| Anno | 2026 |
| Genere | Fantascienza |
| Produzione | Brasile |
| Durata | 97 minuti |
| Regia di | Tiago Melo (II) |
| Attori | Tânia Maria, Alli Willow, Fernando Teixeira, Rosa Malagueta, Spencer Callahan Valmir do Côco. |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 2 febbraio 2026
In Brasile, nel profondo Nordest, un esperimento scientifico sullo uranio sfugge al controllo, e minatori e scienziati devono fronteggiare l'apocalisse tra mitologia locale, humor nero e realtà popolare.
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CONSIGLIATO SÌ
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In un futuro prossimo, mentre il Brasile è colpito da un'epidemia trasmessa dalle zanzare, alcuni scienziati nordamericani giungono nella città di Picuí, nell'entroterra del Nordest, luogo noto per i suoi giacimenti di materiale radioattivo, per testare una cura sperimentale che porterebbe allo sterminio delle zanzare. Con loro c'è anche la scienziata Rúbia, tornata dopo anni nella città in cui è nata per aiutare i colleghi a farsi accettare dai riluttanti abitanti della zona, anch'essi intenti a cercare di estrarre un misterioso materiale giallo dal sottosuolo. Un fallimento nei test porterò alla catastrofe e lascerà la sola Rúbia a combattere contro l'imminente apocalisse.
Tra thriller, fantascienza, racconto folkloristico e commedia proletaria, Yellow Cake rinnova la tradizione del cinema anticolonialista divertendosi a mescolare i generi e a trasformare in delirio visionario l'ansia contemporanea del contagio e la critica al capitalismo predatorio.
L'opera seconda del produttore e regista Tiago Melo, originario di Picuí e nel 2012 già
autore di un documentario sulla cittadina mineraria nello stato brasiliano del Paraíba, sui
suoi giacimenti di terre rare e sull'estrazione nel 1944 dell'uranio poi utilizzato per la
costruzione della bomba atomica nel progetto Manhattan, ha un evidente sottotesto
politico.
Il tono da commedia d'azione, con un'eroina significativamente sospesa tra due mondi - la
scienza da un lato e la mitologia popolare dall'altro, il capitale e i contadini lavoratori, la
tecnologia e la terra - lo avvicina al cinema anni Settanta, più dalle parti di Rogério
Sganzerla che del Cinema Novo vero e proprio, e alla contaminazione tra lo spirito
anticoloniale e i divertissement da cultura pop.
Della fantascienza il film ha vari elementi: i test nucleari effettuati da scienziati americani
senza scrupoli; il disastro generato dal fallimento di operazioni rischiose e fuori protocollo;
le mutazioni delle zanzare che invadono la città; il contagio; la distruzione dell'ambiente
naturale; la diffusione di un sentimento di follia e autodistruzione... Al tempo stesso, è
anche un film con ambizioni d'autore (altrimenti non lo troveremmo nel concorso ufficiale
del Festival di Rotterdam), vista la presenza fra i produttori esecutivi di Kleber Mendonça
Filho, l'autore di L'agente segreto e di altri film come Aquarius o Bacurau di cui lo stesso
Melo è stato produttore. Di conseguenza, l'altra anima di Yellow Cake, che convive con
quella popolare, appartiene a un cinema più meditativo, a tratti visionario, che riflette con
sdegno sullo sfruttamento capitalistico delle risorse naturali brasiliane e in generale sulla
cancellazione nella società globalizzata di tradizioni rurali e comunitarie.
Il risultato è un ibrido che rinuncia a farsi progetto unitario anche nello stile, con
l'opposizione visiva e narrativa tra la luce accecante dell'estate e l'oscurità delle cave; tra
l'alta tecnologica delle strumentazioni e i segni preistorici scolpiti sulla pietra; tra i toni del
film di serie B e diverse sequenze dal ritmo dilatato. Lo scopo dichiarato è quello di portare
letteralmente alla luce, dopo una discesa sottoterra insieme reale e simbolica, le
contraddizioni del nostro tempo. In Yellow Cake (il significato del titolo lo si comprende alla
fine), la forza dei singoli non può nulla contro l'invasione dell'economia globale, ma la
scienza al servizio del potere, come cerca inutilmente di far capire ai suoi superiori la
stessa Rúbia, non può che portare alla distruzione.
Prevedibilmente, forse, ma inevitabilmente, la protagonista finisce per ricollegarsi al suo
stesso passato di nativa di Picuì, alle sue persone, ai suoi luoghi, alle sue storie (le stesse
che il regista ascoltava da piccolo, come scrive nelle intenzioni del film), e per perdersi in
un viaggio al centro del disastro che non ha più nulla di mitico o fantasmagorico, ma è una
paradossale, forse inutile tentativo di sopravvivere al disastro imminente.