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Il primo film del più celebrato tra i nostri registi contemporanei rappresenta un esordio che, ormai venticinque anni or sono, faceva già ampiamente intuire che sarebbe potuta nascere una nuova stella nel cielo abbastanza oscuro del cinema italiano.
“L'uomo in più” è il racconto parallelo di due vite, apparentemente molto diverse una dall'altra. La vita di Antonio "Tony" Pisapia, famoso cantante che ha un'esistenza tormentata, è una classica vita da superstar fatta di eccessi, di successo vissuto al limite ma anche di vertiginose cadute come quella che avviene alla sua carriera dopo uno scandalo legato ad un’accusa di violenza su una sedicenne. Dall'altro lato abbiamo invece un omonimo, Antonio Pisapia, che è un calciatore di discreta fama ma che vede la sua carriera stroncata da un grave infortunio, forse causato dai compagni di squadra a seguito del rifiuto del calciatore di venire coinvolto nel mondo del calcioscommesse (il film è ambientato negli anni Ottanta). L'ex calciatore ha il sogno di diventare allenatore e inizia a studiare a Coverciano ma, tra promesse non mantenute del suo ex presidente e occasioni che sembrano non arrivare mai, rimane disoccupato e perde anche la moglie, che lo lascia.
“L'uomo in più” è forse ancora un po' acerbo dal punto di vista della fantasia immaginifica che vedremo successivamente nella filmografia del regista napoletano, ma in generale lo stile più "realistico" che si vede qui si adatta bene al racconto. Il vero punto di forza di questo film è appunto la narrazione, che mi ha subito fatto balzare alla mente, con le dovute distanze, l'impronta generale del tema del doppio su cui è costruito "La doppia vita di Veronica" di Kieslowski. Qui certo i due personaggi sono praticamente opposti ma attenzione a non cogliere l’analogia nelle differenze: essi sono due facce della stessa medaglia e anche se non c’è unione tra le due anime come nel film di Kieslowski, di certo c’è anzitutto una connessione nel fatto che entrambi vivono una decadenza rispetto ad un passato successo, alla quale tuttavia reagiscono in modo opposto: l’uno, dopo lo scandalo sessuale che ha fatto declinare la sua carriera, riprende contatti con il suo agente e ha diverse occasioni per tornare sulla cresta dell’onda, ma clamorosamente rifiuta. L’ex calciatore, dal canto suo, cerca disperatamente una occasione, ma non arriva mai ad ottenerla. Uno è spregiudicato e strafottente, l’altro timido e fragile; uno si è realizzato ed è quasi stanco del successo che ha ottenuto, l’altro non riesce a donarsi al mondo per ciò che è davvero, vive una vita incompiuta anche perché non accetta compromessi, e da questo punto di vista i due personaggi tornano speculari: uno Tony, non accetta di scendere a patti con il successo, l’altro con il fallimento. Entrambi vedono come un’alienazione della propria identità il dover cedere il passo al fluire del mondo, che fluisce nonostante loro, e vorrebbero affermare la loro volontà e dirigere i loro destini secondo, come diceva il filosofo Max Scheler, la loro "destinazione", la loro vocazione, con la differenza che il cantante prende di petto la vita (come dirà nel bellissimo monologo nel talk show in cui viene invitato come ospite), è un uomo libero che non accetta di piegarsi alle correnti della vita che trasportano via dal proprio io più profondo, mentre l’ex calciatore arriva a suicidarsi perché troppo debole per farsi strada da sé, troppo timido per essere, come dicono gli americani, “larger than life”. C’è tuttavia, sembra comunicarci Sorrentino, una sorta di giustizia, che paradossalmente arriva da chi le ingiustizie le ha commesse e che le ha vissute sulla propria pelle: Tony, ormai incurante di tutto, uccide il presidente colpevole di non avere dato un’occasione al suo “alter ego” di mostrare il suo talento. Il successo e l’insuccesso, il riuscire e il non riuscire sono allora due facce della stessa medaglia, due modi differenti di essere tormentati, ma se il cantante riesce nel finale a ridere anche in galera durante un pranzo di pesce con i detenuti, in qualche modo “beffando” la vita con la sua spregiudicatezza, l’altro Pisapia, uccidendosi con la pistola su un campo di calcio, mostra che invece ci sono persone che vorrebbero un mondo più giusto ma che non hanno la forza di cambiarlo, finendo per venire travolti dalla durezza della vita stessa.
“L’uomo in più” è un film davvero ottimo, ben fotografato e ben recitato (Toni Servillo è un attore di grande talento), con delle musiche azzeccatissime che resteranno uno dei punti di forza del cinema sorrentiniano. Quest’opera rimane forse una delle migliori di Sorrentino e stupisce come un regista all’epoca così giovane potesse avere questa originalità tecnica (movimenti di macchina, montaggio) ma soprattutto questa capacità di scrittura così intensa e pregnante. Io confesso di aver visto questo film solo dopo i più acclamati lavori del regista napoletano (“Il Divo”, “La grande bellezza”, “The young pope”) ma in molti casi, soprattutto nei confronti del premiatissimo “La grande bellezza”, “L’uomo in più” rimane insuperato soprattutto dal punto di vista della forza e della profondità della sceneggiatura, di una narrazione chiara ma complessa, che tiene alto l’interesse dello spettatore per tutto il film e che viaggia fluida sui binari di una visione malinconica e umoristica assieme, come la famosa maschera napoletana di Pulcinella, che tiene assieme il tragico e il comico. Film veramente notevole.
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