Palazzina Laf |
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Un film di Michele Riondino.
Con Michele Riondino, Elio Germano, Vanessa Scalera, Domenico Fortunato.
continua»
Drammatico,
Ratings: Kids+13,
durata 99 min.
- Italia 2023.
- Bim Distribuzione
uscita giovedì 30 novembre 2023.
MYMONETRO
Palazzina Laf ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
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Quanti Caterino ci sono tra di noi?
di francesca meneghettiFeedback: 8216 | altri commenti e recensioni di francesca meneghetti |
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sabato 2 dicembre 2023 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Caterino è un operaio dell’Ilva di Taranto. Un crumiro, si sarebbe detto un tempo. Piuttosto ignorante, si crede furbo e, convinto di aver trovato una scorciatoia per affrancarsi dalla dura vita in produzione, diventa capo squadra, in cambio di informazioni sull’attività sindacale da passare a Basile, capo del personale. Un giorno Caterino, scorrazzando con una vecchia Panda di cui è stato dotato, scopre una palazzina, detta Laf, in cui stanno in purgatorio, ma sarebbe meglio dire all’inferno, decine di impiegati: costretti all’ozio, forse per qualche protesta o segno di insubordinazione. Sono ingegneri, informatici, segretarie, segregati, sorvegliati, condannati all’alienazione se non alla follia a causa del vuoto, in quanto privati di ogni ruolo e impediti nella realizzazione professionale. Due sole alternative. il licenziamento o il demansionamento. Le scene della palazzina Laf ricordano i manicomi, e questa è la parte più efficace del film. Caterino chiede di essere destinato proprio là, dove potrà, lontano dalle fatiche, continuare la sua attività di spia, fino all’epilogo che si tace.
Caterino fa venire in mente Lulù (La classe operaia va in paradiso), ma il confronto non premia il film di Riondino (debuttante regista, oltre che eclettico artista). Gli va dato atto, è vero, di due scelte coraggiose: aver raccontato una delle prime storie di mobbing (fine anni ’90), in cui la dirigenza dell’Italsider fini sotto processo; poi, aver scelto di interpretare un personaggio sgradevole, che rischia di appannare la sua immagine di giovane Montalbano, bello e bravo. Ma il film manca di quell’incisività tragica del film di Petri (l’enfasi esagerata del sonoro non basta: o meglio sarebbe stata opportuna solo per rappresentare l’ambiente infernale dell’Ilva), come manca un’adeguata rappresentazione dell’ambiente familiare, della vita di C. fuori della fabbrica, per non parlare dei veleni prodotti dalla fabbrica, responsabili di morti e malattie.
Lo stesso protagonista appare piatto. Sembra che tutto gli scivoli addosso con la massima indifferenza, anche l’agonia di una pecora per effetto dell’inquinamento. Quel po’ di tenerezza che emerge verso la segretaria è ben poca cosa, niente che possa scalfire le sue ottuse convinzioni, ribadite al processo. È vero che il regista potrebbe aver scelto questo profilo rappresentativo di una tipologia umana (assumendosi un ruolo scomodo e antipatico) per suscitare indignazione negli spettatori, così come dovrebbe accadere di fronte al boss Basile, interpretato da un Elio Germano un po’ manieristico nella recitazione. Però forse c’erano altre strade.
Il film può vantare la presenza di un ottimo cast, inclusa Vanessa Scalera, in un ruolo marginale, però. Ma ci lascia addosso la nostalgia per Lulù-Volonté e per il giovane Salvo-Riondino.
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