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alessandro lucchesi
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domenica 14 ottobre 2007
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da vedere e rivedere (e rifletterci un po' su)
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Ecco finalmente un ottimo film, con tutti gli ingredienti giusti: ottima regia, bravissimi attori (superba Jodie Foster), sceneggiatura pulita e senza eccessive sbavature, ritmo scorrevole. La trama è semplice e lineare. Erica Bain (Jodie Foster) vive felicemente a New York con il suo fidanzato David (Naveen Andrews). L’idillio delle scene iniziali viene bruscamente interrotto da una violenta aggressione che la coppia subisce da parte di tre balordi che uccidono lui e mandano in coma per tre mesi lei. Al risveglio per Erica niente è più come prima, il dolore e la paura rendono impossibile il reinserimento nella vita quotidiana. Per trovare il coraggio di uscire di casa, Erica compra illegalmente una pistola.
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Ecco finalmente un ottimo film, con tutti gli ingredienti giusti: ottima regia, bravissimi attori (superba Jodie Foster), sceneggiatura pulita e senza eccessive sbavature, ritmo scorrevole. La trama è semplice e lineare. Erica Bain (Jodie Foster) vive felicemente a New York con il suo fidanzato David (Naveen Andrews). L’idillio delle scene iniziali viene bruscamente interrotto da una violenta aggressione che la coppia subisce da parte di tre balordi che uccidono lui e mandano in coma per tre mesi lei. Al risveglio per Erica niente è più come prima, il dolore e la paura rendono impossibile il reinserimento nella vita quotidiana. Per trovare il coraggio di uscire di casa, Erica compra illegalmente una pistola. A questo punto la vicenda subisce un’accelerazione: dopo aver ucciso un uomo per legittima difesa, nella mente della protagonista scatta una molla che la spinge a vagare nelle notti newyorkesi, vendicano i crimini a cui di volta in volta assiste, nella speranza, prima o poi, di incontrare nuovamente gli assassini del suo fidanzato. Sui vari omicidi che si susseguono in città indaga il detective Sean Mercer (Terrence Howard) che nel frattempo instaura anche un rapporto di amicizia e di mutua comprensione con Erica. La vicenda, gestita con grande abilità dal regista, procede quindi inesorabilmente verso un finale da resa dei conti. A mio giudizio, il vero punto di forza dell’ultima pellicola di Neil Jordan consiste nell’appartenere a quel genere di film che non si limitano alla sola dimensione narrativa, ma che, in un certo senso, “interagiscono” con il pubblico, costringendolo a porsi degli interrogativi. Si può dire di tutto di questo film tranne che lasci indifferenti. Basta la semplice rappresentazione, impressionante e realistica, della brutale aggressione subita da Erica e David a scuotere lo spettatore, facendogli provare compassione per le vittime, rabbia, odio verso gli aggressori e intimo desiderio (inutile nasconderlo) che questi assassini paghino con la vita le atrocità commesse. Ma non si tratta solo di questo. Si tratta anche del fatto che sappiamo benissimo che ciò che stiamo vedendo non è limitato alla semplice esperienza visiva di una serata. Non percepiamo, cioè, il dramma della protagonista come una vicenda terribile, ma aliena dal nostro mondo. Quello che forse più ci sgomenta è il sentirlo così terribilmente possibile, così terribilmente vicino. Sensazione che ci deriva sia dagli innumerevoli casi di reati contro la persona di cui quotidianamente riceviamo notizia (spesso, addirittura, spettacolarizzati dagli stessi aggressori attraverso l’uso di videotelefonini, un po’ come si vede nel film) sia dalla consapevolezza dell’impotenza, e in alcuni casi indifferenza, delle forze dell’ordine (anche questo aspetto viene messo magistralmente in evidenza nell’opera). Il film coglie, dunque, nel segno intercettando il senso di insicurezza e ingiustizia che si respira nelle nostre strade e muovendo da questo ci costringe a riflettere sul concetto di Giustizia e a porci la domanda “come avrei reagito io al suo posto? Siamo sicuramente di fronte ad un bellissimo film: profondo, intenso, commovente e coinvolgente. Non so se, come sento dire, assomigli ad una versione al femminile de “Il giustiziere della notte”(che non ho ancora avuto l’occasione di vedere), ma vi ho trovato dentro molto Scorsese (come, ad esempio, il chiaro omaggio a “Taxi Driver” in occasione del primo omicidio di Erica nel minimarket). Consigliato vivamente
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eugenio
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lunedì 2 maggio 2011
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il labile confine tra giustizia e vendetta
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“La vendetta è un piatto che va servito freddo e gustato molto lentamente”.
Queste parole sembrano non appartenere al dizionario di Erica Bain (Jodie Foster),conduttrice radiofonica di un programma radio chiamato "Street Walk",miracolosamente sopravvissuta all’aggressione da parte di una coppia di balordi in un freddo tunnel di Central Park a New York. Lei almeno. Il suo fidanzato e prossimo futuro marito,al contrario,non c’e’ l’ha fatta: è morto massacrato sotto i colpi del violento duo. Ripresasi presto dalle ferite fisiche, la giovane donna tumefatta nell’anima e nel cuore da quel dolore di una perdita cosi’ insanabile,inizierà a percorrere presto la strada dei “giustizieri della notte”.
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“La vendetta è un piatto che va servito freddo e gustato molto lentamente”.
Queste parole sembrano non appartenere al dizionario di Erica Bain (Jodie Foster),conduttrice radiofonica di un programma radio chiamato "Street Walk",miracolosamente sopravvissuta all’aggressione da parte di una coppia di balordi in un freddo tunnel di Central Park a New York. Lei almeno. Il suo fidanzato e prossimo futuro marito,al contrario,non c’e’ l’ha fatta: è morto massacrato sotto i colpi del violento duo. Ripresasi presto dalle ferite fisiche, la giovane donna tumefatta nell’anima e nel cuore da quel dolore di una perdita cosi’ insanabile,inizierà a percorrere presto la strada dei “giustizieri della notte”.
Inevitabile sara’ l’incontro “formativo” con un tutore della legge (rappresentato,in questa sede dal detective Marcer,Terrence Howard) anche lui anima in pena,anche lui dal passato non propriamente roseo, pallido rappresentante di una città alla deriva sconvolta dal crimine.
La città appunto. Questa è la protagonista assoluta della pellicola dell’irlandese Jordan: attraverso inquadrature angolate e quasi “chirurgiche” delle strade ove si muove la giovane protagonista,il regista intende far riflettere sul male che ci circonda ogni giorno,sulla sopraffazione quotidiana di cui siamo soggetti. La città perde ogni connotazione perbenista e borghese caricandosi di un significato cupo e doloroso: è un “teatro dell’orrore”,un non luogo dove i protagonisti assoluti sono i piu’ forti che sottomettono i piu’ deboli in una spirale soffocante di repressione.
Quale è allora l’unica via di sopravvivenza? L’annullamento dei sensi e il rifiuto a vivere conducendo un’esistenza passiva e palesemente indifferente? Oppure l’applicazione di un pugno di ferro in base al ben noto contrappasso dantesco?
Puo’ davvero una giustizia sommaria sanare quelle ferite dell’anima ancora aperte?
Il cineasta, con fare sicuro,confeziona un prodotto asciutto ma non privo di sbavature (qualche scena di inseguimento si poteva tranquillamente “tagliare”) evitando ogni retorica di fondo sulla tematica: il dolore c’e’ e si vede;a nulla vale la legge di fronte alla perdita di un proprio caro.
Ed è cosi’ che Erica Bain si trasforma,travalica quel confine da giustizia a vendetta reagendo,calibro nove “legittimamente rubata” al seguito, alle ingiustizie viste. Uccide un rapinatore di un supermercato (che prima aveva assassinato una donna a sangue freddo), elimina due “latinos” bulli metropolitani,si accanisce verso un losco intrallaziere nei confronti del quale la cosiddetta ”legge” aveva fallito,applica con rigore la ferrea regola: “Mors tua vita mea”,divenendo un anti-eroe metropolitano.
Il tutto mentre la polizia sta a guardare,incapace di dare un volto a questo misterioso “Charles Bronson”, a un oscuro mietitore,la cui identità era probabilmente gia’ stata intesa sin dall’inizio, dal tenace detective Marcer, innamoratosi (tra le altre cose) della protagonista.
Non esiste un finale giusto o sbagliato; solo l’interpretazione dei due termini cambia.
Il cineasta cerca di coniugare nell’ultima scena due possibili sequenze tra loro distaccate intrecciandole e salvando in extremis "capra e cavoli" ma rimanendo,ahime’ per lui, avvolto nella rete.
Una rete di falsa speranza e illusione cui neppure la morte puo’ porre rimedio.
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[+] la paura a siracusa di eugenio
(di mattax)
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eleonora
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mercoledì 10 ottobre 2007
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quando una tragedia si porta via te stesso...
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E' sicuramente un film che offre molti spunti. A me personalmente ha colpito l'immagine che viene data di NY, la metropoli, che puo' essere una qualsiasi città, in cui se vuoi sopravvivere ti conviene non uscire di casa. Veramente bisogna non vivere per vivere nel mondo moderno??? Parallelamente a questo vorrei dire che io non vedo nel comportamento del personaggio la consumazione di una vendetta, quanto, in primis, una necessità assoluta di difendersi perchè ha paura (basta vedere il fatto che ci mette un po'prima di riuscire di casa) e l'impossibilità di sopportare e capire i motivi che portano le persone a fare del male agli altri (prima di uccidere il killer gli dice"perchè fai del male alla gente?").
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E' sicuramente un film che offre molti spunti. A me personalmente ha colpito l'immagine che viene data di NY, la metropoli, che puo' essere una qualsiasi città, in cui se vuoi sopravvivere ti conviene non uscire di casa. Veramente bisogna non vivere per vivere nel mondo moderno??? Parallelamente a questo vorrei dire che io non vedo nel comportamento del personaggio la consumazione di una vendetta, quanto, in primis, una necessità assoluta di difendersi perchè ha paura (basta vedere il fatto che ci mette un po'prima di riuscire di casa) e l'impossibilità di sopportare e capire i motivi che portano le persone a fare del male agli altri (prima di uccidere il killer gli dice"perchè fai del male alla gente?"). E' l'ingiustizia che lei non accetta, e allora, a questo punto, con la consapevolezza che tutto è perduto, con la certezza che nessuno le restituirà il suo amore e vedendo spuntare il male dappertutto, forse, si puo'anche vincere quel male illegalmente. E non so dire perchè, ma proprio non sono riuscita ad attribuire delle colpe al personaggio che alla fine, comunque, non lascia trapelare altro che le paure e la confusione (tanta) di una donna svuotata della sua stessa esistenza, esistenza che non recupererà più.
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antonello villani
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martedì 9 ottobre 2007
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l'elaborazione del lutto attraverso la vendetta
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Da vittima a carnefice, la metamorfosi di Erica dopo aver perso il fidanzato in una brutale aggressione. New York, una passeggiata come tante al Central Park trasforma per sempre la vita di una speaker radiofonica che gira per la città registrando rumori e conversazioni ad ogni angolo di strada. Neil Jordan cerca di emulare Martin Scorsese fotografando una metropoli presa d’assalto da prostitute, spacciatori e teppisti mentre Jodie Foster piombata nella più cupa depressione s’improvvisa giustiziera con una pistola acquistata al mercato nero. Perché dopo i primi attacchi di panico –telecamera girata a 45° che deforma le immagini provocando vertigini nello spettatore- la biondina con microfono in mano pensa bene di fare piazza pulita passando dall’altra parte della barricata.
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Da vittima a carnefice, la metamorfosi di Erica dopo aver perso il fidanzato in una brutale aggressione. New York, una passeggiata come tante al Central Park trasforma per sempre la vita di una speaker radiofonica che gira per la città registrando rumori e conversazioni ad ogni angolo di strada. Neil Jordan cerca di emulare Martin Scorsese fotografando una metropoli presa d’assalto da prostitute, spacciatori e teppisti mentre Jodie Foster piombata nella più cupa depressione s’improvvisa giustiziera con una pistola acquistata al mercato nero. Perché dopo i primi attacchi di panico –telecamera girata a 45° che deforma le immagini provocando vertigini nello spettatore- la biondina con microfono in mano pensa bene di fare piazza pulita passando dall’altra parte della barricata. Spietato e violento, “Il buio nell’anima” racconta con sottigliezza psicologica il dramma di una donna che elabora il lutto attraverso una vendetta che si consuma in una catarsi d’altri tempi. Il regista di “La moglie del soldato” è stupefacente nel tratteggiare il carattere della protagonista e per l’occasione si affida ad un’attrice brava più che mai, capace di dare una profonda carica di umanità persino quando preme il grilletto: rabbia, frustrazione ed impotenza prendono forma nella sensibile speaker radiofonica che si scopre killer suo malgrado. Jordan non evita di citare quel tassista che vuole liberare la bambina dalle mani del pappa: omaggio a Scorsese con il primo omicidio nel supermercato e la prostituta salvata da un delinquente di mezza tacca che la tiene in ostaggio imbottendola di droga, poi strizzatine d’occhio ai giustizieri della notte che si sono avvicendati sullo schermo. Certo, New York e le sue mille luci non hanno la potenza evocativa di “Taxi Driver” eppure affascinano lo spettatore con alcuni scorci da cartolina: strade buie, linee di metropolitana, angoli semisconosciuti, ponti più o meno famosi qui non c’è la città di Allen perché Jordan, dopo un inizio melenso, precipita di colpo nella più brutale violenza. Superba trasposizione di una sceneggiatura per certi versi banale e rovinata da alcune sbavature –le indagini del detective interpretato dal bravo Terrence Howard hanno il taglio della commedia-, “Il buio nell’anima” si rivela un thriller di buona fattura dove si mescolano drammi personali e messaggi sociali dai toni vagamente retorici. Il resto è Jodie Foster.
Antonello Villani
(Salerno)
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francesco2
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domenica 15 agosto 2010
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la 26.ora? non ne avevamo bisogno.
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Da anni la Foster è -credo- una delle donne più potenti di Hollywood, e questo sospetto si aveva da tempo: in questo film ha almeno due ruoli(Protagonista e produttrice), a parte quello di regista ricoperto in altri contesti. Ciò che era meno lecito aspettarsi è che l' europeo Jordan,curando la trasposizione cinematografica di un libro, avrebbe realizzato uno dei film più americani che si potesse ottenere, retorico come pochi ed impredivibilmente televisivo.
Come anche il protagonista della "Leggenda del re pescatore " di Gilliam, anche quella di questo film parla alla radio(Ovviamente con funzione diversa): il film però non approfondisce questo risvolto, ed anzi se ne serve affinché lei snoccioli una delle tante frasi pretenziose sulla sua città che pronuncerà durante il film.
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Da anni la Foster è -credo- una delle donne più potenti di Hollywood, e questo sospetto si aveva da tempo: in questo film ha almeno due ruoli(Protagonista e produttrice), a parte quello di regista ricoperto in altri contesti. Ciò che era meno lecito aspettarsi è che l' europeo Jordan,curando la trasposizione cinematografica di un libro, avrebbe realizzato uno dei film più americani che si potesse ottenere, retorico come pochi ed impredivibilmente televisivo.
Come anche il protagonista della "Leggenda del re pescatore " di Gilliam, anche quella di questo film parla alla radio(Ovviamente con funzione diversa): il film però non approfondisce questo risvolto, ed anzi se ne serve affinché lei snoccioli una delle tante frasi pretenziose sulla sua città che pronuncerà durante il film.
Il sospetto che l'obiettivo sia quello di un'opera didascalico comincia a diventare certezza dopo la morte del promesso sposo: come anche nella "Stanza del figlio" ed "In the Bedroom",piccolo film che però spicca confrontato con questo, assistiamo all'elaborazione di un lutto(Ma dove? Immagini anodine, senza nessuno spessore, frasi inutili come" Non dovresti fumare. è un modo per morire, tu devi cercare quelli per vivere")), con qualche (Vivaddio) spunto provocatorio, come il disinteresse mostrato nei confronti della Foster all'ufficio in cui dichiara il decesso del compagno. Nel frattempo si cominci a a sviluppare un indagine, condotta da un personaggio(interpretato proprio male) troppo scontatamente agli antipodi della protagonista: ove lei è donna, bianca e crede nella giustizia privata modello Charles Bronson, lui è uomo, nero e nutre una relativa fiducia nelle istituzioni(Relativa, appunto, perché a un certo punto le dirà:"Legalmente non si può fare nulla", per poi pentirsene un attimo dopo).
Quest'ambivalenza con pochissime sfumature, però, non ha nulla dei risvolti provocatori di "Breakfast on Pluto", dove si lavorava su due sessi "coesistenti" in un essere umano, ma è solo un "Potage" di thriller giudiziario, film "psicologico"(?) e storia d'amore.
Quando Erica uccide una persona che ha appena consumato un'altra vendetta privata, il suo ruolo assumerà sfumature sempre più diverse: uccide prima per legittima difesa, successivamente riacquista in un senso paradossale i connotati "sociali" che ci aveva mostrato la prima scena. In una città che non riconosce più(Ma questi traumi, con ben altra perizia nella fusione di generi, ce li aveva mostrati Lee nella sua bellissima "25.ora")diventerà una "Giustiziera della notte" a sfondo sociale: nel buio delle ore post-serali prima eliminerà il bianco, ricco di turno, poi difenderà una nera vittima di "Occasionali" soprusi. Queste scene in realtà quasi mai hanno un vero spessore, eccezion fatta parzialmente per la solidarietà femminile che si instaura con la prostituta. "Anonimato" di lusso, ampolloso quando lei manifesta disagio post 11-Settembre ( Dolore collettivo e personale, al contempo), e da telefilm durante le noiosette indagini di Mercer.
Eliminati i cattivacci e ritrovato il cane, il cerchio si (ri) compone definitivamente con l'"incontro" tra i due elementi(Bianco e nero, legale ed illegale), tramite una simpatica trovata dello "Script": la Foster spara al detective per fingere che il misterioso giustiziere non esistesse, che fossero una banda stile "Mostro di firenze". E svanisce l'illusione che un regista europeo abbia effettuato una "Trasferta" in America senza americanizzarsi lui stesso.
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