| Anno | 2026 |
| Genere | Animazione |
| Produzione | USA |
| Regia di | Sarah Seember Huisken, Michael Moloney |
| Attori | Jason Schwartzman, Amy Sedaris, Aparna Nancherla, Gil Ozeri, Aubrey Plaza John Waters (III), Whoopi Goldberg, Ben Rodgers, Jim O'Heir. |
| MYmonetro | Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento martedì 28 aprile 2026
L'irriverente serie animata di Audrey Plaza e l'eredità di BoJack Horseman.
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CONSIGLIATO NÌ
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Kevin è un gatto domestico che, apprendendo la separazione dei suoi proprietari Dan e Dana, decide di abbandonare la casa in cui ha sempre vissuto per costruirsi un'esistenza autonoma. Finisce così al rifugio per animali Furrever Friends ad Astoria, nel Queens, dove incontra un gruppo di animali - un persiano snob, una gattina sempre malata, un gatto randagio senza pelo - ciascuno portatore di una propria crisi identitaria. Sullo sfondo della New York contemporanea, la serie esplora la solitudine, i rapporti romantici falliti e il bisogno di appartenenza, usando la prospettiva animale come lente deformante sul presente.
C'è un momento preciso, nei primissimi episodi di Kevin, in cui la serie animata - disponibile su Prime Video senza doppiaggio - sembra stia per fare qualcosa di davvero originale. In un certo senso... lo fa.
Kevin abbandona il suo appartamento di Manhattan - dove esisteva come strumento di cura, come creatura dipendente e presenza decorativa nella vita di due esseri umani - e arriva ad Astoria, in un rifugio dove gli animali gestiscono attività in proprio e parlano agli umani da pari a pari. L'originalità sta nel fatto che il passaggio del nostro protagonista è ontologico: da pet a soggetto, da animale posseduto ad animale che possiede una prospettiva sul mondo. È una delle trasformazioni di status più potenzialmente sovversive che l'animazione adulta abbia tentato negli ultimi anni, e per qualche episodio si intuisce cosa potrebbe diventare. Il problema è che questa intuizione non viene mai davvero coltivata.
La serie co-creata da Aubrey Plaza e Joe Wengert accumula riferimenti, gag corporee, star vocali (tra le molte, Whoopy Goldberg) e satira contemporanea con una generosità che finisce per sommergere proprio l'elemento più interessante che aveva introdotto. Il cambio di status di Kevin - da creatura domestica a individuo con una sua agency sociale - non viene mai tematizzato, rimane contestuale, e la serie si ritrova ad abitare uno spazio concettualmente affollato senza una bussola narrativa sufficiente a orientarci.
Per capire cosa Kevin avrebbe potuto essere, vale la pena confrontarla con BoJack Horseman, che rimane il punto di riferimento obbligato per qualsiasi animazione adulta che usi l'antropomorfismo come dispositivo critico. In BoJack, la convivenza tra umani e animali è il meccanismo attraverso cui la serie indaga la costruzione identitaria, la responsabilità morale, la possibilità o meno di cambiare. BoJack è un cavallo che fa l'attore in una Hollywood dove nessuno trova strano che un cavallo faccia l'attore: questa normalizzazione è il punto e ben si discosta dalla contestualizzazione del modello narrativo adottato in Kevin.
Nella serie equina di Raphael Bob-Waksberg, l'assurdo è integrato nella struttura del mondo in modo così coerente che smette di essere assurdo e diventa il terreno su cui si giocano questioni serissime. L'antropomorfismo in BoJack è la condizione di possibilità dell'intera riflessione.
Kevin introduce qualcosa di potenzialmente altrettanto fertile: non solo animali che parlano, ma animali che cambiano livello di realtà a seconda del contesto. Come pet, Kevin è subordinato, dipendente, definito dalla relazione con i suoi umani. Come abitante di Furrever Friends, è un attore sociale con relazioni orizzontali, scelte autonome, perfino una crisi esistenziale tutta sua. Questo doppio registro (e la possibilità di oscillare tra i due stati) avrebbe potuto essere lo strumento per esplorare qualcosa che BoJack non poteva: non tanto cosa significa essere un animale in un mondo umano, ma cosa significa passare da una condizione all'altra, cosa si perde e cosa si guadagna nello spostamento di status. È una domanda che risuona in modo molto preciso con certe esperienze umane - l'immigrazione, la mobilità sociale, il cambiamento di contesto identitario, di genere, ecc... - e che l'animazione, proprio per la sua capacità di rendere visibile l'invisibile, avrebbe potuto trattare con una forza particolare.
Invece la serie sceglie la densità di riferimenti culturali - da Patti LuPone che parodia sé stessa, alle allusioni ai social media - e di gag corporee che si accumulano senza costruire una logica interna riconoscibile. Non è che la volgarità sia di per sé un problema: Tuca & Bertie (Lisa Hanawalt), altra serie animata adulta con protagoniste animali, usa il corpo e il sesso come linguaggio per parlare di trauma e autonomia femminile con una coerenza che giustifica ogni eccesso. Anche lì gli animali abitano un mondo umano, ma la loro animalità (la loro fisicità specifica) è sempre in dialogo con i temi della serie. In Kevin, la volgarità sembra invece dissociata dal nucleo concettuale, come se i creatori non si fidassero abbastanza della propria idea più interessante e compensassero con il rumore.
Stilisticamente, la serie si inscrive in quel filone dell'animazione adulta americana che da BoJack in poi ha esplorato il malessere millennial attraverso corpi non umani. Il design visivo aspira all'estetica destabilizzante di certa animazione underground, ma senza la densità simbolica che renderebbe quella scelta pienamente significativa.
Kevin è una serie che aveva trovato qualcosa, quella doppia ontologia animale, che nessun altro prodotto simile ha articolato con questa chiarezza di partenza, ma che ha anche scelto di non approfondirlo.