My Name Is Joe

Film 1998 | Drammatico +16 105 min.

Titolo originale My Name is Joe
Anno1998
GenereDrammatico
ProduzioneGran Bretagna
Durata105 minuti
Regia diKen Loach
AttoriPeter Mullan, Louise Goodall, Gary Lewis, David McKay, Lorraine McIntosh, Marie Kennedy .
TagDa vedere 1998
DistribuzioneBim Distribuzione
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +16
MYmonetro 3,46 su 16 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Regia di Ken Loach. Un film Da vedere 1998 con Peter Mullan, Louise Goodall, Gary Lewis, David McKay, Lorraine McIntosh, Marie Kennedy. Titolo originale: My Name is Joe. Genere Drammatico - Gran Bretagna, 1998, durata 105 minuti. distribuito da Bim Distribuzione. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +16 - MYmonetro 3,46 su 16 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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L'ex-alcolizzato Joe si innamora di Sarah assistente sociosanitaria che si occupa della famiglia di un giovane ex tossicodipendente, Liam e di sua moglie che è ancora nel giro della droga. Il film è stato premiato al Festival di Cannes.

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Consigliato sì!
3,46/5
MYMOVIES 3,38
CRITICA N.D.
PUBBLICO 3,34
CONSIGLIATO SÌ
Uno dei personaggi destinati a stagliarsi nella filmografia loachiana grazie al contributo non secondario di Peter Mullan.
Recensione di Giancarlo Zappoli
Recensione di Giancarlo Zappoli

Glasgow. Joe è un ex alcolista che per vivere unisce qualche lavoretto al sussidio di disoccupazione. Allena anche una squadra di calcio di dilettanti di cui fa parte Liam, giovane ex tossicodipendente sposato con Sabine e padre di un figlio. Joe cerca di prendersene cura e facendo ciò conosce l'assistente sociale Sarah di cui si innamora. La loro relazione viene però messa in pericolo da quanto Joe mette in atto per venire in aiuto di Liam.
Peter Mullan offre un contributo non secondario a questo film di Ken Loach (riconosciutogli a Cannes con il premio quale migliore attore). È grazie alla sua interpretazione che prende corpo uno dei personaggi destinati a stagliarsi nella filmografia loachiana. Joe ha una personalità complessa: inadatto al compromesso ha un passato da cui vuole liberarsi ma che ne condiziona il presente. La sua vocazione paterna si esplicita nella conduzione della squadra di calcio così come nel desiderio di evitare a Liam e Sabine di sprofondare in dipendenze analoghe a quella che lo ha segnato. È, a suo modo, un assistente sociale senza titoli di studio ma quando incontra Sarah è costretto a ricercare in se stesso le motivazioni più profonde e a confrontarsi con il rapporto che intercorre tra mezzi e fine. La sua generosità innata, il suo bisogno di correre in soccorso di chi è fragile (avendo sperimentato la fragilità) lo mette in contrasto con l'etica di Sarah. La donna (di cui Loach ci offre un nudo che non ha nulla della siliconata ostentazione che invade tanto cinema ma che invece ci richiama saggiamente alla normalità) non manca di attenzione nei confronti dei propri assistiti ma non può accettare che si travalichino certi limiti anche se non farlo può significare il precipitare di una o più vite nella disperazione. È un contrasto che trova nella sequenza finale uno sbocco a cui spetta allo spettatore fornire un'ulteriore significazione.

Sei d'accordo con Giancarlo Zappoli?

L'ex-alcolizzato Joe si innamora di Sarah assistente sociosanitaria che si occupa della famiglia di un giovane ex tossicodipendente, Liam e di sua moglie che è ancora nel giro della droga. Liam gioca in una squadretta di calcio di cui Joe è l'allenatore. Per aiutare Liam ad uscire dai guai Joe accetta di effettuare due trasporti illegali per il boss locale. Non dice nulla a Sarah per non metterla in pericolo ma, quando la donna viene a scoprire la verità, non si fida più di lui anche se aspetta un bambino. Loach, dopo i due film speculari Terra e libertà e La canzone di Carla in cui si rifletteva sul rapporto tra sentimento d'amore e coinvolgimento politico, torna al quotidiano della Gran Bretagna. Gira un manifesto contro Tony Blair che è legato al capitale come i suoi predecessori: Loach ne è convinto e lo ribadisce in un film che non ha però nulla del pamphlet anche se il regista non rinuncia alle proprie prese di posizione. Osservate quel finale che al contempo chiude e riapre la vicenda: quanti registi "made in Usa" ci avrebbero regalato un bell'happy end? Loach, che si nutre dell'ottimismo della ragione, lascia a noi la scelta.

MY NAME IS JOE
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RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
martedì 29 settembre 2015
Luca Scialo

Non sempre lineare, a sprazzi poco convincente e con qualche forzatura, è tra i meno riusciti tra i film di Ken Loach. Pur restando interessante, intenso e dal consueto messaggio sociale che ha sempre accompagnato il suo cinema. Il finale estremamente drammatico lo riscatta, come il tentativo apprezzabile di raccontare un'ennesima storia sui diseredati scozzesi.

lunedì 3 marzo 2014
Raffaele Guadagnin

Scrive Morandini "per saldare i suoi debiti con un boss della droga, si compromette in un traffico sporco". Ma il protagonista si compromette per salvare un amico, appunto "indebitato" (generalizzando, e molto) con il boss. Il protagonista NON ha debiti con il boss!

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RECENSIONI DELLA CRITICA
Alberto Crespi
L'Unità

Joe non somiglia per niente a Babbo Natale, e forse verrebbe bocciato se si presentasse fiei grandi magazzini londinesi offrendosi per impersonare Santa Claus (nonostante la penuria di volontari, che è finita pure nei Tg). Eppure, se avrete il coraggio di rischiare un Natale cinematografico insolito, Joe potrebbe diventare vostro amico. Essendo protagonista di un film di Ken Loach, Joe è un rappresentante [...] Vai alla recensione »

Piera Detassis
Ciak

C'è una cosa che sempre colpisce nel cinema di Kenneth Loach, almeno nel suo mlgliore, come Riff-Raff e Piovono pietre, quello più lontano dal santino politico. Questa cosa, questo sentimento, è il gioco d'attori, lo stupore del vedere svolgersi davanti agli occhi un realismo capace di non scivolare nel gretto, che sfiora lo psicodramma senza caderci dentro a piedi giunti.

Paolo Boschi
Scanner

«Il mio nome è Joe, sono alcolizzato»: niente cognomi, solo le sette fatidiche parole con cui un alcolista anonimo racconta le sue esperienze ai compagni di comune sventura, seduti intorno a lui. Lui è Joe ed ha trentasette anni: non tocca un goccio da dieci mesi, non ha un lavoro, fa l'allenatore di una scalcinata squadra di calcio dei sobborghi di Glasgow.

Silvio Danese
Quotidiano.net

Uno dei film d'autore più promozionato dell'anno (da Cannes a Torino ha girato quasi tutti i festival d'Europa). Non è il migliore di Loach, ma passione sociale e umorismo risaltano ancora vividi nell'occhio della cinepresa e nelle motivazioni di ottimi attori. È la storia del difficile riscatto di un ex alcolista, allenatore di una squadra di calcio.

Lietta Tornabuoni
La Stampa

Il titolo My name is Joe, Mi chiamo Joe, vuol significare che il protagonista del nuovo film di Ken Loach non possiede null'altro che se stesso: mentre altri hanno famiglia, lavoro, casa, salario, automobile, speranze, lui ha soltanto il proprio nome, trentasette anni, una personalità ferita che Peter Mullan, premiato all'ultimo festival di Cannes per questa interpretazione, recita benissimo.

Alfredo Boccioletti
Quotidiano.net

Strano destino quello di Ken Loach, l'amico della classe operaia che, di volta in volta, scontenta gli irriducibili del cinema politico o gli scettici della narrazione "a tesi". Con My name is Joe, Loach si attira le critiche più imbarazzate che affettuose dei primi; e si rivaluta invece agli occhi di chi, per esempio, aveva apprezzato il primo tempo del La Canzone di Carla, notando come le forzature [...] Vai alla recensione »

Maurizio Cabona
Il Giornale

Ormai i film sono come i golf: i migliori sono inglesi, perché li scrivono sceneggiatori veri, che si rivolgono agli adulti, non alle adolescenti a vita; perché i dirigono registi veri, che spesso vengono dal teatro, come i loro attori. Ken Loach invece viene dalla Tv, ma ha comunque respirato quell'atmosfera. Ora che l'età gli ha dato l'equilibrio mancante ai tempi di Family Life (1976), con My name [...] Vai alla recensione »

Irene Bignardi
La Repubblica

Dostoevskij incontra Marx a Glasgow. Succede, con la naturalezza che è propria di Ken Loach, in My name is Joe, il film che è stato presentato la scorsa primavera al festival di Cannes e che è stato presentato recentemente al Festival Torino Giovani, dove il regista ha vinto il premio Cipputi alla carriera. Per Marx non c'è bisogno di spiegarsi: alla sua maniera generosa e semplice, Loach continua [...] Vai alla recensione »

Luigi Paini
Il Sole-24 Ore

Joe, uno dei tanti. Un nome comune, un volto tra la folla, un vinto. Un uomo al quale, al massimo, la gente benestante può rivolgere uno sguardo di compatimento. È lui il protagonista di My name is Joe, di Ken Loach (l’attore è Peter Mullan, premiato con la Palma d’oro a Cannes). Ex alcolizzato, da qualche mese sta cercando di non ricaderci più. Ha un solo, grande amico, che lo aiuta nei momenti difficili; [...] Vai alla recensione »

Roberto Escobar
Il Sole-24 Ore

Marmaglia, feccia, gentaglia: così si può rendere in italiano Riff-Raff, titolo del bel film girato con rabbia e tenerezza da Ken Loach nel “90. E ancora riff-raff sono l’ex alcolista Joe (Peter Mullan, Jake in Riff-Raff), l’ex tossico Liam (David McKay) con la moglie Sabine, e poi Shanks e tutta la piccola gente che in My Name is Joe (Gran Bretagna, 1998) non è padrona della propria vita, ma solo [...] Vai alla recensione »

Emanuela Martini
Film TV

Il mio nome è Joe, e sono un alcolizzato. Secca, dopo i titoli sul nero, comincia così l'autopresentazione di Joe alla seduta degli Alcolisti Anonimi: un proletario dall'aria sorridente, uscito dalla sua dipendenza per riuscire a non disprezzarsi. Joe si dà da fare con un'energia inesauribile, sempre di corsa per la scalcagnata squadra di calcio che allena nel quartiere più disgraziato di Glasgow, [...] Vai alla recensione »

winner
miglior attore
Festival di Cannes
1998
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