| Titolo originale | Ikiru |
| Anno | 1952 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Giappone |
| Durata | 143 minuti |
| Regia di | Akira Kurosawa |
| Attori | Takashi Shimura, Shinichi Himori, Haruo Tanaka, Minoru Chiaki, Miki Odagiri Bokuzen Hidari, Minosuke Yamada, Kamatari Fujiwara, Makoto Kobori, Nobuo Kaneko, Nobuo Nakamura, Atsushi Watanabe, Isao Kimura, Masao Shimizu, Yunosuke Ito. |
| Uscita | lunedì 13 gennaio 2025 |
| Tag | Da vedere 1952 |
| Distribuzione | Cineteca di Bologna |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,16 su 3 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 13 gennaio 2025
Un classico di Kurosawa, una metafora che parte da un caso individuale e suggerisce il malessere del Giappone del dopoguerra. In Italia al Box Office Vivere ha incassato 18 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Kanji Watanabe è un grigio impiegato comunale di Tokyo, che trascorre giornate indistinguibili in un ufficio in cui le pratiche sono accumulate senza nessuna volontà di portarle a termine. Quando scopre di avere ancora pochi giorni di vita, diserta il posto di lavoro e si ubriaca con un amico scrittore, prima di scoprire che il senso ultimo della sua esistenza potrebbe trovarsi in un ultimo atto di generosità.
Girato per il ventennale della Toho, dopo i capolavori Rashomon e I sette samurai, è uno dei vertici della filmografia di Akira Kurosawa.
Il resto del mondo l'ha visto in ritardo, forse perché privo di samurai o gangster e quindi troppo "giapponese" per potere interessare all'estero. Niente di più sbagliato: Vivere è un film che risuona con incredibile intensità anche a più di mezzo secolo di distanza, una parabola amara sulla caducità dell'esistenza che ha la statura del classico, al pari di La vita è meravigliosa nel cinema o di "Racconto di Natale" in letteratura.
L'inizio è sconvolgente per la brutalità dell'approccio: il primo frame che osserviamo è letteralmente una radiografia dello stomaco del protagonista, affetto da un tumore che ancora ignora di avere. Watanabe è, come racconta la voce narrante, un uomo che ha "smesso di vivere" da lungo tempo, immerso nelle scartoffie di un ufficio comunale e intento a preservare un lavoro di cui nessuno sentirebbe la mancanza, senza più un'oncia di passione o di interesse. Come Ebenezer Scrooge cambia indole prima che sia troppo tardi, rendendosi conto della sua meschinità, così Watanabe dimentica timbri e scartoffie e comincia finalmente a vivere e conoscere il mondo.
Dapprima a lusingarlo sono gli eccessi della dissolutezza, attraverso serate alcoliche in compagnia di uno scrittore conosciuto per caso. Ma è solo un passaggio nella sua educazione alla vita, tardiva ma preziosa, che gli viene impartita proprio a un passo dalla fine, grazie alle attenzioni di una giovane collega piena di quella vitalità che ha abbandonato da tempo Watanabe. La maschera tragica del protagonista diviene per traslato il volto di un paese sconvolto, il Giappone sconfitto in guerra e controllato dagli americani come un bambino in castigo (i segni della colonizzazione sono un po' ovunque, tra locali jazz e balli).
Ma è al contempo di grande attualità, in un'epoca che ancora non ha saputo trovare il giusto equilibrio tra imposizioni del capitalismo ed esigenze personali di vita. La riflessione filosofica su Watanabe rappresenta l'architrave del film, ma a Kurosawa interessa soprattutto ritrarre il cinismo e i pettegolezzi che circondano il protagonista e che non accennano a spegnersi anche dopo la sua trasformazione spirituale e la sua dipartita.
A dare un volto a Watanabe è Takashi Shimura, attore ricorrente nei film di Kurosawa, che - spesso ripreso in primi piani frontali - accentua i tratti da clown triste, caricando l'espressività del volto come ai tempi del cinema muto. Un'interpretazione indimenticabile per un classico che non conosce età.
Un classico di Kurosawa, una metafora che parte da un caso individuale e suggerisce il malessere del Giappone del dopoguerra. Un anziano impiegato scopre che ha un cancro e solo un anno da vivere. Cerca di dare un significato ai giorni che gli rimangono e, non trovando un conforto in famiglia, s'affeziona a un gruppo di madri che cercano un'area per far giocare i loro bambini. Termina la vita dell'uomo, ma con la gioia di vedere cominciare quella degli altri.
Vivere è una meditazione sulla vita e sulla morte di straordinaria profondità. Alle spalle di Kurosawa c’è la lezione di Welles in Citizen Kane,un accostamento a Umberto D è d’obbligo,ma c’è soprattutto la grande narrativa russa,da Gogol a Dostoevskij,senza dimenticare le suggestioni del Faust,a suggerire rimandi ed equivalenze per quest’opera di un regista di grande cultura,capace di muoversi sempre [...] Vai alla recensione »