| Titolo originale | Jeremiah Johnson |
| Anno | 1972 |
| Genere | Western |
| Produzione | USA |
| Durata | 107 minuti |
| Regia di | Sydney Pollack |
| Attori | Robert Redford, Will Geer, Stefan Gierasch, Delle Bolton, Josh Albee, Joaquín Martínez Allyn Ann McLerie, Richard Angarola, Paul Benedict, Charles Tyner, Jack Colvin, Matt Clark. |
| Tag | Da vedere 1972 |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,02 su 2 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 11 aprile 2016
È la storia di Jeremiah Johnson, un uomo stanco della gente che si isola sui monti del Colorado con la sola compagnia di un buon fucile. In Italia al Box Office Corvo rosso non avrai il mio scalpo ha incassato 312 .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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È la storia di Jeremiah Johnson, un uomo stanco della gente che si isola sui monti del Colorado con la sola compagnia di un buon fucile. Vive di caccia e pesca, incontra i tipi più strani, da un cacciatore pazzo a un capo indiano del quale sposa la figlia. Per accompagnare una spedizione di soccorso a un gruppo di soldati rimasti isolati, Jeremiah viola il sacro cimitero degli indiani Corvi, che gli uccidono la moglie. Impazzito di dolore il cacciatore comincia a far strage di indiani: diventa così un mito.
Un film solido e suggestivo, che integra la dimensione epica dell'avventura classica con una moderna sensibilità "documentaristica", ambientato com'è in una natura di aspra bellezza e in un paesaggio umano essenziale, semplice negli affetti come nella violenza. Dalla pura e semplice sopravvivenza all'acquisizione di esperienza e abilità, fino al violento antagonismo con l'indiano senza nome, l'intenso personaggio di Jeremiah è portatore di un pathos che non scivola mai nel patetico. Bear CIaw ("Artiglio d'orso"), il vecchio cacciatore mezzo folle che gli insegna i principi della vita in quelle lande selvagge, lo chiama sempre "pellegrino"... Però, più che voler raggiungere una meta precisa, come ogni pellegrino che si rispetti, Jeremiah è un uomo che vuole ricominciare da capo nel modo più radicale possibile, nell'ambiente più arduo di tutti. È un individuo che affronta a piè fermo - ma sempre con una giusta dose di paura e di rispetto - gli "elementi", sia nel senso naturale che in quello culturale del termine: perché deve conquistarsi la sua nuova esistenza faccia a faccia con i pericoli della natura inclemente e delle belve feroci, e insieme con i pericoli del fattore umano. E questo non riguarda solo i pellerossa, che possono rivelarsi amici come nemici, restando comunque "altri"; ma anche i soldati che Io costringono a violare il tabù del sepolcreto indiano, e in tal modo pregiudicano tragicamente la condizione di equilibrio e serenità che Jeremiah era riuscito a costruirsi con la donna indiana e il ragazzino adottato. Il protagonista e le sue vicende (compresi i principali comprimari nel film) hanno un fondamento storico, e Pollack e i suoi sceneggiatori lavorarono "incrociando" due libri piuttosto diversi sulla vita del mitico trapper John Johnston. Il primo (Mountain man di Vardis Fischer), romantico fino all'elegia, raccontava di un cacciatore-poeta la cui indole pacifica viene distrutta dalle avverse circostanze; l'altro (Crow Kiler di Raymond Thorp e Robert Bunker) puntava invece al ritratto, più fattuale, di un uomo di una brutalità commisurata a quella del suo ambiente e dei suoi tempi. La ricercata semplicità espressiva di Pollack (e di un Redford qui in una delle sue prove migliori) offre un'abile sintesi di queste due "anime" del personaggio; ma riverbera una qualche incertezza proprio sul finale del film. Il regista girò ben tre scene conclusive: morte dell'indiano, morte di Jeremiah, riconciliazione tra i due... Scelta la terza soluzione, lui stesso, alla fine, non se ne dichiarò particolarmente soddisfatto. Ma forse solo perché, quando si opta per una soluzione "aperta" - in questo caso, il compromesso invece che la sconfitta dell'eroe bianco, oppure quella del guerriero rosso - agli autori e a una parte del pubblico può sempre restare il dubbio di un finale troppo ambiguo, che non riesce a sciogliere del tutto la tensione narrativa fin lì maturata. Ma agli occhi di uno spettatore di oggi, Corvo rosso funziona benissimo così com'è, dall'inizio alla fine.
Il regista non si discute, la sceneggiatura nemmeno...vogliamo parlare della fotografiaa? Nahhh non si discute nemmeno quella... forse i dialoghi, concisi, crudi limitati all'essenziale? no non direi... i dialoghi non si discutono...Quindi di cosa parliamo qui? Di un capolavoro, perchè di questo si tratta, assimilabile al genere western anche se la cosa sarebbe parecchio limitativa [...] Vai alla recensione »