| Titolo originale | Christiane F. wir Kinder von Bahnhof Zoo |
| Anno | 1981 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Germania |
| Durata | 138 minuti |
| Regia di | Uli Edel |
| Attori | Natja Brunckhorst, Thomas Haustein, Jens Kuphal, David Bowie, Rainer Woelk Jan Georg Effler, Christiane Reichelt, Daniela Jaeger, Kerstin Richter, Peggy Bussieck, Kerstin Malessa, Bernhard Janson, Cathrine Schabeck, Andreas Fuhrmann, Lutz Hemmerling, Uwe Diderich, Lothar Chamski, Stanislaus Solotar, Christiane Lechle, Ellen Esser, Eberhard Auriga. |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 14 |
| MYmonetro | 3,45 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 5 aprile 2024
La quattordicenne berlinese Christiane scivola lentamente nell'abisso dell'eroina, giungendo a prostituirsi per la dose quotidiana.
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CONSIGLIATO SÌ
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Christiane è una ragazza di Berlino Ovest che vive con la madre e il suo nuovo compagno. La solitudine e l'insofferenza la spingono verso la droga: prima consuma LSD nella discoteca dove passa le serate, poi, dopo l'incontro con il tossico Detlef, l'eroina, che si inietta soprattutto con l'amica Babs. Come tutti i suoi amici, anche Christiane comincia a prostituirsi nella zona della stazione centrale per racimolare i soldi di una dose ed entra poco alla volta in un calvario di apatia, umiliazioni, crisi d'astinenza, liti con la madre e indifferenza, nonostante le morti di un amico di Detlef, Axel, e della stessa Babsi. Alla fine sarà costretta a trasferirsi ad Amburgo dalla nonna, e qui cominciare un percorso di disintossicazione.
Un film epocale, tratto da un omonimo libro-inchiesta ancora più dirompente pubblicato nel 1978, quando la tossicodipendenza da eroina non era ancora percepito come un problema collettivo.
La vera Christiane F. si chiama Vera Christiane Felscherinow, nel '78 aveva sedici anni e raccontandosi ai giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck, che con lei avrebbero poi scritto Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, poteva considerarsi una sopravvissuta; una dannata dell'eroina uscita per qualche ragione dalla tossicodipendenza, a differenza delle migliaia di giovani che avrebbero continuato a popolare le zone centrali delle città europee o che addirittura sarebbero morti, ridotti a cadaveri senza nome e senza storia. Come quel ragazzo di Genova che, a leggere le cronache del tempo, nel novembre del 1981 venne trovato morto di overdose nei gabinetti del cinema che proiettava il film nel frattempo tratto dal libro, Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: una vittima anonima, un tossico come Axel, Babsi, Detlef, Bernd e la stessa Christiane, trasformati nei simboli di una generazione perduta. Se il libro e il film hanno avuto un merito, forti di un successo che oggi perdura nell'immaginario collettivo (anche se la traduzione italiana ne travisa il titolo: è la stazione centrale vicina alla zoo, la Bahnhof Zoo, non lo zoo, il luogo "dei ragazzi"), è l'aver contribuito ad aprire gli occhi dell'opinione pubblica su un fenomeno che fino a quel momento era esploso nell'indifferenza generale (nel cinema italiano ci avrebbero pensato per primi registi indipendenti come Claudio Caligari o Daniele Segre ad affrontare la questione).
Il realismo sporco del film, che all'epoca sconvolse il pubblico, allo spettatore di oggi può apparire televisivo (del resto era quello l'ambito da cui proveniva il regista Uli Edel), cioè programmaticamente crudele e in superficie: i tempi dilatati del racconto e la piattezza narrativa sono in fondo quelli di un'indagine giornalistica... Eppure nella scelta del regista di un punto di vista distante e di un tono asettico c'è una precisa scelta di messinscena. Lo si percepisce dalla fotografia livida, che dà ai luoghi una fissità spettrale; dalla mancanza di un retroterra privato dei personaggi (elemento invece molto presente nel libro); e in generale dalla decisione di non concentrarsi sulle cause della tossicodipendenza, bensì sulle sue conseguenze. Ed è questo aspetto che colpisce del film, nonostante ne metta in luce l'ambiguità: l'idea, cioè, di rappresentare Christiane e i suoi amici come persone vuote, corpi all'ombra dell'esistenza, invisibili agli altri e dunque non presenti al mondo. Inesistenti. Christiane F. - interpretata da Natja Brunckhorst, l'unica attrice professionista del cast - è un fantasma, e come tale viene rappresentata nei momenti più crudi del film. In altri, invece, prevale una rappresentazione più compilativa e banale, dando della Berlino Ovest dell'epoca, della sua disperazione e vitalità (espressa dalle canzoni di David Bowie in colonna sonora, e dalla ripresa di un suo show dal vivo), una visione in fondo affascinante. Si resta chiusi in questa ambiguità, dunque, di fronte a Christiane F., apprezzandone comunque la capacità di restituire lo spirito di un'epoca.
Ovviamente è un film molto cruento e realistico, e sono d'accordo sul fatto che un film non può farti cambiare idea, ma ti aiuta a prendere una decisione. Onestamente ho sempre pensato che si dovesse provare tutto nella vita, come si suol dire, per non avere rimpianti, e come la maggior parte dei personaggi sono convinta di avere un grande autocontrollo "posso smettere quando voglio", eppure ora, dopo [...] Vai alla recensione »
Un film epocale, tratto da un omonimo libro-inchiesta ancora più dirompente pubblicato nel 1978, quando la tossicodipendenza da eroina non era ancora percepito come un problema collettivo. La vera Christiane F. si chiama Vera Christiane Felscherinow, nel ’78 aveva sedici anni e raccontandosi ai giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck, che con lei avrebbero poi scritto Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, poteva considerarsi una sopravvissuta; una dannata dell’eroina uscita per qualche ragione dalla tossicodipendenza.
Se il libro e il film hanno avuto un merito, forti di un successo che oggi perdura nell’immaginario collettivo, è l’aver contribuito ad aprire gli occhi dell’opinione pubblica su un fenomeno che fino a quel momento era esploso nell’indifferenza generale (nel cinema italiano ci avrebbero pensato per primi registi indipendenti come Claudio Caligari o Daniele Segre ad affrontare la questione).