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Fabrizio Bucci

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Fabrizio Bucci

Fabrizio Bucci racconta l'esperienza sul set di Terra ribelle.

Il nuovo feuilleton contemporaneo

martedì 2 novembre 2010 - Nicoletta Dose cinemanews

Il nuovo feuilleton contemporaneo Se gli intrighi amorosi di Elisa di Rivombrosa hanno lanciato la carriera di Alessandro Preziosi e Vittoria Puccini, Terra ribelle potrebbe rappresentare un'occasione simile anche per l'attore Fabrizio Bucci, co-protagonista delle serie assieme a Rodrigo Guirao Diaz (nel frattempo ingaggiato come protagonista della versione televisiva de "La Traviata" per la regia di Antonio Frazzi). In onda in queste settimane su RaiUno, la fiction di Cinzia Th. Torrini sta ricevendo un ottimo riscontro di pubblico. L'epopea popolare funziona, emoziona e fa ancora sospirare. E mentre la storia prosegue, fra conflitti di passione e tradimenti d'onore, il cast gioca con la notorietà e l'attenzione mediatica che la serie sta ricevendo. Fabrizio Bucci racconta come ha vissuto l'esperienza sul set in Argentina e le speranze per il futuro.
Terra ribelle è un'epopea che riprende gli stilemi del romanzo d'appendice ottocentesco. La portata del progetto è atipica rispetto allo standard produttivo della fiction italiana. Come ti sei avvicinato al progetto? Eri intimorito?
Mi sono posto positivamente. Ero felice per il genere di prodotto che avrei dovuto affrontare e soprattutto di essere il co-protagonista. Ho avuto le migliori intenzioni perché ho creduto da subito al progetto. Sapevo della serialità di Cinzia Th. Torrini che è conosciuta per la sua qualità registica di saper raccontare lunghe saghe che hanno dell'epico o del feuilleton. È un po' una sua prerogativa, per cui ero in mani sicure. In più, la possibilità di andare in Argentina a girare ha risposto a un desiderio che chiunque avrebbe voluto esaudire. Insomma, direi che mi è arrivata l'occasione come un treno in corsa. In quel momento era importante reagire subito. Si trattava di prendere quel treno senza riflettere troppo.
La fiction è interamente girata in Argentina. Come hai affrontato l'esperienza? Hai avuto difficoltà nel convivere sul set con colleghi e troupe che non parlano la tua lingua?
Non ci sono stati grossi problemi di convivenza. All'inizio c'è stata qualche difficoltà di comunicazione perché non parlavo lo spagnolo ed era un po' difficile lavorare insieme. Ma è stato un problema che è durato relativamente poco perché dopo due mesi eravamo già in piena sintonia. E poi è stata una bella opportunità per me perché, grazie a questo lavoro, ho imparato anche lo spagnolo. La collaborazione con gli argentini è stata ottima. Sono stati molto accoglienti. Poi io, nello specifico, mi sono trovato benissimo con Rodrigo Guirao Diaz che è il mio partner in scena. È un bravo attore ma è anche una persona eccezionale con cui ho condiviso un'amicizia nella vita, oltre che sul set.
Come ti è sembrato il metodo di lavoro argentino? Hai notato delle differenze rispetto a quello italiano?
Sì, loro sono abituati a tempi meno frenetici dei nostri. Ma questo è un aspetto culturale, non si vede soltanto nel lavoro. In generale noi siamo un po' più stregati dal tempo, dobbiamo sempre accelerare per aggredirlo. In questo gli argentini sono molto più sereni. Spesso non c'era quell'agitazione da set italiano tout court. Dopotutto la troupe era perlopiù argentina. Insomma, ci si lavorava bene. Umanamente.
Il personaggio di Jacopo è l'ennesimo cattivo che interpreti. Vorresti recitare in un ruolo diverso?
Sì, mi piacerebbe molto lavorare in una commedia, o quantomeno spaziare un pochino tra i generi perché è sempre meglio che rimanere incastrati in uno stesso settore.
Com'è stato lavorare con la regista Cinzia Th. Torrini?
Bello, è stata un'esperienza molto piacevole, sia professionalmente che umanamente. In sei mesi di lavorazione abbiamo condiviso molto, soprattutto perché lei è una che ha molto da insegnarti sulla recitazione. Sicuramente, durante un set del genere, hai la possibilità di crescere molto come attore perché lei cerca sempre di ottenere il meglio da chi recita, dando il meglio come regista. Il risultato è una collaborazione che avviene a livelli alti.
La tua carriera è ricca di ingaggi televisivi. Cosa pensi della fiction italiana? Credi vengano realizzati progetti di qualità o ritieni ci siano limiti produttivi e stilistici da superare?
Io credo che vengano fatti dei prodotti buoni, spesso di qualità. Il cinema si è un po' indebolito negli ultimi tempi e allora la tv ha cercato di occuparne il ruolo qualitativo. Credo che alcune fiction siano indiscutibilmente buone, tanto da dire che una serialità di qualità in prime time può essere paragonata ad un film cinematografico in sala. Penso anche che per noi attori, laddove il cinema sembra sempre troppo elitario, la tv offra delle grosse possibilità di lavoro. E poi ti dà un riscontro diretto con il pubblico. Se vogliamo, è anche più vicina al teatro perché sai che quello che fai viene visto subito da un grosso pubblico. È difficile poi creare situazioni di incomprensione perché la tv non ha filtro. Da questo punto di vista sono contento di farla. Poi chiaramente sogno di arrivare anche al cinema ma una tv fatta così bene, per me, vale la pena continuare a portarla avanti. Credo ci siano oltretutto talenti e persone che sappiano usare il mezzo con molta cognizione e riescono a raccontare storie che hanno una profondità stilistica paragonabile al cinema d'autore.
Quale consideri il ruolo più difficile affrontato nella tua carriera?
Forse proprio questo per la durata e la lunghezza delle riprese. Avere a disposizione un personaggio per sei mesi sembra più difficile all'inizio però poi, sulla lunga distanza, vince il fatto che ormai il personaggio c'è e ha una sua vita propria. Malgrado questo, è stato comunque un ruolo complicato e complesso. Anche perché se devi girare ottanta scene, come in questo caso, entra in gioco un senso pesante di responsabilità nei confronti dell'intero progetto.

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