|
RENTAL FAMILY – NELLE VITE DEGLI ALTRI.
Dedicato alla memoria di Federico Frusciante.
Il cinema in rosa torna a colpire e stavolta con petali di ciliegio e bacchette nipponiche (date in regalo all’entrata in sala) grazie alla seconda opera della regista Hikari, dopo il buono 37 Seconds.
Giappone. Phillip Vandarploeug, attore americano ormai da sette anni a Tokyo, sbarca il lunario con lavori saltuari e a chiamata coprendo diversi ruoli da mascotte, travestimenti per bambini, corsi di recitazione e in altri eventi. Nutre anche un senso di incompiutezza e solitudine, soprattutto guardando dalla finestra di casa sua i vicini nel palazzo di fronte vivere spensierati i loro piccoli momenti. Dopo aver fatto la parte dell’americano triste ad un funerale particolare e grazie alla sua interpretazione remota in una famosa pubblicità di dentifrici, viene avvicinato da Shinji, titolare dell’agenzia Rental Family che si occupa di “persone in affitto” con gli agenti che recitano una parte fittizia in base alla richiesta dei loro clienti.
Dopo un incarico da finto sposo dove Phillip manda quasi tutto a coppe per una sua esitazione si convince dell’utilità benevola del suo nuovo lavoro.
Con i ruoli di amico di un otaku, ma soprattutto del padre di Mia (che non ha mai conosciuto) per farla ammettere alla scuola media specializzata e un giornalista per intervistare Kikuo Hasegawa, un attore in pensione e prossimo alla demenza senile, Phillip scoprirà di poter andare oltre il semplice incarico e di ritrovare un lato umano e affettivo che aveva perso negli anni.
Una cosa che colpisce è senz’altro una regia semplice, leggera, una fotografia soffice e con il classico andamento fluido ormai marchio di fabbrica del cinema orientale. La nostra Hikari ci aggiunge dei primi piani di paesaggi urbani, forestali, campagnoli e di persone di società varie, ma senza distogliersi dai personaggi e in maniera quantomeno invisibile. Una durata ben contenuta e con un buon montaggio senza riempitivi e un ritmo sostenuto. Delle musiche di atmosfera solitamente dolci e che nel complesso accompagnano le situazioni raccontate. A sorpresa delle trovate comiche eccezionali come nella scena del funerale, la pubblicità del dentifricio di Phillip e con Kikuo. E come piatto forte ci sono le interpretazioni con un Brendan Fraser ottimo, pacato, uno sguardo immenso e bello in parte come uomo grosso occidentale. Buonissimo Takehiro Hira nel ruolo di un Shinji intrigante, una meravigliosissima Mari Yamamoto che è una Aiko convincente, la piccola Mia è ben interpretata da Shannon Mahina Gorman e infine un fantastico Kikuo ormai nel dolce tramonto della sua vita e interpretato da un magistrale Akira Emoto, memore dai film di Takashi Miike.
Al di là di un contesto ben delineato che mostra una società giapponese dove l’individuo è un po’ lasciato indietro, soprattutto a livello sentimentale ed emotivo tanto che la figura dello psicologo per terapie mentali non è tanto ben vista e dove agenzie di persone in affitto sono ben prolifere. Senza contare che il futuro di tale individuo è di consuetudine doverla decidere già in tenerissima età, il che renderebbe il rapporto genitore/figlio meno solido. La storia punta molto su un concetto tanto semplice quanto efficace. Quand’è che la finzione finisce ed inizia l’autenticità? A rispondere sono i finti ruoli che portano a significati e supporti emotivi veri, sia per i clienti che per le persone ignare. Come se una bugia bianca fosse meglio di cento verità. Ancora meglio le immagini come nella scena dell’acquario, null’altro che proiezioni di luce alle pareti senz’acqua e pesci, ma che mettono bene in scena la percezione degli stessi.
Oppure i personaggi come Phillip che riesce, anche grazie alla sua figura attoriale dove ci mette del suo con i suoi trascorsi di vita ed esperienze, ad andare oltre il suo ruolo e ad entrare genuinamente nelle vite degli altri. Anche se diventare una figura paterna forte per Mia e un buon amico per Kikuo per poi dover troncare perché fa parte dell’ingaggio lascerebbe inevitabilmente delle ferite emotive profonde. Gli stessi Shinji e Aiko mostreranno delle controversie sia lavorative che personali intrecciate alla loro attività e che si legano fortemente al rapporto realtà/finzione. Il tutto con delle decisioni di cuore del nostro Phillip nei confronti di Mia e in particolare di Kikuo dove anche i suoi colleghi mostreranno un’umanità nei loro personaggi fittizi per aiutarlo, fino a conseguenze ed un finale rincuoranti, commoventi e molto appaganti.
Non è proprio originale come film in quanto il soggetto è simile a Family Romance di Werner Herzog, anch’esso giapponese, e il fatto che a coprire ruoli sempre diversi e con più persone è palese che prima o poi qualche vecchio cliente possa mangiare la foglia, soprattutto se nella stessa città. Però si può soprassedere e per una volta che si fa’ una commedia sentimentale non si scade nella retorica e nelle sdolcinate melassate.
[+] lascia un commento a imperior max »
[ - ] lascia un commento a imperior max »
|