Grotesquerie

Film 2024 | Horror

Regia di Max Winkler, Alexis Martin Woodall, Elegance Bratton, Ryan Murphy. Una serie con Niecy Nash, Courtney B. Vance, Nicholas Alexander Chavez, Micaela Diamond. Cast completo Genere Horror - USA, 2024, Valutazione: 3 Stelle, sulla base di 1 recensione. STAGIONI: 1 - EPISODI: 10

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Ultimo aggiornamento lunedì 11 novembre 2024

Un horror misterioso creato dalla mente di Ryan Murphy.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,00
CRITICA
PUBBLICO
CONSIGLIATO SÌ
L'apice e il culmine dell'ossessione di Ryan Murphy, tra spettacolo e decadenza.
Recensione di Gabriele Prosperi
lunedì 11 novembre 2024
Recensione di Gabriele Prosperi
lunedì 11 novembre 2024

La detective Lois Tryon (Niecy Nash-Betts) deve indagare su una serie di omicidi ritualistici estremamente violenti e macabri che sconvolgono una piccola comunità. Ogni scena del crimine è caratterizzata da simbolismi religiosi e messaggi criptici, portando Lois a collaborare con Suor Megan (Micaela Diamond), una giornalista e suora affascinata dai culti e dal true crime. Nel corso delle indagini, Lois deve anche affrontare i propri demoni personali, trovandosi in bilico tra ciò che è giusto e ciò che è inevitabilmente corrotto e oscuro.

Ci risiamo. Torna, carico e apparentemente indifferente su come la serie verrà percepita dal pubblico (parole sue), il nostro amato e odiato Ryan Murphy.

Grotesquerie è il titolo di questo nuovo macigno narrativo, che già dal nome suggerisce la sua essenza. L'autore di American Horror Story, Scream Queens, Feud e Monsters co-crea (insieme a Jon Robin Baitz e Joe Baken) per FX un patchwork grottesco che è allo stesso tempo un'ampia esplorazione gotica, un miscuglio di temi ricorrenti presi dall'horror e dal thriller, decadenza sociale, tableau vivant di corpi smembrati, riflessioni filosofiche e simbolismo religioso. E, naturalmente, troviamo nudi, preti-modelli, suore-detective, poliziotti improbabili e una cascata di eccessi.

D'altronde, con Murphy ce li aspettiamo, ed è ciò che si ottiene: l'accumulo definisce il suo stile, unendo horror, nudità, religione, violenza edonistica in una parata che spinge la narrazione verso il grottesco, verso un ammasso di cliché e stereotipi che sembra continuamente superare il limite. Proprio quando credi che non possa aggiungere altro, ti sorprende inserendo un elemento nuovo, e straborda: troppi input.

Come già evidenziato nel recente Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menéndez, questa modalità di storytelling appare come una sorta di sfogo creativo, l'esigenza di esorcizzare un tumulto mentale riversandolo all'esterno, non importa se alla rinfusa. Lo abbiamo visto in tutta la sua produzione, sin da American Horror Story, e similmente a quanto accade qui, anche in quella forma antologica l'accumulo di storyline, soggetti e perversioni era tale da dover antologizzare il racconto anche al suo interno, per mezzo di plot twist che stralciano via tutto quello che vediamo fino a un certo punto del racconto - in questo caso fino al settimo episodio.

Le perversioni esplorate ed "espettorate" da Murphy in Grotesquerie sono talmente eccessive che alla visione di Padre Charlie, interpretato improbabilmente da Nicholas Alexander Chavez (già Lyle Menéndez nel precedente Monsters), mezzo nudo e in procinto di muovere il suo bacino contro quello di un'algida suora, chiamata (così, perché no?) a collaborare alle indagini su degli orrendi omicidi, per poi autoflagellarsi con un gatto a nove code... ecco... viene voglia di chiudere tutto e aprire YouPorn. E non per dar sfogo a chissà quale pulsione sessuale generata dalle immagini, ma per cercare qualcosa che apparirebbe più realistico!

Murphy, in questo, è geniale e paradossalmente metanarrativo: Grotesquerie è forse la sua opera più personale, che parla di ciò che si agita dietro le quinte; la serie esplora il magma di pulsioni e risentimenti sociali che spinge Murphy a riempire le sue narrazioni. In Grotesquerie, però, l'eccesso non è privo di scopo: il colpo di scena del settimo episodio riporta il caos a una logica precisa, anche se il percorso per arrivarci è lungo (forse troppo).

Visivamente, Grotesquerie è straordinaria. La fotografia di Carolina Costa cattura ogni dettaglio viscerale con precisione, costringendo lo spettatore a non distogliere lo sguardo dall'orrore. L'approccio "food porn" di Murphy graffia la morale e il buon gusto dello spettatore. Che si tratti di Lois che prepara un turducken come specchio del suo disordine interiore o dell'infermiera Redd (Lesley Manville) che morde con voluttà l'uva, ogni momento è curato nel dettaglio. La serie alterna bellezza grottesca e repulsione viscerale, passando da scene di masturbazione di un uomo in coma alla visione di corpi mutilati, spingendosi (di nuovo) sulla linea sottile tra attrazione e disgusto mostruoso, una dinamica già esplorata con forza nella rappresentazione estetizzata di crimini e corpi, creando un cortocircuito tra piacere estetico e orrore.

L'ambizione della serie è anche il suo fardello più grande: il tentativo di Murphy di intrecciare critiche al nazionalismo cristiano, al collasso sociale e all'ossessione americana per il true crime spesso porta a una narrazione che appare dispersiva e sovraccarica. Il simbolismo, così potente per sei episodi su dieci, viene diluito e reiterato troppo a lungo, perdendo il controllo delle sottigliezze e appesantendo molto il racconto con un sottostante commento retorico. D'altro canto, però, le interpretazioni ancorano gli eccessi della storia. Nash-Betts dà straordinariamente vita alle lotte della protagonista, che si muove su molti livelli del racconto, fuori e dentro dimensioni alternative, ingannandoci costantemente, portando in scena una detective davvero improbabile all'inizio e assolutamente autentica dopo. Nash-Betts è centrale e ogni altro attore e attrice - da Micaela Diamond (Suora Megan) al first-pop-gentleman Travis Kelce (Ed Lachlan) - si muove come una maschera che dovrà interpretare per ingannare lei e lo spettatore sulla percezione di ciò che è o non è reale.

Grotesquerie rappresenta l'apice e il culmine dell'ossessione di Ryan Murphy per la fusione tra spettacolo e decadenza. Forse è un racconto troppo pieno di sé stesso, al punto da farci gridare "basta, non ne posso più!", ma è anche l'ennesima dimostrazione che Murphy sa come giocare con i confini del gusto e della narrazione. La serie porta lo spettatore a chiedersi se ciò che vede sia geniale, eccessivo, o forse entrambe le cose, e lo lascia sospeso, in bilico tra attrazione e repulsione, non tanto per le immagini mostrate, ma per un profondo rancore sociale che trasuda da ogni prodotto di Ryan Murphy.

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