| Anno | 1972 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 93 minuti |
| Regia di | Marco Bellocchio |
| Attori | Gian Maria Volonté, Fabio Garriba, Carla Tatò, John Steiner, Laura Betti Jacques Herlin, Marco Bellocchio, Michel Bardinet, Jean Rougeul, Gisella Burinato, Gianni Solaro, Giuseppe Cederna. |
| Uscita | giovedì 4 luglio 2024 |
| Distribuzione | 01 Distribution, Minerva Pictures Group |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,41 su 3 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 2 luglio 2024
A Milano, una studentessa liceale viene violentata e uccisa. Il redattore capo di un grande quotidiano indipendente scatena una campagna contro un extraparlamentare accusandolo del delitto. In Italia al Box Office Sbatti il mostro in prima pagina ha incassato 40,5 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Il redattore capo Giancarlo Bizanti del quotidiano di destra "Il Giornale", dopo la notizia dell'uccisione di una studentessa che è stata anche violentata decide di utilizzarla a fini politici. Siamo nel 1972 ed è in corso la campagna elettorale in un clima acceso tra i cosiddetti 'opposti estremismi'. In accordo con la proprietà Bizanti individua in un giovane appartenente ai gruppi extraparlamentari il colpevole da 'sbattere in prima pagina'.
Un film non completamente riuscito che ha però ancora molto da dirci.
In un'intervista del 1992 Marco Bellocchio si esprimeva così: "Direi che il film più sbagliato è stato Sbatti il mostro in prima pagina. Un'operazione fatta per disperazione, per onnipotenza, un'operazione di semplificazione, di popolarizzazione, che è la cosa più sbagliata che un artista possa fare."
Sicuramente ci sono personaggi (vedi il giornalista che si oppone alla mistificazione) un po' didascalici ma il film resta un documento di quegli anni e non solo. Anche perché ci sono sequenze di carattere documentaristico molto significative. Come quella di apertura in cui, in un comizio davanti al Castello Sforzesco di Milano, un Ignazio La Russa con capelli lunghi invita ad essere al di sopra all' "ormai superato e in disuso e troppo a lungo sfruttato fascismo e antifascismo". Una riprova che l'odierno presidente del Senato è coerente con se stesso pensando oggi ciò che già diceva allora. Il film prende le mosse da questa scena a cui seguono gli scontri in piazza.
Va evitato però un possibile equivoco "Il Giornale" di cui Bizanti è caporedattore non ha e non può avere alcun riferimento con l'omonimo quotidiano che Indro Montanelli fonderà solo due anni dopo. La denuncia però è (forse troppo per Bellocchio) chiara: quelle che ancora non si chiamavano fake news venivano architettate con una meticolosità che si esaltava se a ricoprire nel film il ruolo da protagonista c'era un Gian Maria Volonté che lo aveva rifiutato sulla base di una precedente sceneggiatura e che ora, passata la stessa alla revisione di Bellocchio e di Goffredo Fofi, gli permetteva di lavorare sulle note di un mellifluo understatement che poteva nell'arco di una frase trasformarsi in gelida freddezza. Il Bartolomeo Vanzetti del film di Montaldo o il Lulù Massa di Elio Petri diveniva ora un credibilissimo servo dell'establishment. Come altrettanto calata nella parte di una donna dall'equilibrio instabile è Laura Betti. Lo stesso Bellocchio ha un cameo role (alla Hitchcock?).
Le collusioni tra la stampa e le più o meno alte sfere della politica vengono poste in rilievo ma ciò che oggi risulta come una piccola perla di scrittura in fase di sceneggiatura è la scena in cui troviamo Bizanti a casa davanti al televisore con moglie e figlio. In questo contesto solo in parte lontano dalle molotov e dagli scontri tra polizia e manifestanti, il protagonista esprime in perfetta sintesi ciò che pensa dei suoi lettori trasferendolo in modo sprezzante sulla consorte dalla quale pretenderebbe una maggiore perspicacia. Va poi rilevato come, anche in un film dichiaratamente 'politico', Bellocchio non rinunci alla sua messa in discussione di quanto attiene alla sfera religiosa denunciando le ossessioni che ne possono derivare e, benché dal 1969 fosse già in vigore il nuovo rito in italiano con il celebrante che guarda l'assemblea, ci proponga un rito in cui il sacerdote si rivolge ai fedeli in italiano ma celebra voltando le spalle.
A Milano, una studentessa liceale viene violentata e uccisa. Il redattore capo di un grande quotidiano indipendente scatena una campagna contro un extraparlamentare accusandolo del delitto. Riuscirebbe ad incastrare il poveretto, grazie alle "rivelazioni" di una sua matura ed isterica ex amante, se un giornalista più scrupoloso non individuasse il vero colpevole.
Marco Bellocchio , insieme a Donati e Fofi che scrissero la sceneggiatura dà vita nel 1972, ad un film di cruda denuncia socio-politico- culturale, destrutturando capillarmente i capisaldi su cui si fonda la gestione dei mass - media, opportunamente mediata da chi li finanzia. Si prende spunto da una vicenda di cronaca nera, ossia la morte di una studentessa di buona famiglia, uccisa [...] Vai alla recensione »