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Ultimo aggiornamento giovedì 17 maggio 2018
Un coming-of-age che difende l'emancipazione della donna nella cultura pachistana. In Italia al Box Office Cosa dirà la gente ha incassato 235 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Oslo. Nisha ha sedici anni e una doppia vita. In famiglia è una perfetta figlia di pachistani. Fuori casa è una normale ragazza norvegese. Quando però il padre la sorprende in casa di notte in compagnia del suo ragazzo i genitori e il fratello si organizzano per portarla, contro la sua volontà, in Pakistan affidandola a una zia. In un Paese che non ha mai conosciuto Nisha è costretta ad adattarsi alla cultura da cui provengono suo padre e sua madre.
Ci sono due modi per avvicinarsi a questo film. Uno è sbagliato e l'altro è corretto. Quello sbagliato potrebbe leggerlo come l'ennesimo attacco contro chi ha una cultura diversa finalizzato a sottolinearne solo i tratti più che negativi.
Quello corretto trae origine dal sapere che la regista (nata nel 1976) all'età di 14 anni è stata rapita dai suoi familiari e lasciata in Pakistan per un anno mezzo solo perché aveva soprattutto amici norvegesi e non voleva piegarsi all'idea di non potersi comportare come loro.
È quindi uno sguardo dall'interno quello che Iram Haq ci offre grazie anche a un'ottima interprete come l'esordiente (sul grande schermo) Maria Mozhdah nel cui sguardo si può leggere una vasta gamma di sentimenti che vanno dalla felicità alla disperazione più profonda. Al centro del film c'è il rapporto tra una figlia e un padre convinto (insieme a una madre che lo sostiene) di agire 'per il suo bene'. Ciò che però maggiormente colpisce e fa riflettere è un elemento che ha le caratteristiche dell'originalità in una vicenda come questa. Quello che accade a Nisha non trae origine da un fondamentalismo religioso. Arrivata in Pakistan la ragazza dirà di non voler pregare e questo ci fa comprendere che non lo faceva neanche in Norvegia.
Quindi ciò che la famiglia pretende da lei non è legato a motivazioni di fede ma, e forse è ancora peggio, a ciò che il titolo del film esplicita: quello che dirà la gente. È il conformismo sociale a dettare l'agenda dei comportamenti nella comunità di immigrati pakistani ed è ad esso che il padre sente il dovere di aderire rischiando di giungere anche a situazioni estreme. La regista precisa che non tutto quello che accade a Nisha è successo anche a lei ma la cronaca ogni tanto ci ricorda che episodi simili accadono e non hanno quasi mai un lieto fine. Il fatto che sia finalmente una donna che li trasforma in cinema ci dice anche che qualcosa sta finalmente cambiando. Ci vorrà tempo ma per tutte le Nisha, nonostante ciò che ci racconta la cronaca, c'è una speranza.
“What Will People Say” – titolo originale - mostra l’educazione repressiva all’interno di una famiglia pakistana emigrata in Norvegia ai tempi d’oggi. Nisha (una bravissima ed emergente Maria Mozhdah) è una sedicenne che vive a Oslo che, come i suoi coetanei, studia, ascolta musica, manda messaggini con lo smartphone e si diverte a giocare a pallacanestro [...] Vai alla recensione »
È ormai un genere, il cinema della diaspora. Interroga dal profondo le vicissitudini umane di chi è parte delle gigantesche migrazioni che stanno segnando la storia contemporanea. Questi movimenti di persone e popoli, anche lontanissimi tra di loro (in questo caso pakistani in Norvegia: apparentemente nulla in comune), hanno dunque un impatto decisivo sul cinema, e sul cinema europeo in particolare. In fondo, tra i dati positivi che l'Europa porta in dote c'è anche l'attenzione al cinema d'autore e ai suoi contenuti civili. E se è vero che molte volte il tutto si risolve in opere scolastiche girate con generici sentimenti democratici, è altrettanto indiscutibile che grazie a questa produzione si faccia strada una letteratura per immagini alla situazione odierna, e si dia letteralmente voce a conflitti sociali e personali che vengono vissuti silenziosamente da milioni di persone.
Ecco perché la critica, anche quando ha valutato Cosa dirà la gente non più che un buon film, ha sottolineato l'elemento autobiografico messo in campo dalla regista Iram Haq, che non solo ha vissuto sulla sua pelle gran parte di quello che è stato raccontato ma in questo modo garantisce uno sguardo severo e dall'interno sulle contraddizioni della sua civiltà.
E se già il titolo fa comprendere come la rispettabilità delle prime generazioni di migranti si giochi soprattutto nel solco delle comunità diasporiche, più che nei precetti religiosi (la vergogna è il sentimento più temuto), si guarda in verità alle seconde generazioni e alla liberazione dei costumi che esse rivendicano. Il tema è sentito e attraversa trasversalmente diverse comunità e molti film in questi anni, con protagonisti turchi, libanesi, palestinesi, in Germania, Svezia, Israele e dovunque le fragili democrazie occidentali abbiano cercato (o meno) di integrare i migranti.
Sana Cheema. Iram Haq. Nisha Hussain. Tre donne, tre ragazze con molte cose in comune: una famiglia emigrata dal Pakistan in Europa, la curiosità dell'adolescenza, la voglia di vivere e innamorarsi, la consapevolezza di rappresentare la modernità in un contesto familiare radicato nella tradizione. Due differenze fondamentali. Sana e Iram sono due ragazze "vere", Nisha è il personaggio di un film. Ma soprattutto: Iram è viva. Sana no.
La storia di Sana Cheema, 25enne bresciana di origini pakistane, trovata morta nella regione di Gujrat, sta rimbalzando da qualche giorno sulle pagine dei giornali italiani: immigrata di seconda generazione, impiegata in una scuola guida di Brescia, Sana sarebbe stata uccisa - secondo i media pakistani: le indagini sono in corso - dai suoi stessi familiari, infuriati per il rifiuto della ragazza di sposare un connazionale.
Una storia simile era capitata a Iram Haq, oggi quarantenne, regista al terzo film, autrice di Cosa dirà la gente, in uscita il 3 maggio. Un film che racconta proprio la sua storia, quella di un'adolescente come tante a Oslo, innamorata del suo ragazzo, colta in flagrante dal padre apparentemente progressista. Rapita - in barba ai servizi sociali norvegesi - per mantenere intatta la sua virtù. Portata in Pakistan per una rieducazione forzata. Riuscita, fortunatamente, a salvarsi. Nel film, scritto dopo tanti anni per "trovare il giusto distacco", il suo nome è Nisha Hussein.
Ci sono film così vicini alle cronache da rischiare di esaurirsi in un banale effetto di rispecchiamento: ecco cosa succede, visto da vicino. Altri invece, più problematici, illuminano ciò che accade in profondità. "Cosa dirà la gente" appartiene alla seconda categoria anche se è così diretto, brutale (e coraggioso) da poter esser preso per un semplice film-denuncia.