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Un intenso Piccoli, un Nanni competitivo più del solito, uno Scarpa dai silenzi eloquenti, un montaggio ben calibrato, una fotografia perfetta, una sceneggiatura schizofrenica (come nel "Caimano"). Due i film in "Habemus papam": nel registro drammatico, la crisi del prescelto, la sindrome di Celestino, ovvero di Pietro (l'apostolo roso dal dubbio), il paradosso per cui il più degno del soglio pontificio è anche il meno adatto; nel registro comico, il conclave dei bambini-cardinali, chiusi in un mondo irreale, rassicurati dalla Bibbia e dagli psicofarmaci, quotati come cavalli dai bookmaker e, come estrema beffa, catechizzati da uno psicologo miscredente e narcisista.
Moretti offre una pellicola che può piacere a tutti, nonostante l'ambientazione vaticana: i cattolici vi vedranno un'apologia del conciliarismo e una non troppo velata critica alla pelosa umiltà di Benedetto XVI (e se Martini fosse Melville?); gli atei leggeranno la figura del pontefice angosciato come un'allegoria della crisi di ogni leadership politica e morale nella società contemporanea, o come un apologo sull'inadeguatezza dell'uomo ('ansia da prestazione'); i romani si godranno, per l'ennesima volta, l'apoteosi della loro città ("bombe alla crema e mostre di Caravaggio", nel desiderio degli alti prelati australiani, i veri gaudenti del film).
Il finale, ieratico e inevitabile, vorrebbe preludere alla catastrofe; in realtà il discorso di Melville (come quello di Chaplin nel "Grande dittatore") apre alla speranza in una società non fondata sul carisma dei condottieri ma sulla condivisione e comprensione dei problemi.
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