MARIA LAURA GIOVAGNINI
Ozpetek, Bechis, Pontecorvo: tutti vogliono le sue musiche da film. Ma Andrea Guerra è il primo a stupirsi. E, tra un blockbuster hollywoodiano e I Cesaroni, a 46 anni confessa: "Da mio padre Torino preferivo stare alla larga".
Cosa hanno in comune Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek, La terra degli uomini rossi di Marco Bechis, Pa-ra-da di Marco Pontecorvo? Sono nei cinema, dopo la presentazione alla Mostra di Venezia: sì. Poi? Vi aiuterebbe sapere che condividono lo stesso segreto anche con Un marito di troppo di Griffen Dunne (starring Uma Thurman e Colin Firth), appena uscito in America? E con Coco, la prestigiosa fiction su Coco Chanel presto in onda su Raiuno? E se aggiungessimo I Cesaroni? Ok, finiamola qui. Ecco la risposta esatta: l'autore della colonna sonora. Cioè: Andrea Guerra. Che è il primo a non spiegarsi un simile exploit.
«Il mio lavoro è strettamente legato a quello dei registi: mi viene da pensare che magari abbiamo lavorato bene. Ormai in fondo abbiamo una certa età...» osserva Andrea con modestia vera. Figlio del poeta sceneggiatore Tonino, questo ragazzo di 46 anni incarna alla perfezione il romagnolo del nostro immaginario, Non soltanto per l'accento: è simpatico, gioviale, senza spocchia.
A proposito di spocchia: non tutti saprebbero passare dai film d'autore ai Cesaroni.
«Non lo trovo affatto strano: la musica è un mestiere. Sarebbe come dire che uno legge esclusivamente Proust e non può leggere Diabolik. L'unico problema sarebbe non centrare gli obiettivi, confondere Proust con Diabolik! La possibilità di sperimentare, di tenere la testa in esercizio ogni giorno è preziosa. C'è chi va in palestra, chi a vedere una mostra, chi al cinema, chi in piscina... Io, per rimanere in forma e "a temperatura", uso la continuità e la disciplina sul lavoro. E poi adoro I Cesaroni!».
Niente genio e sregolatezza?
«L'artista genio e sregolatezza per me è una figura romantica. Oggi tra l'altro non c'è più il tempo. Comunque bisogna essere davvero un po' matti per affrontare una colonna sonora: in 30-40 giorni devi creare una partitura da zero, dialogare con i registi, con i produttori, registrare, mixare, montare le musiche sul film...».
Cambia il modo di lavorare a seconda del genere?
«Innanzitutto faccio una riflessione di massima e cerco le corde preferibili da toccare. Lo scopo è ottenere un effetto malgrado siano state scritte migliaia di colonne sonore; stare al passo con quello che la psicologia dello spettatore di oggi possa trovare vivo. Il tema d'amore in passato è stato il caposaldo dei compositori della musica da film, pensi alla melodia iper-struggente di Love Story. Sarebbe inimmaginabile e rétro riproporre ora un abbinamento così "fatale".
In queste circostanze io preferisco cercare una linea più delicata che sottolinei un clima di ineluttabilità della storia e porti magari a una sensazione universale, cui tutti possono partecipare».
E dopo la riflessione di massima?
«È obbligatorio muoversi su due binari: efficacia strutturale - la musica deve funzionare in abbinamento all'immagine - e godibilità. Che è la ricerca della bellezza.
Ci sono casi particolari, però. Come le pellicole di Bechis e Pontecorvo: entrambe riguardano problematiche sociali forti, il trattamento disumano degli indios in Amazzonia la prima, quella dei bambini di strada di Bucarest l'altra. In questi casi è utile limitare le potenzialità suggestive della musica che tenderebbero - romanzando - a svilire la verità e la crudeltà, elementi primari di questi bellissimi film».
Con Un giorno perfetto, però, si è rifatto...
«Io e Ozpetek spingiamo con la musica. Qualcuno può aver pensato che era troppo carica; può darsi che ci siamo lasciati prendere la mano. Però con Ferzan ho affinato parecchio il linguaggio e gli devo gran parte della mia carriera. Affrontando con lui terni di respiro universale - il desiderio, l'amore, la morte, la memoria, tutti gli argomenti della poesia - ho potuto mettere a punto parecchie delle formule. Come il fatto che il tema musicale del film, quando sullo schermo iniziano i titoli di coda, diventi canzone. È successo la prima volta per La finestra di fronte con Gocce di Mezzaria, interpretata da Giorgia. Intersecare la canzone al tema del fihn ha il potere magico di trasportare le emozioni fuori dal cinema. La canticchi, diventa un tramite tra il ricordo del film e la tua vita personale».
Ci sono altre caratteristiche che la avvicinano a Ozpetek?
«II modo con cui Ferzan guarda al mondo femminile. Preferisco se la protagonista è una donna, in verità: ho vissuto sempre con donne, le conosco bene, mi piace quel loro tipo di sfumature, quell'universo palpitante, ricco di emozioni. Non mi vengono in mente bei ritratti maschili in questa epoca, vai sempre a finire alle pistole e allo sport...».
Era una famiglia matriarcale, la sua?
«In un certo senso sì. I miei si sono separati quando avevo un anno e io ho vissuto a Sant'Arcangelo di Romagna con mia madre, Paola, e mia sorella, Costanza. È stata mamma a iniziarmi alla musica, iscrivendomi a un corso di pianoforte. Da piccolino ero appassionato di documentari naturalistici subacquei, alla Cousteau. Se ce n'era uno in tv, mamma trasgrediva alla regola di mandarmi a dormire dopo Carosello. Ricordo che una volta, a sette anni, ero già a letto e lei mi ha svegliato perché ne vedessi uno sui delfini. Più avanti. i miei zii mi hanno re galato un hit organ Bontempi e s
lì ho iniziato a suonicchiare. Tra una partita di pallone e l'altra ho cominciato a fondere le mie due passioni».
In che senso?
«Registravo i documentari in televisione e creavo la musica: facevo rumorini con i pettini per il movimento dei molluschi, imitavo con la bocca la moka del caffè per dare l'idea degli erogatori dei sub. Quando sono venuto a Roma - quasi per coincidenza - la fortuna ha voluto che facessi ascoltare queste musiche alle produzioni di documentari: le hanno accettate subito. Qualcuno di questi registi poi ha cominciato a girare film...».
Nel 2003 ha anche composto la colonna sonora per il Cane e il suo Generale, un cartone animato sceneggiato da suo padre.
È stata una coincidenza divertente. Con Tonino, con mio padre, c'è un bellissimo rapporto, "burrascoso" dal punto di vista artistico. La figura del figlio d'arte l'ho sempre detestata. Sembra che qualcuno ti regali qualcosa. Noi abbiamo vissuto distanti e in due generazioni diverse. Su questo abbiamo scherzato al telefono: "Va' là, che adesso ti faccio vedere io..."; "Cioè, Andrea, mi vuoi superare?". Ma ne è nata una specie di staffetta con Roma che diverte tutti e due. Non c'è una foto di me e il babbo assieme, era proprio una mia fissazione su questo argomento. Bisognerà rimediare». Suo padre che ne pensava?
«Lui è superiore, ha sempre ripetuto: "Andrea, fai quello che ti pare". Però ultimamente ha insistito: "Una cosa insieme la potremmo fare, per una volta". Difficile trovarla: con le sue poesie la musica diventa sottofondo in un attimo. A 46 anni però mi è venuta un'idea. Ho trovato una melodia, con i miei collaboratori (Giovanni Giombolini, Ermanno Giorgetti, Bruno Antonio Pierotti), che mi piaceva e gli ho chiesto di scrivere le parole. Lui si è prestato, è stato gentile, devo dire: ha scritto trecentomila sceneggiature fra le più importanti del mondo ma non ha mai scritto una canzone. Così è nata Un altro cielo, che Ermanno Giove canta alla fine di Un giorno perfetto».
E noi che la credevamo venuto su a pane e cinema, sulle ginocchia di "zio" Fellini.
«No no no: sono cresciuto in Romagna, non ho conosciuto nessuno. Con mio padre non ci siamo incrociati neppure a Roma: mi sono trasferito qui a 26 anni, proprio quando lui si è stancato di viverci e l'ha lasciata».
Dalla via Emilia a Roma, e da Roma a Hollywood.
«Ho collaborato a tre film in America. Hotel Rwanda, fortunatissimo; La ricerca della felicità di Gabriele Muccino con Will Smith e Un marito di troppo di Griffin Dunne. Ho in progetto di tornarci presto, ma non sono vittima del "sogno americano". Non è che se ti ritengono bravo, tu automaticamente faccia strada. Sembra piuttosto una lotteria. C'è una lotta dura, c'è il marketing dei produttori e l'artista viene strattonato».
Meglio in Italia?
«In Italia il punto di vista del compositore viene più rispettato; là la produzione ti sta sopra perché ritengono che il cinema sia mercato. È vero, i budget sono enormi, ma in gran parte servono a modificare, ad adeguare al gusto della produzione. Poi io trovo che Los Angeles sia un po' finta, dalle case di cartongesso e dalle donne plastificate alle limousine lunghe dieci metri con una porta sola: dentro devi muoverti a gattoni! In fondo, per me che sono romagnolo, Cesenatico è meglio di Venice Beach. E Riccione meglio di Santa Monica».
Da Io Donna, 28 settembre 2008