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La storia del piccolo Domenico

Una tragica vicenda che fa parte del sentimento del mondo, e non poteva non toccare chi scrive. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

martedì 24 febbraio 2026 - News

La morte del piccolo Domenico fa parte ormai del sentimento del mondo, e non poteva non toccare chi scrive e MYmovies. Il sito da tempo affronta temi sociali, umani, grandi, che fanno parte del nostro vivere in un momento così complesso e difficile, e magari doloroso com’è la vicenda di Domenico. Gli spunti derivano spesso dal grande o dal piccolo schermo, perché ormai è notorio e accreditato: “tutto” è un film. Come lo è la storia di quel trapianto mortale, peraltro un film proposto e riproposto ogni giorno a tutte le ore, su tutte le testate del video e della carta. Mai successa una cosa del genere. E come potevamo ignorarlo.
Ma rassicuro subito il lettore, non ci saranno interventi di specialisti, medici, avvocati, giuristi, conduttori, parlamentari, grilli parlanti, mamme, passanti. La fonte è un mio romanzo, "E l'angelo partì da lei", diventato un best seller tradotto in varie lingue, che contiene una vicenda che ha della affinità impressionanti col destino di Domenico e della sua mamma Patrizia.

Racconto la storia di Elena, che perde il suo bambino e affronta quel dolore abnorme, mortale, per il quale non ci sono parole. Così inizia quel percorso impossibile. Fra le domande che si pone e che cerca di risolvere una è dominante: “rivedrò ancora il mio bambino?” 

Introduzione del libro
"E l’angelo partì da lei" è l’evoluzione del mio precedente "7 Km da Gerusalemme", un romanzo letto in tutto il mondo, grazie anche al contributo del film. In quel libro mi assunsi il compito di far parlare Gesù. L’ho fatto con semplicità e naturalezza: parla da essere umano, comprensibile a tutti. I crediti mi sono arrivati da personaggi come papa Joseph Ratzinger, Francesco Alberoni, e il cardinale Gianfranco Ravasi, gente garante, che mi ha messo al sicuro. Il successo di “7Km” indusse me e l’editore a pensare a uno sviluppo. Considerai alcune opzioni, una sorta di sequel, ma il racconto aveva un suo preciso equilibrio drammaturgico che andava a chiudersi senza lasciare margini. Non era un Harry Potter o un James Bond, la strada non era quella. Poi un giorno l’editore mi diede un’indicazione. Uno spunto esterno non è quasi mai accolto da un autore, soprattutto per opere così impegnative e personali. Ma quell’indicazione potevo accoglierla; è servito del tempo, poi lo spunto l’ho assunto. Questo romanzo mi costa tre anni di applicazione, anche di dolore: erano necessari.

Prefazione del libro
Una sera uscivo da una riunione alle Edizioni San Paolo, in via Giotto a Milano. Stavo liberando la bicicletta dal lucchetto quan­do mi sorpassò una coppia. Pochi metri più avanti la donna si era voltata, tornò verso di me e mi disse: «Lei è Pino Farinotti, vero? Mi chiamo Concetta, quello è mio marito... Ho letto molte volte il suo libro. Lo leggevo, poi lo passavo a mio marito che lo leg­geva e me lo ripassava. E continuiamo a farlo». Col sorriso cercai una battuta non proprio felice: «Forse è il momento di cambiare libro.» Anche la donna sorrise, con scarsa partecipazione. «Vede, noi avevamo un bambino, adesso non c’è più, per un tumore al cervello. Aveva sette anni quando è morto. Le dico che senza il suo libro non ce l’avremmo fatta, perché adesso sappiamo che un giorno lo rivedremo». Esitò qual­che secondo, poi completò il pensiero: «Lo rivedremo, vero?». Domanda davvero esigente, quasi impossibile una risposta. In pochi secondi dovetti comprimere tutto, sentimento, mistica, e an­che coraggio e compassione. Risposi: «Sì, credo che lo rivedrete». La donna era commossa, io scossi il capo: «La prego, Concetta, io ho scritto un libro, tutto si ferma lì. La mia è un’idea, diciamo un auspicio». «Sì, certo», rispose, «mi scusi della responsabilità che le ho dato… cerco... di non piange­re». Allora l’accarezzai. Non avevo più parole, le trovò lei. «A volte penso a come sarà il mio bambino, se sta bene là dov’è.

È co­sì piccolo, e senza la mamma, là da solo, anche se è in un bel po­sto...». Ritrovai qualcosa che non so bene da dove mi arrivò: «Io penso», le risposi, «che là sia tutto diverso, a comin­ciare dal tempo. Il futuro, il passato, è roba nostra. Credo che non ci siano ieri e domani in quel posto. E può essere benissimo che lei sia già là con suo figlio». Dopo il silenzio dovuto a parole come quelle il marito disse: <> Dissi: «Per uno scrittore, un incontro come questo è un privilegio. Sono io che vi ringrazio».
Quando raccontai a mia moglie Daniela di quell’incontro, lei non mi diede grande soddisfazione. «Eri dubbioso, avresti dovuto mostrare, comunque, sicurezza. Sì, rive­drete il vostro bambino, senza forse.» Questo romanzo nasce dunque dal suggerimento dell’editore, da quell’incontro, e dal rimprovero di mia moglie.

Dopo la morte del figlio Elena intraprende il percorso di recupero, affronta il processo di elaborazione del dolore, è assidua e intelligente, sa come oltrepassare e progredire. Prende atto che il fatto sussiste, Massimo non c’è più, gestisce la fase della rabbia, poi quella della depressione, infine, quasi letale ma superata, l’accettazione. Ha chi l’aiuta. Ma c’è dell’altro, le riesce un rimando inatteso, quasi estraneo, a qualcosa che aveva rimosso, rimasto schiacciato nello strato più profondo dell’inconscio e della memoria: un segnale di fede. E così Elena ha raggiunto uno stato di vita di ri-vita che le dà speranza. E va avanti, fino a star bene. 

Capitolo finale del libro
Sto bene e so che Massimo sta bene, e, sì, lo rivedrò. Quando vedo qualcuno che si intrattiene contento, due amiche che si raccontano, ragazzi dai movimenti veloci che ridono ottimisti, qualcuno al cel­lulare che annuisce, una mamma col suo bambi­no, non solo mi sento reinserita nel gruppo, e non è poco, ma mi porto dietro quel privilegio in più che so io. Penso a Massimo cerco di “immaginare” e non posso che vederlo com’era qui e proiettare tutto là dov’è adesso. Mi lascio andare al gioco e alla fantasia, come sarà?
Forse un bambino adulto, con le sue mani picco­le. Penso alle sue iridi, se brillano come qui, a cosa indossa, magari una camicia sottile, se là prevale il bianco o l’azzur­ro o ci sono altri colori. Penso al suo cuore, all’intelligenza, che sarà maturata, si sarà adeguata.

E chissà se si è fatto una compagnia di coetanei o quasi, sfortunati preco­ci, che come lui hanno dovuto arrivare prima, e chissà se è previsto il gioco. Quando era qui non aveva problemi se c’era una situazio­ne nuova, nuovi compagni, di scuola o di squadra. Partecipava con sorriso ed entusiasmo, mai una diffidenza. Stava ai cambiamenti, aveva la cu­riosità, il coraggio della scoperta. Lasciava la mia mano e andava. E se gli hanno presentato gente sconosciu­ta sono sicura che si è subito inserito, ed è stato accettato. Perché anche dov’è adesso, in un paese così diverso, non può che essere lui, Massimo, non può essere un altro.
Mi domando se è previsto il ricordo, magari della mam­ma, se ci sono scambi di opinioni. I precoci sono diversi dai grandi. E poi mi chiedo cosa vedono intor­no, se c’è un orizzonte, se c’è qualcosa come il mare. Se ci sono la sera e il mattino, se qualcuno ti è più simpatico o ti piace più di un altro. Se c’è il caffelatte e ci sono i profumi. Se a Massimo serve qualcosa e se poi qualcuno gliela porta. Mi metto nei suoi panni, certo è fantasia, mondi diversi. Forse è previsto che i piccoli, sfortunati qui, si allineino agli adulti, e che i vecchi receda­no, e si trovino tutti, piccoli, adulti e vecchi, in un’età idea­le. Sono pensieri a perdere, da esseri terreni, da mamma. Lo so che non valgono. là è tutto diverso.

Mi fido. Adesso sì, mi fido. Lo dico ancora. A volte, men­tre cammino, sento le sue dita sul mio palmo e me lo vedo al fianco. Cammina con quei suoi passi leggeri e corti, con quella sua t-shirt verde, col cucciolo di puma stampato che tanto gli è cara, e con quelle scarpe di tela sproporzionate, con le sue gambette sottili che ci annegano dentro. È lì al mio fianco, come se gli avessero dato un permesso, per un’occhiata alla sua mamma, e al resto. E si guarda intor­no, come fa lui, veloce, curioso come un piccolo purosangue. Quando non sento più la sua mano, quando non lo vedo più, e mi sembra che sia rima­sto indietro, mi prende un po’ di panico. E allora mi av­venturo, ci provo, nel paese sconosciuto: i nostri trionfi, le felicità quaggiù sono piccoli segnali, riproduzioni, prove d’artista; l’opera originale si trova altrove, dove c’è Massi­mo. La sua realtà è quella e lui ci sta bene. Massimo che cammina per mano con me è un esercizio, una fiction, una breve va­canza concessa a beneficio di Elena, che è ancora qui, non altrove. Lo so che è una mia licenza, ma è bella, mi fa sorridere per qualche secondo. In attesa.
Ero un fantasma disperato, una sopravvissuta al lager peggiore. Adesso so che per me ci sarà ancora qualcosa di buono. Ho solo ho trent’anni.  


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