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boyracer
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lunedì 6 giugno 2011
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una bella novità.
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Opera prima di Alice Rohrwacher (sorella della già affermata attrice Alba), questo film è una bella novità nel panorama autoriale italiano, presentato a Cannes in una categoria secondaria al concorso, e dove è stato giustamente molto apprezzato.
Il degrado del sud Italia è rappresentato con voce pacata ma spietata attraverso l'esperienza di una ragazzina cresciuta fino ai tredici anni in svizzera. La storia parte dal ritorno in Calabria insieme alla madre e alla sorella appena maggiorenne, da dove la madre stessa era emigrata anni prima per cercare lavoro.
Anche qui (come nel film dei fratelli Dardenne, decisamente minore) si narra di una famiglia difficile, con l'assenza di un padre del quale non si ha alcuna notizia, una sorella dal carattere forte e un po' prepotente, ipercritica verso la sorella minore (la protagonista tredicenne Marta), una madre (Anita Caprioli, ottima) tenera e affettuosa ma un po' debole verso la figlia maggiore e verso le insidie che arrivano dall'esterno.
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Opera prima di Alice Rohrwacher (sorella della già affermata attrice Alba), questo film è una bella novità nel panorama autoriale italiano, presentato a Cannes in una categoria secondaria al concorso, e dove è stato giustamente molto apprezzato.
Il degrado del sud Italia è rappresentato con voce pacata ma spietata attraverso l'esperienza di una ragazzina cresciuta fino ai tredici anni in svizzera. La storia parte dal ritorno in Calabria insieme alla madre e alla sorella appena maggiorenne, da dove la madre stessa era emigrata anni prima per cercare lavoro.
Anche qui (come nel film dei fratelli Dardenne, decisamente minore) si narra di una famiglia difficile, con l'assenza di un padre del quale non si ha alcuna notizia, una sorella dal carattere forte e un po' prepotente, ipercritica verso la sorella minore (la protagonista tredicenne Marta), una madre (Anita Caprioli, ottima) tenera e affettuosa ma un po' debole verso la figlia maggiore e verso le insidie che arrivano dall'esterno. E le insidie sono striscianti ma opprimenti, lanciate da una società letteralmente disastrata, dominata dal bigottismo tipico e ancora molto diffuso della provincia del sud, dalla commistione più che mai evidente e corrosiva tra Chiesa e politica. C'è un parroco "corrotto" soprattutto intellettualmente più che materialmente (un grande Salvatore Cantalupo, il “sarto di Gomorra”) che antepone la propria carriera ecclesiastica alla missione religiosa, un vescovo ritratto più come un boss mafioso colluso con il politico locale di riferimento che come un pastore di anime, una serie di personaggi di contorno che hanno una concezione così arcaica della Fede e un'esistenza talmente vuota e priva di luce che farebbero desistere e fuggire lontano anche il più inguaribile ottimista, tra tutti la catechista Santa (Pasqualina Scuncia, alla sua prima, enorme interpretazione).
La storia è leggera, senza grandi colpi di scena, ma proprio questo logorio psicologico costante e opprimente che si respira e si subisce da ogni lato, è spesso quello più pericoloso per le menti pure, perchè sfibra le persone e le priva dell'antidoto più efficace contro l'ignoranza, la corruzione, la povertà, contro l'oppressione di decenni di degrado sociale che ancora oggi mettono in ginocchio il sud Italia e sono la vera palla al piede dell'Italia intera. Questo antidoto è la speranza, e viene sottratto fin dall'adolescenza, dall'età in cui l'esplosione della vita e della maturazione potrebbero preparare enormi frutti per la felicità futura degli individui e per il bene del Paese.
Invece pochi individui senza scrupoli, facendo leva sui tarli ben noti, smorzano sul nascere questa crescita, e creano danni veri già ai ragazzi ancora giovani e innocenti come la protagonista.
Ma non tutto è perduto, perchè c'è sempre qualcuno che non ci sta (o che il caso lascia al di fuori di questo meccanismo perverso), bisogna "soltanto" avere la fortuna di incontrarlo e riconoscerlo, anche quando all'apparenza sembra simile agli altri.
Sentiremo ancora parlare (e bene) di Alice Rohrwacher, che sfoggia una regia molto intimistica e scrutatrice, che con lunghi primi piani e macchine a mano segue la protagonista da vicino e ne indaga il senso di sconforto e di inadeguatezza verso un mondo che non è il suo. E sentiremo anche parlare (bene) della quattordicenne Yle Vianello, già capace, così giovane e inesperta, di un'interpretazione intensa, credibile e commovente come da tempo non se ne vedevano
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algernon
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sabato 28 maggio 2011
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che bello questo film
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la tredicenne Marta torna a Reggio Calabria dopo 10 anni in Svizzera e frequenta il catechismo per prepararsi alla cresima. e viene così in contatto con i terrificanti personaggi della parrocchia, il parroco don Mario, dedito alla raccolta delle preferenze elettorali e delle quote dell'affitto, la catechista Santa, impregnata di nozioni televisive e segretamente innamorata del suo parroco, il vescovo, scostante e altezzoso. Marta poco si adatta a questo mono strano, curiosa e schietta, osserva le cose degli uomini e della natura, fa a modo suo, con rispetto ma senza sottomettersi, osserva il suo corpo che cresce, anche ad esso certamente si riferisce il titolo, oltre che al corpo della chiesa, o al corpo di Cristo, che pure hanno una parte rilevante nella storia.
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la tredicenne Marta torna a Reggio Calabria dopo 10 anni in Svizzera e frequenta il catechismo per prepararsi alla cresima. e viene così in contatto con i terrificanti personaggi della parrocchia, il parroco don Mario, dedito alla raccolta delle preferenze elettorali e delle quote dell'affitto, la catechista Santa, impregnata di nozioni televisive e segretamente innamorata del suo parroco, il vescovo, scostante e altezzoso. Marta poco si adatta a questo mono strano, curiosa e schietta, osserva le cose degli uomini e della natura, fa a modo suo, con rispetto ma senza sottomettersi, osserva il suo corpo che cresce, anche ad esso certamente si riferisce il titolo, oltre che al corpo della chiesa, o al corpo di Cristo, che pure hanno una parte rilevante nella storia. e in questo ambiente dedito a cose materiali come i balletti e i pasticcini inutilmente Marta cerca la spiritualità che pure fa parte della sue curiosità per il mondo. le troverà in parte nell'incontro col prete eremita don Lorenzo, che vive in un paese abbandonato nell'Aspromonte. la cosa bella di questo film è la semplicità e la naturalità di questa ragazzina non allineata alla scoperta di sé stessa e del mondo. e complimenti alla regista e alla giovane attrice per come hanno saputo dirigere e interpretare il personaggio
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stefanomaike
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sabato 23 luglio 2011
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speranza
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Il peggio c'è, esiste, lo si intuisce. ma non è il "fare spettacolo" che interessa qui. le pennellate ne mostrano i segni evidenti. lo sgomento è il sentire prevalente. Il Gesù "adattato" al sentire dei tempi (ancora e ancora) degrado culturale da pomeriggio TV, degrado sociale e ambientale che consegue, contaminazioni pesanti in coloro che dovrebbero rappresentare l'apice spirituale della società. Ma la speranza c'è e ce n'è tanta, forse troppa. c'è in quell'angelo purissimo, chino ad accarezzare e "cercare" Gesù. c'è nell'amore di una mamma, c'è persino nel l'incertezza del prete che all'improvviso a compreso (un pò di eccesso lì) c'è soprattutto nel bel finale molto allegorico. Certo c'è un guado da attraversare e anche dei ponti da rompere, ma la vita c'è ancora, viva, vera, guizzante perfino.
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Il peggio c'è, esiste, lo si intuisce. ma non è il "fare spettacolo" che interessa qui. le pennellate ne mostrano i segni evidenti. lo sgomento è il sentire prevalente. Il Gesù "adattato" al sentire dei tempi (ancora e ancora) degrado culturale da pomeriggio TV, degrado sociale e ambientale che consegue, contaminazioni pesanti in coloro che dovrebbero rappresentare l'apice spirituale della società. Ma la speranza c'è e ce n'è tanta, forse troppa. c'è in quell'angelo purissimo, chino ad accarezzare e "cercare" Gesù. c'è nell'amore di una mamma, c'è persino nel l'incertezza del prete che all'improvviso a compreso (un pò di eccesso lì) c'è soprattutto nel bel finale molto allegorico. Certo c'è un guado da attraversare e anche dei ponti da rompere, ma la vita c'è ancora, viva, vera, guizzante perfino. aldilà del guado. Grazie Alice.
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flyanto
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martedì 31 maggio 2011
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mio commento personale
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Film sulla crescita e formazione di un'adolescente nel periodo della sua preparazione alla Cresima. Molto poetico e
delicato il ritratto della ragazzina (peraltro molto brava l'attrice che l'interpreta) che rivela, a mio parere, come sia
sensibile ai problemi della crescita la giovane regista, anch'ella mamma di una bimba. Essendo un'opera prima,
trovo che il film abbia rappresentato bene i conflitti e l'ambiente ignorante e sordido con cui la protagonista viene
a trovarsi a stretto contatto. La Chiesa non viene descritta affatto in modo positivo ma c'è solo da augurarsi che
non tutti gli ambienti ecclesiastici siano così negativamente strutturati.
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Film sulla crescita e formazione di un'adolescente nel periodo della sua preparazione alla Cresima. Molto poetico e
delicato il ritratto della ragazzina (peraltro molto brava l'attrice che l'interpreta) che rivela, a mio parere, come sia
sensibile ai problemi della crescita la giovane regista, anch'ella mamma di una bimba. Essendo un'opera prima,
trovo che il film abbia rappresentato bene i conflitti e l'ambiente ignorante e sordido con cui la protagonista viene
a trovarsi a stretto contatto. La Chiesa non viene descritta affatto in modo positivo ma c'è solo da augurarsi che
non tutti gli ambienti ecclesiastici siano così negativamente strutturati. Molto brava anche la non attrice di
professione (ma presa fra la gente comune) che interpreta la maestra di Catechismo, nonchè perpetua del
parroco.
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marica romolini
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martedì 28 febbraio 2012
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un corpo lunare precipitato nel degrado
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Marta ha tredici anni ed è cresciuta in Svizzera. Tornata insieme alla madre e alla sorella a Reggio Calabria, si trova a doversi integrare in una città che, seppur natale, le è terribilmente straniera. Un po' per rispetto del cursus honorum, un po' per fare amicizia, inizia a frequentare le lezioni di preparazione alla Cresima della parrocchia. Ma il mondo che le si spalanca è qui ancora più spiazzante: don Mario si preoccupa unicamente di riscuotere affitti e consensi elettorali, per fuggire ben lontano da uno squallore che non si perita certo di riscattare; la catechista Santa, di lui segretamente infatuata, sembra proprio aver eletto la nuova arrivata a comodo capro espiatorio delle sue frustrazioni; il torvo sagrestano compie con straniante naturalezza una strage d'innocenti (gli amanti dei gatti sono avvisati: una scena a dir poco spezzacuore!).
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Marta ha tredici anni ed è cresciuta in Svizzera. Tornata insieme alla madre e alla sorella a Reggio Calabria, si trova a doversi integrare in una città che, seppur natale, le è terribilmente straniera. Un po' per rispetto del cursus honorum, un po' per fare amicizia, inizia a frequentare le lezioni di preparazione alla Cresima della parrocchia. Ma il mondo che le si spalanca è qui ancora più spiazzante: don Mario si preoccupa unicamente di riscuotere affitti e consensi elettorali, per fuggire ben lontano da uno squallore che non si perita certo di riscattare; la catechista Santa, di lui segretamente infatuata, sembra proprio aver eletto la nuova arrivata a comodo capro espiatorio delle sue frustrazioni; il torvo sagrestano compie con straniante naturalezza una strage d'innocenti (gli amanti dei gatti sono avvisati: una scena a dir poco spezzacuore!). In una Chiesa collusa con la peggior politica, strumentalizzata a fini di carriera o quanto meno spettacolarizzata (quiz di religione alla Chi vuol essere milionario?, Alleluia da stacchetto tv, sale trucco, applausi di platea accompagnano le cresimande nel loro grottesco reality show), Marta è l'unica a chiedere/si un senso. È un corpo celeste, quasi creatura lunare smarrita in una realtà estranea che pure tenta tenacemente di decifrare, sospesa tra infanzia e adolescenza, in un limbo di indefinitezza sessuale. Un corpo che muta e che, tra lo spaesamento delle prime mestruazioni e il desiderio di reggiseni più grandi, pone esso stesso delle domande. Ma fuori il degrado – non dell'eccesso ma dell'ignorante mediocrità – non può rispondere a chi interroga con curiosità spregiudicata: è solo rumore. Alice Rohrwacher sceglie infatti di debuttare (Corpo celeste è il suo primo, magistrale, lungometraggio) senza ricorrere ad alcuna colonna sonora. La forza del film sta tutta nel taglio delicatamente indagatore dei primi piani, nella credibilità dei dialoghi (superbi gli attori, professionisti e non), nell'adozione del punto di vista di Marta, che spiega l'alone caricaturale che certa critica ha imputato ai personaggi (l'iperacidità della sorella maggiore o l'incolto attivismo di Santa che sfiora l'ebetismo). L'intento non è polemico: vi è anzi una sorta di «ritrosia antiretorica» che affida il narrato a una lunga «soggettiva libera indiretta» (R. Menarini) e che si autoregola con limitazioni simil-Dogma: macchina rigorosamente a spalla, suoni e non musiche, Super16 al posto del digitale per rendere i dettagli non brutalmente visibili ma, senza enfasi, percepibili. Perché se i simboli precipitano dall'alto non sono che vuote formule cerimoniali, come quelle che la catechista vuol far recitare a forza a una Marta che esige invece il tempo necessario per vagliarle. Devono piuttosto scaturire dalla realtà, essere cercati in rebus.Ed è infatti su un 'miracolo' di questo sublime d'en bas che si conclude il film: dopo l'abluzione battesimale nel Giordano locale, ecco una coda di lucertola dibattersi, nonostante tutto, in un inesausto amor vitae.
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rugvito
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lunedì 2 aprile 2012
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tra brutalità e delicatezza
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"Corpo celeste" è un film sospeso tra spiritualià e prosaicità contemporanea. La piccola Marta non ancora contaminata dalla lobotomizzazione perpetrata dai media, è veicolo di riscoperta di una spiritualità più intima e profonda, quasi naturale, che sboccia in un contesto arido in concomitanza con alcuni passaggi chiave dello sviluppo e della crescita della ragazzina. Il contesto è brutto e avvilente, la regista ci mostra infatti una Reggio Calabria segnata dalla speculazione edilizia, restituendoci un ritratto da capitale della prosaicità contemporanea. La bruttezza dei luoghi sembra poi riflettersi nei personaggi, tra cui sono diffiuse: ipocrisia e povertà di spirito oltre ad una certa ignoranza.
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"Corpo celeste" è un film sospeso tra spiritualià e prosaicità contemporanea. La piccola Marta non ancora contaminata dalla lobotomizzazione perpetrata dai media, è veicolo di riscoperta di una spiritualità più intima e profonda, quasi naturale, che sboccia in un contesto arido in concomitanza con alcuni passaggi chiave dello sviluppo e della crescita della ragazzina. Il contesto è brutto e avvilente, la regista ci mostra infatti una Reggio Calabria segnata dalla speculazione edilizia, restituendoci un ritratto da capitale della prosaicità contemporanea. La bruttezza dei luoghi sembra poi riflettersi nei personaggi, tra cui sono diffiuse: ipocrisia e povertà di spirito oltre ad una certa ignoranza. Tutto questo poi acquista un maggior valore nell'economia della tematica se si tiene conto che il luogo più frequentato dalla ragazzina è la parrocchia in cui si tiene il corso di catechismo. Ed è a contatto con la mediocrità di quei personaggi che scaturirà la reazione spontanea e silenziosa di Marta ed il suo accostamento naturale ad un tipo di spiritualità diversa.
La regista riesce a conservare uno sguardo delicato e leggero sulle cose (forse semplicemente muliebre) anche quando esse risultano desolanti. Non si discosta molto dallo sguardo della ragazzina, ne condivide infatti la purezza e un pervasivo ed indistino senso di spiritualità "celeste". Il contrasto tra questa spiritualità ed un certo brutalismo corporale della immagini, è il binomio fondativo del film e l'elemento che lo rende una riuscita e interessante opera prima.
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laulilla
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martedì 21 giugno 2011
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i turbamenti della giovane marta
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Opera prima di Alice Rohrwacher, tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Annamaria Ortese, questo film ci descrive la difficile adolescenza di una ragazzina, Marta, appena arrivata dalla Svizzera in Calabria. La vicenda ci introduce subito nella brutta realtà della periferia del capoluogo calabro, stretto d’assedio da immondizia e tronconi abbandonati di lavori pubblici, altamente deturpanti.
Marta ha solo tredici anni e stenta a inserirsi nella periferia degradata di Reggio, dove la madre è tornata con le due figliolette, che, come tutte le sorelle, poco si amano e molto litigano.
Sua madre, che invece la ama e cerca di comprenderla, ha deciso di iscriverla alle lezioni di catechismo, per prepararla alla Cresima, momento che ritiene importante per inserirla compiutamente fra gli abitanti del luogo.
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Opera prima di Alice Rohrwacher, tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Annamaria Ortese, questo film ci descrive la difficile adolescenza di una ragazzina, Marta, appena arrivata dalla Svizzera in Calabria. La vicenda ci introduce subito nella brutta realtà della periferia del capoluogo calabro, stretto d’assedio da immondizia e tronconi abbandonati di lavori pubblici, altamente deturpanti.
Marta ha solo tredici anni e stenta a inserirsi nella periferia degradata di Reggio, dove la madre è tornata con le due figliolette, che, come tutte le sorelle, poco si amano e molto litigano.
Sua madre, che invece la ama e cerca di comprenderla, ha deciso di iscriverla alle lezioni di catechismo, per prepararla alla Cresima, momento che ritiene importante per inserirla compiutamente fra gli abitanti del luogo. La realtà della Chiesa locale è però orripilante: un parroco, che fa l’affittacamere, e che, incassando i lauti affitti, distribuisce i “santini” del notabile candidato alle elezioni, facendo anche firmare una specie di impegno a votarlo; una insegnante di catechismo che più ignorante non potrebbe essere, che non ama Martina perché la ritiene un po’ troppo impertinente e curiosa; una popolazione conformista e rassegnata che non tenta neppure di vivere in modo più autonomo dai modelli subalterni che la televisione propone e che vengono adottati persino dalla catechista, per preparare la festicciola della Cresima.
Ai turbamenti adolescenziali di Martina, che tutto vede silenziosamente, si aggiungono il disagio e il senso di solitudine che la porterà a cercare le risposte ai problemi tipici dell’adolescenza in uno sperduto paesetto, dove un prete burbero, solitario, ma pieno di spiritualità le comunicherà alcune verità non conformiste su Cristo e sul senso della vita. Il film delinea con attenta e delicata partecipazione una vicenda gracile, ma interessante, in cui l’indagine di Martina alla ricerca del suo equilibrio e del suo “ubi consistam”, difficile da individuare, è narrata con maestria. L’attenzione alla problematica religiosa, tuttavia, mi pare eccessivamente insistita, quasi che l’ambiente religioso, sia pure autenticamente cristiano, fosse l’unico in grado di offrire risposte alle inquietudini dell’adolescenza. Io non credo che sia così, neppure in questa decaduta e deturpata Reggio Calabria. Ottima prova d’attore quella della giovanissima Yle Vianello, che con molta verità ha fatto vivere Martina, con le sue ansie, i suoi dubbi, i suoi silenzi, la sua solitudine. Il film è stato selezionato, da una giuria internazionale, fra migliaia di altri, per partecipare alla “Quinzaine des Realisateurs” del Festival di Cannes appena concluso.
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reservoir dogs
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giovedì 9 giugno 2011
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le vie sono anche distanti dalla chiesa
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Marta (Vianello) ha 13 anni, si è appena trasferita alla periferia di Reggio Calabria dopo aver abitato in Svizzera per circa dieci anni dove i genitori erano immigrati per lavoro.
Il luogo da poco ritrovato è sospeso però tra falso ed affannoso modernismo e arcaico ancora ben radicato; Marta ha l'età per cresimarsi e il percorso prima del rito è l'occassione per la ragazza di fare amicizie ed integrarsi nel nuovo "ispido" habitat.
Ma gli abitanti, così come il posto, non trovano un proprio equilibrio se non "nascondendosi" in una grande istituzione come la Chiesa e Marta, giovane anima celeste nuovamente trapiantata nell'entroterra calabrese non trova certo delle risposte in quel teatrino in cui ognuno recita il proprio ruolo inconsapevole dei fili a cui sono legati.
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Marta (Vianello) ha 13 anni, si è appena trasferita alla periferia di Reggio Calabria dopo aver abitato in Svizzera per circa dieci anni dove i genitori erano immigrati per lavoro.
Il luogo da poco ritrovato è sospeso però tra falso ed affannoso modernismo e arcaico ancora ben radicato; Marta ha l'età per cresimarsi e il percorso prima del rito è l'occassione per la ragazza di fare amicizie ed integrarsi nel nuovo "ispido" habitat.
Ma gli abitanti, così come il posto, non trovano un proprio equilibrio se non "nascondendosi" in una grande istituzione come la Chiesa e Marta, giovane anima celeste nuovamente trapiantata nell'entroterra calabrese non trova certo delle risposte in quel teatrino in cui ognuno recita il proprio ruolo inconsapevole dei fili a cui sono legati.
Una piacevole sorpresa a Cannes, quella di Alice Rohrwacher (sorella minore di Alba), unica italiana nella sezione Quinzaine des realisateurs, nonostante qualche iniziale scetticismo la "sorella d'arte" esordisce con un lungometraggio che non mira ad avere simpatia dal pubblico ma decide invece a descrivere i problemi che affliggono il Sud senza troppi orpelli attraverso la giovane Yle Vianello, non addita colpe a nessuno dei personaggi descritti: dal parroco dedito al clientelismo alla catechista ingenua ed ignorante al sacrestano butterato ed insensibile alla vita, ma li inserisce tutti in un meccanismo più grande ed incomprensibile di cui anche Marta e la sua famiglia fanno inconsapevolmente parte.
Lo spaesamento di Marta dovuto non solo al trasferimento ma anche ad un mutamento fisico: le prime perdite mestruali, l'ingrossamento del seno, la scoperta della propria femminilità, è lo spaesamento dunque anche di se stessi e del proprio corpo, dove solo un parroco "asceta" in un paese fantasma saprà dare forse risposte togliendo a Marta "l'innocente" benda che il catechismo le aveva messo.
La pellicola però scivola talvolta in un esagerato simbolismo troppo didascalico che per fortuna non compromette particolarmente l'opera, come ad esempio la sorella minore di Marta succube della televisione e potenziale futura subrettina.
Il Cristo morente è ben diverso da come era stato fatto conoscere al catechismo e Marta nel vedere il polveroso crocefisso instaura ben presto un contatto "fisico" a dimostrazione che "Le vie del Signore sono infinite" e dunque le vie sono anche distanti dalla Chiesa.
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miazitu
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venerdì 3 giugno 2011
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sopravvalutato
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Il film parte da un assunto interessante: una ragazzina, cresciuta in Svizzera, ritorna con la madre e la sorella a vivere in Calabria. Un corpo estraneo in un mondo lontanissimo, che non conosce. Un mondo che potrebbe dare infinite possibilità di racconto, un percorso di crescita e di scoperta che potrebbe portare ad orizzonti inaspettati. Ma la regista sceglie tutt'altra strada: quella di limitare quella di restringere quel mondo a uno solo, quello di una chiesa che rincorre modelli televisivi, corrotta e frustrata, dell'universo plebeo meschino e incattivito che gli gira intorno. Volgare ed ignorante, senza eccezioni e distinzioni. E sceglie anche di usare il presupposto - la bambina che arriva da lontano - in modo del tutto strumentale: è lei, la protagonista, l'oggetto estraneo attraverso cui guardare a questo mondo.
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Il film parte da un assunto interessante: una ragazzina, cresciuta in Svizzera, ritorna con la madre e la sorella a vivere in Calabria. Un corpo estraneo in un mondo lontanissimo, che non conosce. Un mondo che potrebbe dare infinite possibilità di racconto, un percorso di crescita e di scoperta che potrebbe portare ad orizzonti inaspettati. Ma la regista sceglie tutt'altra strada: quella di limitare quella di restringere quel mondo a uno solo, quello di una chiesa che rincorre modelli televisivi, corrotta e frustrata, dell'universo plebeo meschino e incattivito che gli gira intorno. Volgare ed ignorante, senza eccezioni e distinzioni. E sceglie anche di usare il presupposto - la bambina che arriva da lontano - in modo del tutto strumentale: è lei, la protagonista, l'oggetto estraneo attraverso cui guardare a questo mondo. Non che non ci siano spunti interessanti in Corpo Celeste, ma il problema è che il racconto si ferma qui. Batte sempre sullo stesso tasto, quello dello squallore, della crudeltà gratuita, della desertificazione culturale. E questa desertificazione è rappresentata, naturalmente, dalla religione (su certa critica fa sempre presa), dal sud (orrendo, sporco, devastato), e da una galleria di personaggi miserabili e volgari. Così le donne - nel caso non fosse abbastanza chiaro - sono strizzate in maglie leopardate e portano gioielli vistosi e di cattivo gusto, i preti intrallazzano con la politica, i bambini sono brutti, apatici e con delle pettinature improbabili. Tutti tranne la protagonista e sua madre - unico personaggio positivo - che, nonostante provenga da quel mondo, è invece vestita come si vestono le persone normali. Tutti questi personaggi meschini e insensibili hanno volti interessanti e sono ben diretti. Ma quello che delude è proprio la narrazione. E' un film che racconta una cosa sola, il punto della regista su questo mondo. Un punto di vista supponente e didascalico, dovuto in parte, probabilmente, alla giovane età, e in parte all'idea di raccontare un mondo che non si conosce attraverso uno sguardo velato dal pregiudizio. Che sul finale cerca la strada del film d'autore, inzeppando il film di simboli. Fin troppo facile, secondo me. Ma che ha mandato in visibilio certa critica. Sarà per quel provincialismo che, qui in Italia, fa sembrare qualsiasi cosa passata da Cannes un capolavoro.
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goldy
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domenica 29 maggio 2011
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i limiti dei film di denuncia
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Estremamente apprezzabile l'attenzione sui dettagli che denunciano il degrado culturale che caratterizza certi luoghi del Sud . Scoraggiante la degenerazione divulgativa dell'insegnamento della religione cattolica priva di qualsiasi spiritualità. Mortificante il comportamento dei vertici religiosi da sempre attenti agli equilibri politici mafiosi del luogo piuttosto che alla preoccupazione di operrare per la diffusione di un credo virtuoso. Tutto così credibile, così vero, così autentico nell'individuare i segni che lasciano tracce indelebili nella formazione degli individui . . Eppure il fil film passerà senza lasciare traccia e rimarrà chiuso nella sua nicchia come tanti altri .
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Estremamente apprezzabile l'attenzione sui dettagli che denunciano il degrado culturale che caratterizza certi luoghi del Sud . Scoraggiante la degenerazione divulgativa dell'insegnamento della religione cattolica priva di qualsiasi spiritualità. Mortificante il comportamento dei vertici religiosi da sempre attenti agli equilibri politici mafiosi del luogo piuttosto che alla preoccupazione di operrare per la diffusione di un credo virtuoso. Tutto così credibile, così vero, così autentico nell'individuare i segni che lasciano tracce indelebili nella formazione degli individui . . Eppure il fil film passerà senza lasciare traccia e rimarrà chiuso nella sua nicchia come tanti altri . Uno spaccato di denuncia che sarebbe perfetto per un documentario, perde la sua forza se usato nel mondo dello spettacolo perchè, il cinema è da sempre accompagnato da un'idea di sogno di evasione di narrazione di una storia che ha un inizio, uno svolgimento, e una fine. I finali aperti, che dovrebbero indurre alla riflessione individuale convincono solo chi già convvinto e avvertito è, e non catturano l'attenzione di coloro che invece avrebbero il diritto di essere indotti ad adeguate occasioni di riflessione.
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