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lunedì 21 settembre 2026 - Incontri

Lucia Mascino: «Non pensavo di fare l'attrice, pensavo di disegnare nella vita»

Lucia Mascino ha ricevuto al Capalbio Film Festival il premio Attrice Formidabile.
di Giancarlo Zappoli

Da Capalbio, dove ha ricevuto il premio Attrice Formidabile al Capalbio Film Festival, Lucia Mascino racconta a MYmovies la sua carriera artistica.

C'è stato un giorno, un'ora, un minuto in cui hai detto: “Io da grande faccio l'attrice”? 
No, non pensavo di fare l'attrice, pensavo di disegnare nella vita, Poi però sapevo che avrei fatto qualcosa che avrebbe un po' spaccato le quattro pareti ma non capivo bene che cosa. Mi sembrava difficilissimo esporsi davanti a tutti, mi sembrava una cosa lontana dalla mia indole.
Avevo visto un tappeto rosso a Venezia in un albergo e avevo il sogno di avere un albergo a Venezia perché ero rimasta incantata dal tappeto rosso, quindi avevo un richiamo ma molto incognito.

L'esordio è stato in  teatro o nel cinema? 
L'inizio è stato un laboratorio di teatro sperimentale. Io prima disegnavo ma ho capito che dovevo fare un’attività artistica con altre persone. Quindi questo è stato il motivo per cui poi ho lasciato il disegno e ho iniziato a fare il teatro. 

Aznavour ne “L’istrione” cantava “Ancora morirò di gioia e di paura quando il sipario sale”. Per te vale ancora adesso?
Vale tantissimo. Ogni volta che si apre il sipario  mi dico “Ma perché ho scelto questa strada?” Ogni volta mi sembra che dovrebbe arrivare un'ambulanza per portarmi via per l'emozione. Hai sempre bisogno di ricordarti perché lo fai, perché un po' ti vorresti nascondere da qualche parte. Una parte di me ha bisogno di tirar fuori e l'altra parte si vorrebbe nascondere.

Teatro, cinema. Cosa ti dà e cosa ti leva l'uno? Cosa ti dà e cosa ti leva l’altro? 
Il teatro ti allena molto bene alla tenuta lunga. È una maratona, ti allena a stare sull'importanza del testo, sul viaggio che ti possono far fare le parole, sul rapporto, l'ascolto degli altri. È un allenamento, diciamo, anche di tenuta ritmica dall'inizio alla fine e ti insegna a usare il corpo. Questo è quello che ti dà.
È come se imparassi a fare più mestieri insieme. Però ti toglie il lasciarti un po' andare, perché in un ciak, essendo breve, non avendo tutta la maratona da compiere è diverso.  Il cinema ha un valore anche dell'istante.
Sicuramente sono due mestieri diversi. Secondo me il cinema ti obbliga ad essere attraversato, mentre in teatro puoi un po' a volte essere un servitore di battute, cioè puoi portare il ritmo e puoi anche escluderti dall'essere. Invece il cinema chiede a quella piccola cosa di diventare grande dentro di te e di attraversarti.
Il teatro ti dà anche il corpo, il cinema ti dà di più il sentire.

E con questa consapevolezza non ti è mai venuta la voglia di essere attrice e regista di attori? 
Mi piacerebbe tanto guidare gli attori perché è una cosa che mi piace da morire il contagiarci a vicenda, mi piace lavorare con degli attori con i quali si può fare. Per esempio, se un collega mi dice a un certo punto: “Guarda non mi sto riuscendo a emozionare in questa cosa”, ci si dà la carica l’un l'altro. Cioè io credo che questo sia un mestiere che può davvero far sì che una scena diventi più reale della realtà e quindi avendo questa passione tutto quello che incrementa questa possibilità mi interessa, che sia io a farlo o che sia qualcun altro. Resto incantata da quelli che lo sanno fare. In particolare dagli attori inglesi che sono bravissimi. Il cinema è guidare e lasciarsi andare a qualcosa che va oltre te, e questa è la sensazione più bella che c'è. 

Ci sono dei personaggi a cui sei rimasta affezionata?  
Tanti, tantissimo. Sono affezionata anche a quelli delle serie che ho fatto più lungamente, sono affezionatissima a Vittoria Fusco, a Susanna, il personaggio che sto interpretando adesso. Alla mamma im/perfetta lo sono enormemente. Ho un rapporto con questi personaggi che in alcuni casi mi restano talmente addosso che ci metto proprio tanto a staccarli. È stupefacente entrare in un'altra identità, perché ti allarga un po' la tua. Ci sono dei registi o degli spettacoli che ti fanno fare dei salti. Piccioni ne Il rosso e il blu mi ha fatto fare un salto, nel piccolissimo ruolo fatto con lui. Il sen(n)o, il monologo teatrale, mi ha fatto fare un salto Io vedo dove sono i salti, e quello che mi spaventa è quando non lo fai il salto, quando ti appoggi sulle tue carte, che sai già come giocare.

Il 27 settembre andrà in onda su Canale 5 Il mio nome è Carlo sulla vita di Carlo Acutis. Tu hai il ruolo della mamma. Come si interpreta la mamma di un santo che è anche una persona reale e vivente?
Non l'ho incontrata per non fare imitazioni e anche perché penso che avesse cose importanti da fare, Nella storia credo non sia mai esistito un santo con dei genitori vivi. È stranissimo. Mi sono detta: faccio la storia di una madre che ha un figlio che la cambia, che la trasforma. Ho cercato qual era il punto del film in cui iniziava a essere lui la mia guida. Il regista, Giacomo Campiotti, ha detto: “Io non voglio raccontare la storia di un santo, voglio raccontare la storia di un ragazzo che ha fatto delle cose molto importanti, molto belle e di una famiglia che gli  è stata vicina”. Se avessi incontrato la madre ora  che il figlio è già santo avrei conosciuto un’altra persona. Io interpretavo lei di molto tempo fa, che non era quella di adesso.

Campiotti è sempre stato bravo nel far recitare i più giovani.
Sì, è bravissimo con i ragazzi. È un regista appassionatissimo, che si entusiasma in quello che fa  e i ragazzi questa cosa la adorano, la sentono, ne hanno bisogno. Qui c'erano tre ragazzi perché Carlo è stato interpretato da tre ragazzi. Quello piccolino è stato una meraviglia del cielo, un regalo anche per me incontrarlo perché era un bambino di cinque anni fantastico, con degli occhietti vivacissimi che mi chiama ancora adesso dicendomi “Mamma Antonia”. Anche gli altri sono stati dei begli incontri.

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