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Clint e la morte Valutazione 3 stelle su cinque

di gianluca bazzon


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mercoledý 15 giugno 2011

Clint Eastwood non è più un giovanotto e coerentemente con i problemi della sua età, si mette a riflettere, o semplicemente a raccontare, della morte.

 

La morte può essere un problema di rilevanza politica e lo si era visto in un suo precedente film, “Million dollar baby”.

 

In questo caso prova a congetturare l'esistenza dell'aldilà. Il titolo è una parola composta inglese che, a ben guardare, letteralmente significa qui-dopo. In effetti della morte non possiamo che parlarne qui e ora e l'aldilà non è pensabile se non nell'aldiquà, cioè nella contingenza, pur ammettendo, con tutta la fede possibile, una trascendenza.

 

Clint Eastwood non scivola nel dogmatismo parlando di un argomento che è un vero e proprio tabù della nostra civiltà e che lo è nella misura in cui non si ha nessuna conoscenza scientificamente provata della cosiddetta vita dopo la morte, e non eminentemente per le emozioni che vi sono collegate: paura, terrore, dolore, sentimento di lutto.

 

Ma veniamo al film: le storie che disegnano la trama sono tre: c'è Marie Lelay, giornalista e scrittrice di fama parigina che, trovandosi in Valparaiso del Cile viene travolta letteralmente dallo tsunami in una delle sequenze più straordinarie del cinema eastwoodiano: la potenza dell'onda è espressa in tutta la sua forza distruttrice e spettacolarità. La donna viene salvata miracolosamente ma racconterà di essersi trovata in un luogo tra la vita e la morte e di aver avuto delle visioni. Dopo questo fatto, come è ovvio prevedere, non sarà più la stessa, nonostante mantenga tutte le facoltà che aveva in precedenza. È come (di)staccata dalle faccende quotidiane e per questo viene allontanata dal suo impiego e spinta a scrivere un libro di tipo politico (su Mitterrand). Riuscirà invece, non senza problemi, a farsi pubblicare il libro che testimonia la sua esperienza di morte, mancando i propositi politici.

 

Poi c'è George (Matt Damon), ex sensitivo con un fratello talmente poco sensibile (scusate il gioco di parole) da cercare continuamente di riportarlo alla sua “vocazione”, che per George, più che un dono costituisce una vera condanna, mentre per il fratello significava una fonte di reddito. George vorrebbe una vita normale ma tutti i tentativi per ottenerla (si iscrive ad un corso di cucina da un simpatico chef italiano) sembrano vani.

 

Infine c'è Markus, ragazzino intelligente e introverso che perde l'inseparabile fratello gemello, Jason, e viene affidato dagli assistenti sociali ad una famiglia adottiva, data l'indigenza della madre, alcolizzata, tossico-dipendente e in lutto per la perdita di un figlio. Markus non si da pace e cerca di ricontattare in ogni modo il fratellino, facendo visita a medium e sensitivi di ogni sorta, senza risultati soddisfacenti.

 

Alla fiera del libro di Londra le storie dei tre personaggi si intrecciano, per certi versi in maniera indelebile. Il finale scioglie la trama e offre un lieto fine, nonostante Eastwood inserisca un elemento di mistero: il contenuto della lunga lettera che George fa recapitare a Marie nella stanza del suo Hotel londinese rimane ignoto, come ignota e misteriosa rimane la questione dell'aldilà.

 

Lo scetticismo che colpisce normalmente le persone di fronte a un medium è tenuto ben presente dal regista che riconosce la malafede di certi “ciarlatani”. Ma George, oltre ad essere completamente disinteressato, possiede davvero un potere, quello di entrare in contatto con gli spiriti. E nonostante l'effetto benefico che procura alle persone, George rifiuta questo dono che sente come un peso e come una lontananza dalla vita, dimenticando quanto questo dono costituisca la sua identità. Il nostro regista ci regala un personaggio ai limiti della realtà ma allo stesso tempo buono e lo inserisce in un contesto reale, contornato da eventi storicamente accaduti ( lo tsunami, gli attentati di Londra a Charing Cross ).  Non ci è dato sapere se ciò sia la testimonianza di una vera e sincera apertura all'aldilà ( fatto nuovo nel suo cinema ) o se sia una semplice ipotesi spinta dalla ricerca di un senso in un età in cui la morte, o meglio la sua idea, è sempre più minacciosa.

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