| Titolo originale | Nue Propriété |
| Anno | 2006 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Belgio, Lussemburgo, Francia |
| Durata | 92 minuti |
| Regia di | Joachim LaFosse |
| Attori | Isabelle Huppert, Jérémie Renier, Yannick Renier, Patrick Descamps, Kris Cuppens Raphaëlle Lubansu, Didier de Neck, Dirk Tuypens, Sabine Riche. |
| Uscita | venerdì 16 marzo 2007 |
| Tag | Da vedere 2006 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| MYmonetro | 3,08 su 18 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 30 dicembre 2016
Due giovani fratelli che non riescono a separarsi vengono sedotti da una madre conturbante e ambigua. In Italia al Box Office Proprietà privata ha incassato nelle prime 4 settimane di programmazione 157 mila euro e 51,2 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Thierry e François sono gemelli eterozigoti e vivono in un vecchio casale di campagna con la madre Pascale, separata e animosa col padre risposato dei suoi figli. Madre e figli sembrano convivere serenamente fino a quando Pascale, innamoratasi del vicino di casa, decide di mettere in vendita l'immobile e andare a vivere con lui. Thierry, fortemente contrariato, ostacola la relazione della madre e la sua balzana intenzione di vendere. Frustrata e incapace di sostenere le pressioni del figlio, Pascale parte. In sua assenza la situazione familiare esplode e Thierry e François finiranno col farsi male.
I due protagonisti non hanno le ali ma in compenso hanno un nido, una madre che pensa a nutrirli e un padre che provvede a mantenerli. Poco più che ventenni vivono in una sorta di bolla, uno stadio senza svezzamento che rimanda continuamente l'ingresso al ruolo di adulto. Thierry e François si rotolano nel fango, si accapigliano come ragazzini, fanno il bagno insieme, mangiano continuamente davanti alla tv, fanno l'amore con la fidanzata di turno, ammazzano i topi nello stagno come il tempo che scorre senza toccarli, cambiarli, crescerli.
Joachim Lafosse, regista e fratello gemello, gira nella campagna belga la vita di due fratelli e di una madre che spezza l'equilibrio familiare nel tentativo di conquistare l'indipendenza domestica. La sua regia misurata ed essenziale scova gli egoismi familiari che imbrogliano i personaggi e rintraccia i rapporti di autorità e di affetto esistenti nel gruppo. Una famiglia incompleta esaminata nei piccoli riti domestici: la consumazione dei pasti e l'apparecchiatura del desco sono ad esempio rivelatori delle relazioni che intercorrono tra madre e figli e dell'evoluzione dei loro comportamenti e dei loro sentimenti. Se il primo pasto commenta spensierato la complicità dei tre protagonisti e i loro piccoli avvenimenti quotidiani, i successivi sembrano incapaci di dare conforto e sostegno, di ricaricare psicologicamente i membri della famiglia. Il sapore del cibo, un gesto o una parola, diventano spunti che producono rabbia e sfogano l'aggressività. Quella di Thierry, già padre adolescente dell'Enfant dei Dardenne, contro la madre di Isabelle Huppert, che rivendica per sé il diritto di essere donna, di amare invece di allevare. Lafosse esaspera le tensioni e dissemina il film di indizi di rottura, fino all'esplosione finale che frantuma letteralmente la famiglia e costringe i genitori separati a ricominciare, a rimettere insieme i pezzi, finalmente consapevoli dei loro ruoli. Al centro di queste relazioni di potere c'è una casa, una "proprietà privata" che diventa luogo di scontro e di concorrenza, che traduce gli affetti immateriali in interessi materiali. Per questa ragione nell'epilogo la macchina da presa si allontana dall'immobile rimuovendo la proprietà e muovendo in avanti i personaggi. Perché la mancanza di possesso fa circolare l'amore. Quasi sempre.
Una madre, Pascale, vive in una fattoria in Belgio insieme ai suoi due figli gemelli e adulti, ma incapaci di badare a se stessi. Dopo il divorzio dal marito e convinta dal proprio amante, la donna vorrebbe vendere la proprietà, ma i due figli si oppongono. Impotente nel trovare una soluzione, Pascale abbandona la casa e i suoi figli dovranno incominciare ad affrontare la vita da soli.
Pascale come Medea. Forse il riferimento è un po' troppo "alto" per questo film che ricorda molto il buon cinema dei Dardenne e che, quindi, resta un'opera ben costruita e ben recitata. Uno stile asciutto e sobrio (Isabelle Huppert ha sostenuto un piano sequenza fisso per 5 minuti e non è cosa facile) e un montaggio attento a sottolineare il fatto che - nel sistema familiare descritto - non c'è una persona più importante di un'altra perché tutti e tre i personaggi sono i cardini di una relazione simbiotica e perversa. Questo spiega la scelta di usare i piani sequenza fissi: "Volevo che ogni personaggio fosse costretto a uscire dall'inquadratura se voleva allontanarsi. L'inquadratura è come la casa che loro tre non riescono a lasciare", spiega Joachim Lafosse, il regista. Viene alla mente un altro riferimento "alto": L'orgoglio degli Amberson di Welles, in cui i ruoli familiari e affettivi si ribaltano, si complicano, si frantumano. Nell'arte, spesso, si sono toccati questi argomenti, ma il film di Lafosse concede una riflessione in più sugli interrogativi di sempre: Qual'è il confine tra Amore e Possesso? Si possono sciogliere i legami di sangue? A quale prezzo?
Una macchina, sulle note vibranti del violino, si allontana dalla grande proprietà che, lentamente, sparisce dietro la curva, sostituita dal paesaggio verde e grigio della campagna belga. L'ultima scena chiude il cerchio del film, iniziato con la dedica inziale "a nos limites" (ai nostri limiti), per raccontare come gli oggetti, i possedimenti diventino molto spesso i catalizzatori [...] Vai alla recensione »
L'anomala dedica che figura in testa a Nuda proprietà di Joachim Lafosse è già tutto un programma: «ai nostri limiti». Già, ma è giustificazionista? Invoca cioè clemenza e comprensione, perora la causa del mal comune mezzo gaudio e del chiudere un occhio? Oppure al contrario è un'accusa e un'autoaccusa, un risveglio critico e autocritico, un monito? La risposta giusta è la numero due.