoco che scalda; c'è il rispetto della parola data e c'è il tradimento; infine, e soprattutto, ci sono due idee di uomo
Inarritu prende in carico il progetto che in prima battuta doveva essere di John Hillcoat e mette in scena un film quasi essenziale rispetto all'arabesco formale e narrativo che è stato spesso la bandiera del suo cinema: un film che ha la pretesa di affondare il coltello (e sono tanti gli affondi di lama) niente meno che nell'essenza, appunto, della natura dell'uomo.
La performance di Di Caprio, in gran parte (la parte migliore) quasi muta, non andrebbe oltre la sensazione dell'effetto speciale, ben assecondato ma costruito, se non fosse che il film, pur insistendo sull'aspetto estremo della lotta per la sopravvivenza - col racconto visivo delle più ardite pratiche chirurgiche e gastronomiche -, non lascia che il dolore fisico del protagonista superi lo strappo dell'anima, stringendoli in un unico nodo. Il personaggio di Hawk, di cui non c'è traccia nel libro di partenza né nella documentazione storica su Hugh Glass, è un'invenzione utilitaristica ma, in fondo, necessaria per scaldare la motivazione del protagonista e farne un "Gladiatore" dei ghiacci.
Ad un cuore narrativo pulsante, benché a dir poco basilare, primitivo come l'ambiente geografico e umano in cui è ambientato, Inarritu accompagna un'estetica di sangue misto, che combina, da un lato, un'immersione letterale nella natura e nel western iperrealista e, dall'altro lato, un immaginario sentimentale sopra le righe, non proprio originale. In materia di dialogo come d'immagine e persino di colonna sonora, non manca, infine, qualche retorica di troppo ("Non ho paura di morire: sono già morto" è una battuta che andrebbe bandita causa abuso).
Ai confini del mondo, il messicano Inarritu non incontra né Herzog né Malick: ritrova le proprie convinzioni cinematografiche, rinnova l'arte dello sfoggio, ma la semplificazione degli attori in gioco e la potenza dello spazio scenico, temperando il narcisismo, operano a vantaggio del film.
Gli aggettivi che mi vengono in mente dopo la visione di “The revenant” sono: maestoso, epico, selvaggio, prometeico. Il film di Iñárritu rimanda, come in un gioco di specchi, ad opere come “Into the wild”,”The new world”,”Grizzly man”, “Aguirre, furore di Dio”, sviluppando un percorso artistico originale a partire dalla spettacolarizzazione di una storia vera, ambientata nel grande nord americano [...] Vai alla recensione »
Leonardo DiCaprio ha vinto l'Oscar come attore protagonista in Revenant. Lo dico al passato perché il fatto è certo. Mi espongo, ci metto la faccia. Le condizioni e le
congiunzioni erano troppo propizie. Giustizia è stata fatta. L'attore era alla sua quinta nomination. Dico che forse questa performance non è eppure la sua migliore.
I precedenti: Buon compleanno Mr. Grape, The Aviator, Blood Diamond, The Wolf of Wall Street. Tutte grandi prove d'attore. E a parer mio alla lista ne mancano altre, come Poeti dall'inferno, Nessuna verità, J. Edgar e Il grande Gatsby. Il film tratto dal romanzo di Scott Fitzgerald presenta un fotogramma che potrebbe rappresentare il logo di documenti ufficiali del cinema. Quando DiCaprio si rivela al suo interlocutore Nick Carraway: "Sono io Gatsby".
Quel sorriso, quella sicurezza, quell'appeal, appartengono solo a Leonardo, il "genio", (anche lui) il più grande attore americano del cinema contemporaneo.
Digitale
C'è molto digitale in quel film, è notorio che l'orso che massacra il cacciatore è virtuale. Ma l'attore che mangia il pesce crudo, che brucia la polvere su una ferita, che si protegge dal freddo nelle interiora di un cavallo, che scende nella corrente di quel fiume del nord, sono azioni vere. È quell'impegno eccezionale, estremo, che ha portato molti punti per l'attribuzione dell'Oscar. E c'è dell'altro. È vero che, nel quadro delle valutazioni dei membri dell'Academy la trasfigurazione è sempre stata un modello vincente. Può significare pazzia, menomazione, malattia, tutti registri ai quali gli attori, quelli bravi naturalmente, amano applicarsi. Certi addetti, tecnici, puristi, non sono così positivi verso quel metodo. L'obiezione sarebbe: "Trattasi di registri infiniti, non codificati, persino facili perché ti ci puoi muovere come credi, valgono tutti gli estremi." Però l'interpretazione diventa efficace, clamorosa, lo spettacolo ci guadagna. DiCaprio ha vinto per molte ragioni. La prima l'ho detta sopra nella sua collocazione nel cinema americano. A seguire: è stato maltrattato, magari preso in giro, più volte, dall'Academy. Per questa nomination si è innescata una campagna a suo favore talmente potente che l'establishment hollywoodiano, la parte che non lo ama, non oserà... provocare il mondo. Quel movimento è forte, ma adesso DiCaprio è più forte. Rientra negli "anomali della trasfigurazione" chiamiamoli così, che hanno vinto l'Oscar quando non erano al massimo del loro percorso o erano impegnati in ruoli che li deformavano o abbruttivano. Sono molti, in tutte le epoche.
Quando uscì Into the Wild - Nelle terre selvagge di Sean Penn - il film più lucido e penetrante sul possibile rifiuto del mondo per come è - molti lo scambiarono per un facile elogio della fuga e del biologico/alternativo.
Peccato che quella di Christopher, il protagonista, fosse al fondo la scelta di chi possiede una grande motivazione ma non le capacità di sopravvivere alla wilderness: la carne cacciata marcisce, il cibo scarseggia, e l'orizzonte americano diventa infine la tomba del ragazzo. Tutto ciò non sarebbe mai accaduto allo Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) in Revenant - Redivivo, capace di sopravvivere in tutti i modi più incredibili, sfidando natura, animali, nemici e intemperie, e trovando soluzioni ingegnose in ogni momento in cui la propria esistenza viene messa in pericolo da agenti esterni (e a un certo punto, dall'"uomo chiamato cavallo" si passa all'"uomo vestito cavallo", come capirà chi ha visto o sta per vedere il film di Iñárritu).
un ulteriore gruppo di opere narra la hybris dell'uomo, che sfida la natura senza comprendere che l'estremo non è un reality show ma qualcosa di ben più insondabile
Ci troviamo di fronte a due spinte diverse, nella Hollywood contemporanea. Da una parte, l'homo technicus, cioè colui che grazie alla scienza appresa è in grado di cavarsela con creatività nei frangenti più pericolosi: è il caso di Revenant - Redivivo ma anche di Gravity e di Sopravvissuto - The Martian, tutti film nei quali l'inventiva del personaggio riesce a sovvertire una situazione di morte sicura. Dall'altra, invece,
Questi "survival movies" stanno moltiplicandosi, e sembrano graditi a un ampio pubblico per ragioni talvolta semplici da individuare (un mondo occidentale iper-tecnologico e protetto ma percepito come insicuro e minaccioso), altre volte meno evidenti (forse la sensazione di scarsa autenticità delle nostre vite dominate dai media digitali, che necessitano di esperienze forti, sia pure vicarie).
La cornice è quella degli incontri importanti: fan alla porta, check-in per il pass stampa, ritardi inevitabili. D'altronde, Alejandro González Iñárritu e Leonardo DiCaprio non sono due ospiti qualunque, tanto meno oggi, freschi di Golden Globes e di nomination per la conquista delle statuette auree. Nella hall, i giornalisti si scambiano pensieri e pareri, ancora a caldo, perché tra l'incontro di questa tarda mattinata e l'anteprima romana di Revenant - Redivivo si è frapposta solo la notte. Il tempo è poco, ma regista e interprete si mostrano disponibili.
Periodo tra i meno frequentati del genere western, quello della prima colonizzazione ebbe per protagonisti i "mountain men" o "trapper", uomini che vivevano a contatto con la natura selvaggia cacciando gli animali da pelliccia e incontrando i nativi americani, o battendosi con loro. Uno dei più celebri fu Jim Bridger, che a soli 17 anni, nel 1823, partecipò alla spedizione nella ex-Louisiana francese [...] Vai alla recensione »