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"Verso il sole" ("Sunchaser"), rappresenta l'ultima fatica di Michael Cimino,uno dei registi americani più dotati ma anche più controversi degli ultimi decenni, certamente il meno hollywoodiano dei registi hollywoodiani, da sempre restìo al cinema dei "blockbuster", una sorta di contraddizione vivente che intendeva deflaglare la logica commerciale del cinema americano dall'interno, sostenendo invece una linea decisamente inedita: portare un cinema d'ispirazione indipendente nella mastodontica macchina di produzione hollywoodiana.
"Verso il sole" è forse la summa del modo di fare cinema del nostro, che come al solito non scende a compromessi e gira un film lontanissimo dalle tendenze commerciali di massa del cinema a stelle e strisce, giungendo sempre al medesimo risultato: un flop commerciale.
"Sunchaser" ha in realtà una storia molto semplice: un ragazzo del riformatorio con molti precedenti penali e malato terminale di tumore viene affidato alle cure di un brillante medico oncologo che aspira a diventare primario. Il giovane galeotto ad un certo punto rapisce il dottore per fuggire dalla polizia. Il ragazzo, di origine Navajo, sembra credere ad una storia raccontatagli da un santone quando era bambino, secondo la quale esisterebbe una montagna sacra sopra la quale si trova un lago che ha il potere di curare tutti i mali. Il viaggio è un ricchissimo ed appassionante susseguirsi di incontri, riflessioni, litigi e riappacificazioni, di scontri tra visioni del mondo divergenti tra il ragazzo e il medico, tra una persona ferita e segnata da un'infanzia difficile e che è forse all'origine della sua tendenza a delinquere e un medico che invece ha sempre nascosto i suoi fantasmi e le sue tragedie sotto un'apparenza di inappuntabile professionista e di buon padre di famiglia, dalle convinzioni solide e razionali. Il film vira pian piano e in maniera molto armonica verso il road movie e si va lentamente costituendo un intenso e appassionato rapporto tra i due protagonisti che nonostante duri scontri si trasforma e si eleva verso una sorta di relazione padre-figlio. Come al solito in Cimino c'è azione, la quale ricorda a tutti che comunque stiamo parlando degli Stati Uniti e del loro cinema (Cimino non è un regista "europeo" come ispirazione), ma c'è molto di più e non si rimane incollati allo schermo soltanto grazie a questa: il film coinvolge e spinge a riflessioni ad esempio a proposito del tema razziale, sottolineato come sempre da Cimino in modo molto critico verso una America che sbandiera un'unità di facciata ma che in realtà è lacerata dal pregiudizio verso l'altro e che spesso dimentica che è stata creata socialmente attraverso una pulizia etnica, attraverso l'arroganza dell'uomo bianco che per secoli l'ha fatta da padrone. Troviamo poi il tema del razionalismo e della scienza che pretende di poter spiegare tutto in termini materialistici, rappresentata e sostenuta dalle solide convinzioni del medico che ride della storia della tradizione indiana a proposito del Lago santo e non crede minimamente a misteriose forze celate nella natura. Importante è anche il tema del passato, inteso come rimosso, che è come risvegliato nella coscienza del medico proprio dall'incontro con il ragazzo, che lo mette a nudo e lo pone di fronte ad un peso che si fa via via sempre più insostenibile, quello del senso di colpa e del dolore verso la morte del fratello, malato anch'egli di tumore, che quando era bambino gli chiese di staccare la macchina che lo teneva in vita. Alla fine il medico finisce in manette ma probabilmente più libero di quando aveva iniziato il viaggio, senza più la possibilità di fare carriera ma più aperto al mistero e alla trascendenza di una vita forse meno ordinata e calcolante ma più autentica e più vera.
Il rapporto che si evolve tra i due protagonisti tra tutte queste suggestioni e riflessioni è portato avanti con una naturalezza straodinaria, anche grazie all'ottima interpretazione dei due attori Woody Harrelson e Jon Seda. Siamo coinvolti in un viaggio fatto anche di paesaggi naturali meravigliosi, struggenti, vero e proprio marchio di fabbrica dei film di Cimino, per una fotografia magistrale che è una vera e propria gioia per gli occhi. Insomma un film che pochi ricordano ma che a mio parere rimane come uno dei belli del cinema americano degli anni Novanta e come uno dei migliori della breve ma straodinaria filmografia di Cimino: è davvero un peccato che la carriera di un regista di questo talento si sia fermata così presto, ma forse proprio questa sua visione del fare cinema così radicale e senza compromessi lo doveva condurre ad una carriera costellata da pochi, centellinati e grandiosi film.
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