Max Linder (Gabriel-Maximilien Leuvielle) è un attore francese, regista, produttore, sceneggiatore, è nato il 16 dicembre 1883 a Saint-Loubès (Francia) ed è morto il 31 ottobre 1925 all'età di 41 anni a Parigi (Francia).
Il più grande attore del cinema comico prima di Charlie Chaplin; dopo aver lavorato in teatro debuttò nel cinema nel 1905, in La prima uscita d'un collegiale, e ottenne la fama internazionale dal 1907, anno in cui sostituì alla Pathé André Deed. "...Nenissimo, magro piuttosto piccolo, aveva folti capelli neri, gli zigomi sporgenti, gli occhi infossati e un p0' l'aspetto di uno spagnolo... La perfetta distinzione dei gentlemen vestiti come i figurini pubblicitari dei negozi della Belle Jardinière o di High Life Taylor, l'eleganza di Edmond Rostand o di Emile Deschanel rendono più comiche le cadute, le torte alla crema, le sbornie epiche, le pedate nel sedere. I gesti sono vivaci, meridionali, propri del francese come lo si rappresenta sulle scene degli altri paesi". (Georges Sadoul). Per primo Linder seppe portare nel cinema comico l'osservazione psicologica e il gusto delle situazioni grottesche, pur non abbandonando gli effetti più grossolani che avevano fatto la gloria dei suoi predecessori. Tra i 200 o 300 film di L. i cui titoli si riferiscono spesso all'abituale repertorio di un comico di quegli anni, ricordiamo il primo successo Les débuts d'un patineur, 1907; la serie di Max tra il 1908 e il 1914, tra cui Max professeur de tanga, Max et la quinquina, Max toréador, Max Linder contre Nick Winter e Le duel de Max; Le petit Café, 1919; poi negli U.S.A. Soyez ma femme, 1921, L'étroit mousquetairè 1921 e Sept ans de malheur, 1923; di nuovo in Francia Au secours, diretto da Gance nel 1924; Le roi du Cirque, in Austria nel 1925. Morì suicida con la moglie nel 1925.
La «comica» cinematografica nasce dal clown che, grazie al cinema, può moltiplicare i luoghi delle sue disavventure: pile di piatti che si infrangono, le torte di crema che riceve in viso, le legnate che dà e incassa, con variazioni e sviluppi di fughe accelerate, tuffi inevitabili, docce improvvise. La prima «comica» molto risente della pula del circo, e più evidentemente ne risentono abiti, fogge e truccature. Ebbene, fra quei calzoncioni a sbrendoli,;fra quelle casacche a mantello, e nasi a palla, e parrucche a cespuglio, e orecchie a ventola, appare il compito, elegantissimo Max Linder. Nel suo irreprensibile tight, sotto gli otto riflessi del suo cilindro, e con le scarpine di vernice dalla ghetta bianca, lo si direbbe il manichino e l'insegna di una sartoria usa a promulgare fogge che, per volere essere molto eleganti, lo sono fin troppo. Comunque, con quella che presto diventa la sua uniforme, Max rinuncia alla violenza, al capitombolo, al lazzo, alla farsaccia, e propone senz'altro un attore.
Che deve farsi una sua fisionomia in un suo repertorio e vi riesce costringendo e spremendo la sua recitazione in pause e sottintesi, allusioni e ammicchi. Così, nella «co mica» grossolana, si affaccia e vorrebbe imporsi un po' di finezza, che certo non dimentica le risorse dei teatri dei boulevards, a ritroso fino a Labiche, e al punto di tentare alcuni suoi scorci di ironico vaudeville in pillole. È un parigino; e lo sarà tanto lavorando in Francia quanto lavorando in America. Da Les débuts d'un patineur (1907) a Max et la quinquina (1911), da Toreador (1909) a Max en Amerique (1917) e a Sept ans de malheurs (1922), la sua «silhouette» non si smentisce mai, è sempre alla ricerca di una trovata o di una trovatina non marchiana, e sempre sfruttando le più evidenti risorse dello schermo. Se avesse saputo avere un altro distacco dalla sua macchietta, avrebbe potuto indurla a diverse ambizioni, facendone-forse una maschera di quei tempi. Max sarebbe potuto essere lo snob della «belle époque» con riuscite impagabili, il significato delle quali potrebbe essere ancora oggi rivelatore. Invece il suo fu un abile e un po' arido calcolo che si esaurì nel suo tempo, e che ancora può destare risate e consensi soltanto per a sua meccanica, spesso infallibile. Nessuno poteva supporre che l'onnisorridente Max si sarebbe ucciso a quarantadue anni, nel 1925; e doveva toccare al suo collega Charlot di darci una maschera vera, che in Charlot farà sempre riconoscere e applaudire Chaplin.
(1931.)
Da Film visti. Dai Lumière al Cinerama, Edizioni di Bianco e Nero, Roma, 1957