Frank McCourt è un attore statunitense, scrittore, è nato il 19 agosto 1930 a New York City, New York (USA) ed è morto il 20 luglio 2009 all'età di 78 anni a New York City, New York (USA).
Frank McCourt avrebbe compiuto 79 anni il prossimo 19 agosto, e come ogni anno avrebbe ricordato i primi quattro compleanni in America e quindi l'immigrazione a rovescio, voluta dal padre Malachy, che portò la moglie Angela, il piccolo Frank, e i suoi sei fratelli a Limerick, la città irlandese dalla quale provenivano in origine. Avevano tentato di sfuggire alla povertà e si erano trovati ad affrontare una miseria ancora più grande in un paese nel pieno della grande depressione.
A Brooklyn i McCourt avevano conosciuto lo squallore, la violenza e la discriminazione, ma il problema principale era rappresentato dal carattere del capo famiglia, un burbero alcolizzato che spendeva i pochi guadagni nei pub, come raccontò nelle Ceneri di Angela il suo romanzo più bello e celebre, con il quale vinse nel 1997 il premio Pulitzer.
Fin dalle prime righe, McCourt racconta la vita "miserabile" dell'infanzia, mettendo al centro della propria esistenza il conflitto perenne con il retroterra irlandese e la religione cattolica. Non fu mai un osservante, ma non riuscì mai a distaccarsi completamente dagli insegnamenti dell'infanzia, che ricordò fino alla fine con un senso di ribellione e nostalgia. Ma il romanzo trova i momenti più autentici anche nel senso di vergogna per la povertà, l'attrazione redentrice della cultura, e la scoperta del sesso.
Il ritorno in Irlanda fu costellato da una serie di avvenimenti tragici, a cominciare dalla morte di tre fratelli per gli effetti della denutrizione. Anche Frank rischiò di morire per una febbre tifoidale, presa utilizzando l'unico bagno dell'isolato nel quale vivevano, infestato da insetti e topi. In quello stesso periodo il padre si trasferì a Liverpool per lavorare in fabbriche di armamenti militari, ma si guardò bene dal mandare i soldi a casa. Fu Angela a tenere in piedi la famiglia e Frank fu costretto ad abbandonare la scuola e a cominciare a cercare lavoro. Negli ultimi tempi ricordò quel periodo con ironia ma all'epoca soffriva enormemente per il senso di alienazione e squallore.
Alternò piccoli crimini di strada a lavori occasionali, e a 19 anni, tornò in America, deciso a smentire l'assunto di Scott Fitzgerald: "Non esiste secondo atto nelle vite americane". Fu un'intuizione giusta: riuscì a completare la scuola e a laurearsi, capendo quanto amasse la letteratura, che considerò un luogo di catarsi dalla sofferenza della quotidianità.
Decise di diventare un professore, e dopo un inizio difficile divenne uno dei più amati e rispettati docenti di liceo dell'intera Manhattan. Rimase convinto fino alla fine che gli anni determinanti per l'apprendimento e la formazione del carattere fossero quelli dell'infanzia e dell'adolescenza, e riuscì ad offrire a tutti gli allievi, in particolare a quelli della Stuyvesant, un modello che era innanzitutto paterno.
Il successo arrivò improvviso e divenne in breve tempo planetario: Le ceneri di Angela non offriva nulla di consolatorio e ancor meno di romanzato, ma il crudo realismo, che ha portato Roberto Calasso a paragonarlo a Dickens, aveva una sincerità straziante ed un toccante anelito di serenità. Il film di Alan Parker ne divenne una illustrazione superflua, ma contribuì a cementarne il formidabile successo, che non riuscì a replicare con il seguito Che paese, l'America e quindi con Ehi, prof! e Angela e Gesù Bambino. Specie con quest'ultimo libro ripropose in maniera esplicita il conflitto diretto con il cattolicesimo, e ancora una volta non elaborò una posizione definitiva che superasse il senso di rabbiosa e dolorosa ribellione.
In questi ultimi tempi è stato celebrato con lauree ad honorem e premi di ogni genere ma non c'è stata occasione nella quale non abbia ripetuto di sentirsi innanzitutto un professore. Agli studenti spiegava che era importante saper ascoltare, ed evitare gli errori che aveva commesso durante i suoi studi disordinati ed appassionati. Quando gli veniva assegnato un tema da due cartelle ne consegnava regolarmente sei teorizzando che la creatività non poteva essere castrata.
Ripensandoci trovava quell'atteggiamento arrogante e antiletterario: la sintesi, ha insegnato fino agli ultimi giorni, è un talento essenziale per ogni scrittore, e per spiegarlo ai futuri narratori citava due battute che aveva appreso da Isaac Singer: "Mai scrivere nulla di più lungo di Guerra e pace" e "non esiste paradiso per un lettore annoiato".
Da La Repubblica, 21 luglio 2009
Lo scrittore americano Frank McCourt è morto questa notte a New York. Aveva 78 anni e da tempo era malato di cancro. McCourt era nato a New York il 19 agosto 1930 da una poverissima famiglia irlandese emigrata negli Stati Uniti in cerca di fortuna ma costretta nel 1934 a riattraversare l’Atlantico a causa dei problemi di salute del padre del narratore.
A lungo insegnante nelle scuole pubbliche, McCourt era arrivato al successo internazionale nel 1996 con il volume autobiografico Le ceneri di Angela, che gli fece vincere negli Stati Uniti un Pulitzer e il National Book Critics Circe Arward, restò per mesi ai vertici delle classifiche, vendette dieci milioni di copie e nel 1999 divenne un film per la regia di Alan Parker.
«Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora». Con queste parole inizia Le ceneri di Angela, il libro in cui McCourt incanala i suoi ricordi a partire dall’età di quattro anni in una narrazione dal sapore dickensiano, privilegiando il tono eroicomico per raccontare una storia ad alto tasso di drammaticità che vede protagonisti un padre alcolizzato, chiacchierone e buono a nulla, la madre Angela, pia e derelitta, che geme accanto al fuoco nella loro disadorna casa di Limerick, maestri arroganti, sacerdoti maneschi.
Come rilevò uno dei primi recensori statunitensi del volume, il mondo del piccolo McCourt, rivissuto da adulto e affidato alla pagina, unisce rabbia e perdono, dramma e commedia in un continuo, teso ma mai risentito paradosso. Tutti questi elementi, fusi insieme, sono all’origine del fascino di un libro che affronta un tema abituale a tanta narrativa irlandese del secolo scorso (si pensi, ad esempio, a Sean O’Faolain oppure a Liam O’Flaherty) in maniera completamente nuova.
In virtù di questa strategia tutti gli stereotipi e i cliché del tradizionale repertorio irlandese vengono distanziati e assorbiti dalla straordinaria abilità mostrata da McCourt nel ribaltare le convenzioni dell’autobiografia, trasformata in una specie di fantasia dai toni grotteschi e a volte macabri, giocando non sui materiali (che, ovviamente, restano sempre realistici), bensì sui toni in controcanto seguendo la lezione di Beckett, certo che “nulla è più divertente dell’infelicità”.
Nel 1949 Frank McCourt decise di far ritorno negli Stati Uniti e quel viaggio costituisce il punto di partenza di Che paese, l’America, in cui lo scrittore mette a confronto le sue due patrie e scopre la vocazione letteraria dopo aver trovato sulla nave una copia di Delitto e castigo di Dostoevskij. «Un marinaio che mi vide leggerlo mi disse: con Dostoesvkij non sarai mai solo, qualunque cosa ti accada. Aveva ragione. E proprio a quell’incontro devo la scoperta che la narrativa era il mio mondo e poteva essere una chiave per aprire il mio futuro», disse in seguito. Ma prima di coronare il sogno e frequentare i corsi della New York University, dove ottiene la laurea nel 1957, McCourt farà lo scaricatore di porto, andrà in guerra in Corea, lavorerà come inserviente in un albergo. Senza perdersi mai d’animo perché, precisa nella sua seconda opera, «sapevo che l’America mi avrebbe in ogni circostanza offerto un’occasione e una possibilità».
Trent’anni trascorsi nelle aule scolastiche (prima negli istituti professionali di Staten Island e quindi nel miglior liceo di Manhattan) sono infine al centro del terzo volume di McCourt, Ehi, prof!, di impianto autobiografico al pari dei precedenti, uscito nel 2005 e come gli altri tradotto in Italia dall’Adelphi. Durante quei trent’anni, calcola lo scrittore, ha tenuto circa trentamila ore di lezione a dodicimila studenti e ha soprattutto capito che «dover affrontare ogni giorno decine di adolescenti ti insegna a stare con i piedi poggiati saldamente per terra». Come in Le ceneri di Angela il tono è eroicomico, anche se di tanto in tanto McCourt lascia trasparire l’amarezza per la distanza che, ha scoperto, separava i sogni del periodo universitario dalla realtà quotidiana.
«Quando ero alla New York University - rileva tra l’altro - non vedevo l’ora di iniziare. Ai tuoi studenti, mi dicevo, piacerà da matti tutto quello spirito di ribellione e quel gusto della sfida del romanticismo. Mi illudevo. A loro non interessavano affatto. E poi non avevano alcun rispetto per gli insegnanti. ‘Ehi prof, ma tu l’hai mai fatto un lavoro vero? Mica insegnare’, mi chiese un giorno un ragazzo. In America questa è opinione diffusa e l’insegnamento è la cenerentola della professioni. Gli insegnanti devono entrare dalla porta di servizio e la gente si congratula con loro per tutto il tempo libero che hanno».
Scrittore della memoria senza risentimenti, secondo la felice definizione di un critico, McCourt venne a Roma nel 2002 per partecipare a un festival letterario e in occasione di quel viaggio rilasciò un’intervista al Messaggero nella quale, tra l’altro, ironizzava sul suo tardivo successo («sono un vecchio scrittore nuovo») e aggiungeva che la letteratura «in un mondo assediato come quello attuale rappresenta una guida e non un rifugio».
Da Il Messaggero, 20 luglio 2009
Morto come muoiono molti. Aveva 78 anni ed era malato. Ma, alle spalle, aveva una vita che aveva raccontato in vari modi, in forma di romanzo più che di vero e proprio memoir , e che presentava qualcosa di insolito, almeno per i nostri tempi. Si chiamava Frank McCourt ed era uno scrittore famoso. Aveva vinto all'esordio - nel 1997, all'età di 67 anni! - il premio Pulitzer per la biografia con Le ceneri di Angela,
dal quale fu tratto un famoso film interpretato da Emily Watson e Robert Carlyle.
Figlio di irlandesi emigrati in America in cerca di fortuna, McCourt era nato a Brooklyn nel 1930. Nel 1934, a causa della Depressione, la famiglia era tornata in Irlanda; e Frank, primo di sette fratelli, crebbe poverissimo in un paese povero. Freddo, fame, malattie e funerali; e un padre alcolista, «vittima dei suoi demoni», che un bicchiere tira l'altro - spendeva il sussidio della settimana dimenticandosi dei figli. Frank aveva lasciato la scuola a 13 anni per lavorare, e a 19 si era imbarcato su di una nave da carico diretta in America. A bordo aveva trovato una copia di Delitto e castigo.
Una folgorazione, come- più avantisaranno altri libri e altri personaggi. Ma quel Rodion Romanovic Raskolnikov, inventato da Dostoevskij e nel quale aveva riconosciuto «un fratello incomprensibile» gli aveva fatto scoprire una vocazione - quella di raccontare - che troverà il suo esito trionfale decenni dopo e che Frank terrà nascosta dentro di sé come un pugno chiuso.
Sbarcato a Manhattan nel 1949, McCourt vive anni difficili guadagnandosi da vivere come facchino d'albergo e scaricatore di porto . Ma è l'inizio di un percorso, se non proprio di redenzione, certamente di qualcosa che si può chiamare riscatto. La realizzazione di un sogno americano, oh, yes! - che come vuole la leggenda è concesso a tutti coloro che si danno da fare. Quando scoppia la guerra in Corea, Frank si ritrova in divisa e viene mandato con le truppe americane in Germania. Al ritorno in quella madre patria che - da nativo e da immigrato, allo stesso tempo- ha sempre considerato come " the land of opportunity", il giovane irlandese si avvale di una legge che permette ai reduci di studiare gratuitamente fino al conseguimento di un titolo di studio universitario. Diventerà insegnante di inglese e per 33 anni questo sarà il suo mestiere. Finché un giorno, scioltosi finalmente il viluppo fatto di rabbia e dolore legato alla sua infanzia, comincerà a raccontare la propria vita, prima in un libro, Le ceneri di Angela; poi in un altro, Che paese l'America!; e poi in un altro ancora,
Ehi, prof! (tutti tradotti da Adelphi). E lo farà con lo spirito e la leggerezza di chi può guardare al passato sapendo di avercela fatta.
Da Il Sole-24 Ore, 20 luglio 2009
When Frank McCourt died last weekend at age 78, we were momentarily transported, it seemed, to a more innocent age of the American memoir.
For once, public discussion of a best-selling memoirist didn’t involve the words “fabrication,” “apologize” or “James Frey.” Instead, publishing insiders and ordinary readers alike recalled being captivated by the poetic intensity and rueful humanity of Mr. McCourt’s “Angela’s Ashes,” while former students fondly recalled the brilliant New York City public school teacher who waited until his mid-60s to finally grow up into a world-famous, Pulitzer Prize-winning author by writing down the amazing stories of his hardscrabble Irish childhood he’d been spinning out loud for years.
The memoir genre has taken plenty of hits from moralists, fact checkers and freelance scolds in the 13 years since “Angela’s Ashes” sold four million copies in hardcover and spent more than two years on the best-seller lists. But it endures as perhaps the dominant genre of contemporary literature — and an easier route to fame and fortune than the novel (as Mr. Frey, who has said he originally submitted the discredited “A Million Little Pieces” to his publisher as fiction, has surely come to appreciate).
Today, bookstores are clogged with memoirs, not just about abuse and addiction, but about parenting, cooking and dog rearing. There are B-list (and C-list) celebrity memoirs. There are memoirs about dedicating a year to reading the Oxford English Dictionary, living without toilet paper or having as much sex as possible via the personal ads in The New York Review of Books (a subgenre sometimes mocked as “shtick lit”). The first-person confessional approach is an easy way for writers to add drama and voice to the most improbable subjects, while increasing their odds of getting booked on talk shows that shun the average novelist.
But the heartland of memoir is still childhood, a place of magically vivid but fragmentary (and often uncheckable) memories that fairly cry out for imaginative reconstruction. While Mr. McCourt had the greater success, it was really Tobias Wolff who in 1989 set the template for the contemporary literary memoir with “This Boy’s Life,” according to Ben Yagoda, a professor at the University of Delaware and the author of a coming history of the memoir.
“In the 19th and early-20th century, books of memoir were usually books about someone else — a memoir of Charles Dickens by his best friend, for example,” Mr. Yagoda said. “Wolff started the trend of using it for a book about yourself. He wrote in this novelistic way, and he wrote about an unhappy childhood.”
Mr. Wolff also seems to have been the first (if you don’t count Gypsy Rose Lee’s 1957 autobiography) to use the now ubiquitous subtitle “A Memoir,” according to Mr. Yagoda.
“All of those things ended up being hugely influential,” he said.
When “This Boy’s Life” was published, some critics wondered at a modestly known fiction writer seizing a genre normally reserved for grand old men. “Isn’t it premature (if not presumptuous) for a young writer with three slim volumes under his belt to lapse into his anecdotage?” Joel Conarroe wrote in The New York Times Book Review. But while “This Boy’s Life” sold modestly, there followed a string of literary memoirs of harrowing experience, including Elizabeth Wurtzel’s “Prozac Nation” (about depression), Susanna Kaysen’s “Girl, Interrupted” (mental illness), Lucy Grealy’s “Autobiography of a Face” (disfigurement) and Mary Karr’s “Liar’s Club” (alcoholism and general family craziness), to name a few.
The memoir boom represented the triumph of the first-person narrator, and of one who could claim (if not always plausibly) a less slippery relationship with the truth than the unreliable narrators of modernist fiction.
Ms. Karr says that the memoir filled a need that fiction was failing to meet. “Angela’s Ashes” in particular, captured the “wiggly-ness and disempowerment of childhood,” she said. “We all felt like we lived inside the body of that boy.”
That sense of identification, even among middle-class book buyers who had never burned pieces of their bedroom wall for heat, dismayed some critics, especially back in Ireland. In his hometown, Limerick, Mr. McCourt was denounced for peddling what some locals saw as an overly operatic view of the city’s squalor. In his book “The Irish Story: Telling Tales and Making It Up in Ireland,” the Oxford critic Roy Foster accused Mr. McCourt of perpetuating “idealized Irish personal history” that pandered to “the enduring pride and reassurance which Americans find in hot water and flush lavatories.”
While Mr. Foster and others have raised their eyebrows at Mr. McCourt’s total recall of dialogue overheard from the crib, no serious doubts were ever raised about his essential truthfulness. (Mr. McCourt never put his dialogue in quotation marks — “a small but honorable thing,” Mr. Yagoda said.)
Still, have the recurring scandals over fake memoirs ruined the game for the honest ones?
Ms. Karr has described how she sent the manuscript of “The Liar’s Club” to all the major characters, to fact check her memory, but emphasized that no honest writer — or reader — expected a memoir to reflect anything other than the author’s inevitably slanted view on the truth.
“There’s a kind of recursive loop” in memoir, she said. “Imagination informs memory, and memory informs imagination. People are concerned that the events are fabricated, when what’s most lethal is the slant you put on it.”
Mr. Yagoda insists that the border between novel and memoir can’t be closed, especially now that so many novelists themselves are crossing over.
“What seems to be more common now, and it’s generally a good thing, is writers who go back and forth,” he said. “Jonathan Franzen, Dave Eggers, David Foster Wallace — they have all tried different forms. John Updike’s ‘Collected Stories’ was an autobiography of a sort, 99 percent autobiographical. He was a great writer, but why should he have been limited to that fictional form?”
While the claim to be a true story gives memoir an extra “juice and jolt,” as Mr. Yagoda put it, even Mr. McCourt came to feel constrained by the genre.
In an essay in Slate two years ago, he lamented that as his later memoirs “’Tis” and “Teacher Man” brought him closer to the present, his publisher forced him to change more and more names and details, to avoid offending the living and their lawyers.
“The only way around this nervousness is the novel — and that is what I’m trying now,” he wrote.
“Yes, yes, I still have to cover my tracks.” But, he added, “I’ll have greater freedom.”
Da The New York Times, 26 Luglio 2009