Gilda

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Un film di Charles Vidor. Con Rita Hayworth, Glenn Ford, George Macready, Joseph Calleia, Steven Geray.
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Titolo originale Gilda. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 110 min. - USA 1946. MYMONETRO Gilda * * * * 1/2 valutazione media: 4,54 su 20 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Gilda, riscatto riuscito, Rita... no Valutazione 4 stelle su cinque

di Antonello Chichiricco


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giovedì 28 agosto 2014

 Avevo dodici anni quando vidi per la prima volta Gilda al cinema. A quell’età rimasi estasiato, quasi intimorito dalla potenza che emanavano i personaggi, dai dialoghi sferzanti, dalla profusione di sfarzosa modernità, dalla rutilanza scenografica degli interni, e ovviamente, dalla Stardivina Rita Haiworth. E pur non comprendendo granché dell’intrecciato sviluppo narrativo valutai questo film un capolavoro.
Come ho fatto con altri famosi film d’epoca ho voluto rivedere Gilda ai giorni nostri. A distanza di oltre mezzo secolo, in prima battuta, ho provato un senso di disagio misto a fastidioso stupore e ironica compassione per quelli che allora erano considerati valori, qualità, attributi identificanti quei personaggi, immersi com’erano in un alone quasi trascendente, personaggi oggi in apparenza decisamente ridicoli e anacronistici se rapportati all’attuale individuo medio e i suoi costumi estetici, culturali e mentali.
Tutti o quasi fumavano, accendersi con studiata ritualità una sigaretta (estratta da un pacchetto ciancicato o da un elegante portasigarette in oro massiccio, poco importava) esprimeva a seconda dei casi disinvoltura, scioltezza, nervosismo. Ogni occasione era buona “per bere qualcosa”, drink, vodka, martini bourbon, scotch, con ghiaccio o senza (mai un bicchere d’acqua…). Battute taglienti, gestualità ad effetto, atteggiamenti da macho o da virago, tutto era proteso a creare un’immagine di sé – oggi potremmo dire – da gran ficacci. Nel darsi questo tono esclusivo, specie negli uomini, molto giocava una società ancora sostanzialmente maschiocratica e quindi discriminatoria nei confronti delle donne, la cui unica arma, quando possibile, era la seduzione (“cozze” a parte).
Trovo interessante approfondire i risvolti di quest’analisi fra le due società di ieri e di oggi. La rivisitazione - che va certamente considerata rapportando il mondo d’oggi a quel contesto storico e sociale - si offre infatti a un esame più minuzioso da cui l’individuo e la società attuale non escono affatto migliori o più emancipati come potrebbe sembrare.
La ruvida elementarità, la spietatezza, la pacchiana esibizione, lo sfarzo, di quegli uomini e di quelle donne, onesti o meno che fossero, era in fondo quello che era. Oggi abbiamo invece una società più camuffata, insospettabile, sofisticata come i nostri alimenti apparentemente curati, genuini, controllati, in realtà ben più alterati e contraffatti di una volta. Oggi i miliardari fanno i progressisti, i poveracci ostentano cellulari da 800 euro, i trasgressivi” (vedi pirsingati, tatuati, ecc.) sono dei poveri sciocchi omologatissimi e in realtà conformi alle mode, le missioni umanitarie dei paesi ricchi sono invasioni di stati sovrani, la privacy è un’utopia, le grandi istituzioni internazionali (ONU, Banca mondiale, OMS) generano o favoriscono sempre più disuguaglianze e ingiustizie sociali, i mezzi d’informazione disinformano, parole come “diritti umani” “democrazia”, “sviluppo”, “crescita” “economia” sono solo strumenti demagogici sulla bocca dei potenti, parole che rispetto ai loro significati originali risultano etimologicamente e semanticamente stravolte. Suadente metastatica pubblicità che pian piano crea un universo parallelo rendendoci schizoparanoici. Ideologie, valori sono liquidi ectoplasmi metamorfici in solidi vuoti a rendere, come tante bottigliette colorate di altrettanti naufraghi multicolori.
E allora… beh, allora preferisco di gran lunga la corazza fatal-conturbante di una Gilda con dentro una donna passionale romanticamente ferita che in fondo si riscatta. Sì, la preferisco alle nostre postmoderne maschere di ambiguità disinvoltamente annaspanti in un mondo dove ormai, per dirla alla Gaber: “Tutto è falso e il falso è tutto”.
Al di là della mia analisi psicosociale, Gilda resta un film noir, di buon impianto scenografico, un cupo menage a trois ben girato e recitato (grandissimo Glenn Ford). Pellicola storica, seconda forse solo a Sangue e arena, un cult movie (mitiche le performances ballereccio-canore Amado mio e Put the blame on mame) specie per gli aficionados di Margarita Carmen Cansino, in arte la sensualissima Rita Hayworth,  in realtà una creatura fragile, controversa, travolta e massacrata dalla stampa e dal successo. Una donna infelice, per amara ironia definita  “Dea dell’amore”, amore assoluto che inseguì invano per tutta la vita fra passioni travolgenti, scomuniche, fallimenti matrimoniali, dissesti finanziari, disillusioni professionali. Dacché nel ’53, trentaciquenne nel pieno della sua prorompente bellezza,  dopo aver interpetato Pioggia, una prostituta che vuol redimersi,  dichiarò alla stampa di non trovarsi più nella sexy symbol e che avrebbe voluto interpretare ruoli di donne vere, autentiche, senza trucco, fu decisamente osteggiata e la sua carriera si fece più difficile. Finì distrutta dall’alcool e dall’Alzheimer.
Un appunto a MyMovies: il materiale documentàle (biografia e filmografia) riguardante Rita Hayworth è pressoché nullo.
Antonello Chichiricco

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