Vittorio De Seta, restano legati all'eccezionale exploit dell'esordio, per poi essere quasi subito messi da parte ad allenarsi tra le riserve.
Siciliano d'origine, De Seta esordisce nel lungometraggio nei 1961 con 'Banditi a Orgosolo, dopo aver realizzato, negli anni Cinquanta, una decina di documentari (Isole di fuoco, Contadini del mare, Parabola d'oro). Gli ultimi due, Pastori di Orgosolo e Un giorno in Barbagia (1958), hanno funzione di materiale preparatorio, di un primo orientamento sociologico e antropologico rispetto a Banditi a Orgosolo. In questi documentari De Seta riesce a raccogliere, con il rigore e l'intelligenza di un antropologo e la vis poetica dei grandi documentaristi - da Ivens a Flaherty - una documentazione eccezionale su un mondo che ha ripetuto per secoli gli stessi gesti e ora, sotto la spinta della modernizzazione è destinato a rapida estinzione. In questi documentari - come già nell'Uomo di Aran o in gran parte del cinema di Ivens, la natura ha ancora il sopravvento e l'uomo prova lo stesso senso di terrore panico di fronte alla potenza degli elementi, dei suoi progenitori di alcune migliaia di anni fa. Frammenti residuali di civiltà arcaiche trovano in De Seta un cantore capace di raggiungere toni epici e di usare la macchina da presa come una sorta di impluvio in cui far confluire le voci collettive. Anche nel primo lungometraggio a soggetto De Seta mostra subito le stesse qualità; sa assecondare il movimento dei suoi personaggi, mutare di continuo il passo narrativo a seconda che muti l'azione, cogliere in tutta la loro forza primitiva e simbolica i significati dei gesti, degli sguardi, dei silenzi, il valore dei rapporti tra l'uomo e l'ambiente. L'esperienza documentaristica se orienta in maniera decisiva, la sua attività successiva ne spiega il disagio espressivo a introdursi come narratore e a far sentire il suo punto di vista e la sua presenza d'autore nel film.
Banditi a Orgosolo, in minima parte un film di finzione, è, di fatto, una documentazione esemplare di alcuni meccanismi tipici di comportamento della società pastorale sarda (di tradizioni millenarie): di fronte alla estraneità delle istituzioni governative, alla cattiva amministrazione della giustizia, alla lunghezza eccessiva dei periodi di carcerazione preventiva - che portano inevitabilmente alla perdita del gregge - al pastore, che ha commesso una se pur piccola infrazione contro la legge, non resta che la fuga nelle zone interne. La latitanza è una vera e propria istituzione nei costumi della Barbagia.
Il film descrive questo percorso obbligato, che fa parte della storia collettiva sarda almeno fino alla metà degli anni Sessanta (quando le regole cambiano e si passa ai sequestri di persona, assai più redditizi), nel modo più spoglio e rigoroso, riuscendo, però, a realizzare un'opera degna di figurare accanto ai grandi capolavori del documentarismo di tutti i tempi. Il racconto si snoda secondo tappe quasi segnate dal destino: l'immagine è costruita in maniera da restituire in ogni momento il senso della durezza della vita dei pastori, ma anche quello della loro perfetta integrazione nell'ambiente e della sacralità del paesaggio. Il montaggio si adatta ai movimenti dei personaggi, li segue nei loro spostamenti e accelera fino a raggiungere ritmi parossistici del tutto inediti per il cinema italiano, quando i pastori sono in fuga.
La seconda prova, Un uomo a metà, del 1965, è così distante dalla prima per tema, stile, riferimenti culturali, da costituire un vero e proprio trauma per la critica, che la rifiuta quasi all'unanimità. In genere si considera un fenomeno mal riuscito di antonionismo e non si valuta nei giusti termini lo sforzo di tradurre in immagini, con la massima pertinenza, un caso psicanalitico da manuale. Il film racconta la storia di un'autoanalisi, condotta fino in fondo e in maniera spietata: forse non viene perdonato al regista il passaggio così netto dalla esplorazione di ragioni pubbliche a quelle dell'inconscio. La critica di sinistra non prova alcuna particolare curiosità ad avventurarsi nelle zone della malattia mentale: Antonioni ha già spiegato, in termini filosofici, che tutto un insieme di fenomeni non rientranti nelle categorie del politico e del sociale si possono catalogare sotto la voce alienazione e per il momento questo basta e avanza.
Nonostante l'insuccesso, De Seta ripete il tentativo con L'invitata del 1969, un'opera in cui la psicanalisi gioca un ruolo meno invadente e il lavoro di esplorazione dell'esperienza intcriore della sua protagonista risente in maniera positiva di una maggiore capacità, di filtrare e far decantare gli elementi individuali d'ambiente. Dopo questo film il regista comincia a lavorare per la televisione. Nel 1972-1973 porta a termine Diario di un maestro, vera e propria pietra miliare nella storia dello sceneggiato televisivo. Nonostante il successo, i nuovi e più ambiziosi progetti trovano non poche difficoltà e si arenano nelle sabbie mobili della burocrazia dell'ente. De Seta rimane così un autore con poche e intense esperienze e vive da tempo (come del resto anche altri) la condizione di confinato; continua a chiedere il diritto di prendere la parola e di esprimersi e trova sempre qualcuno che, insabbiando le sue pratiche, gli impedisce di parlare. Riesce a tornare alla regia, dopo una estenuante odissea produttiva trent'anni dopo con un film, Lettere dal Sahara (2006), che racconta una storia dura di immigrazione clandestina via mare.
Da Gian Piero Brunetta, Il cinema italiano contemporaneo. Da «La dolce vita» a «Centochiodi», Laterza, Roma-Bari. 2007