Yes

Film 2025 | Drammatico 150 min.

Titolo originaleKen
Anno2025
GenereDrammatico
ProduzioneFrancia, Cipro, Germania, Israele
Durata150 minuti
Regia diNadav Lapid
AttoriAriel Bronz, Efrat Dor, Sharon Alexander, Pablo Pillaud-Vivien, Naama Preis Aleksey Serebryakov, Idit Teperson.
TagDa vedere 2025
MYmonetro Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 3 recensioni.

Regia di Nadav Lapid. Un film Da vedere 2025 con Ariel Bronz, Efrat Dor, Sharon Alexander, Pablo Pillaud-Vivien, Naama Preis. Cast completo Titolo originale: Ken. Genere Drammatico - Francia, Cipro, Germania, Israele, 2025, durata 150 minuti. Valutazione: 4 Stelle, sulla base di 3 recensioni.

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Ultimo aggiornamento venerdì 17 ottobre 2025

Dopo il 7 ottobre, un pianista jazz di Tel Aviv accetta di comporre un inno patriottico, diventando complice della propaganda e firmando il suo suicidio artistico. In Italia al Box Office Yes ha incassato 289 .

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 4,00
CRITICA
PUBBLICO
ASSOLUTAMENTE SÌ
Scheda Home
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Cinema
Trailer
Film mostro che si interroga sulla posizione dell'artista in tempo di guerra quando l'ignoranza diventa un crimine.
Recensione di Marzia Gandolfi
venerdì 17 ottobre 2025
Recensione di Marzia Gandolfi
venerdì 17 ottobre 2025

All'indomani del 7 ottobre, il governo israeliano chiede a Y., pianista jazz che si guadagna da vivere offrendo musica e corpo al jet-set degenerato di Tel Aviv, di comporre un nuovo inno nazionale alla gloria della schiacciante grandezza di Israele. Il suo quotidiano è un hangover senza fine che l'offensiva mortale di Hamas contro Israele e la successiva risposta dell'esercito israeliano sfiorano appena. Fino al giorno in cui dice "sì" e scrive una melodia patriottica e bellicosa, facendosi agente e complice della propaganda israeliana. Accomodato al pianoforte e in faccia all'orrore, compone il suo suicidio (artistico).

Nadav Lapid dice sempre no, è sempre contro le politiche dello Stato di Israele. Una frontalità espressa attraverso film sprezzanti, specchio del suo conflitto interiore davanti alla situazione di smarrimento del suo Paese.

Il precedente, Habereckh, era l'autoritratto al vetriolo di un regista israeliano che resisteva ai diktat del suo governo, un grido di rabbia radicale, nella sostanza e nella forma, che non lasciava indenni. Come Yes, film mostro sull'oscenità israeliana.

Il suo protagonista si chiama ancora una volta Y. e trabocca del proprio eccesso. Ma se ieri era un celebre regista con le spalle al muro, oppresso e combattuto tra la lotta per la libertà artistica nel suo Paese e la paura di perdere sua madre, in Yes è un compositore precario, frustrato, diversamente disperato, che nuota nell'opportunismo di una interminabile festa nazionale.

Lapid ci ha abituati a personaggi che resistono (Synonymes, Habereckh), Y., al contrario, è passivo, accetta tutto, si dona senza condizioni, si crogiola nell'indifferenza, dice sì. La sua attitudine morale si fa carburante narrativo stordente, principio di regia e veleno che incrina la struttura stessa del film. Y. fa della rassegnazione un gesto politico, afferma che "la sottomissione è felicità", si convince, si identifica e poi dubita, instabile come la macchina da presa.

M.d.p. che fa corpo col suo eroe selvaggio, buffone del re, dandy, lacchè, marionetta elastica di un musical osceno e cacofonico. Si canta Elvis coi capi militari, che fanno mentire le parole di "Love Me Tender" in un duello musicale, si improvvisano coreografie frenetiche in mezzo a una cucina, si leccano (letteralmente) gli stivali e le orecchie dei potenti al ritmo della disco music. Nadav Lapid non lesina sulle provocazioni. Ma la sua regia, il suo senso di rottura non sono mai gratuiti.

Ogni scena grida forte e accende la musica a palla per coprire il rumore delle bombe che cadono oltre il confine, niente deve disturbare l'atmosfera tranquilla delle strade di Tel Aviv, né la bellezza dei suoi tramonti sul mare. Ma la furia decadente monta e si lancia contro la retina e i timpani. La volgarità grottesca convive, in un equilibrio fragile, con sequenze di folle poesia, con un'entropia interna, con una vertigine costante che sembra cercare un gancio in mezzo al cielo, una posizione su Israele, su Gaza, sul cinema.

Si canta molto in Yes!, si balla altrettanto, si mangia, si vomita, si urla, perché la parola non ha più valore, non ha più forza. Arte e guerra sono una cosa sola nel film e scrivono insieme gli inni genocidi di un coro di bambini che interpretano una versione distorta e stravolta del poema "Hareut" di Haïm Gouri. Burattino disarticolato che non articola il pensiero - Ariel Bronz è fisico, plastico, inesauribile -, Y. incarna il corpo sociale israeliano disgregato. Come se le sue parti non stessero più insieme. Il rifiuto permanente, la pura resistenza, non sembrano più opzioni praticabili per lui, che porta all'estremo le tare della società e l'indecenza esistenziale.

A che serve, in quell'arena che è diventata Israele, orientarsi verso assalti vani, quando basterebbe solo armonizzare il proprio passo con il flusso della vita, abbracciarla nella sua totalità, accoglierla senza riserve, qualunque essa sia?

Dentro la guerra totale che Israele sta combattendo all'interno e all'esterno, nasce lo slancio verso il "sì alla vita" di Y. e consorte (Efrat Dor). Una forma di adesione senza filtri, in cui si gettano anima e corpo. Ma il loro assenso è un "sì" all'abisso. E il film esplora gli abissi di quel "sì" fino a rovesciarsi e a farsi baluardo contro la sottomissione. Il protagonista lo porta come un fardello, è appesantito da quel fardello e crolla quando, salito in cima alla "collina dell'amore", si ritrova sotto il cielo infernale dei bombardamenti su Gaza.

Il disastro è davanti a lui, è davanti a noi, Lapid non può passare la frontiera che lo condurrebbe a filmare dalla parte dei palestinesi, si tiene sul ciglio del baratro ma è sufficiente a farci sentire una violenza terribile. In un terzo atto malinconico, un'automobile raggiunge il confine, che si spalanca su un vuoto funebre impossibile da colmare, un controcampo che rimane irraggiungibile (Gaza in rovina). Sulla collina deserta e sulle spalle del suo eroe arreso, Yes immagina l'impossibile ricongiungimento tra un uomo e una donna, tra due popoli.

La sua vecchia amante (Naama Preis), che ha l'età delle speranze deluse del loro Paese, recita un soliloquio struggente come una preghiera, offrendo una visione diversa della coscienza israeliana, mentre sbalorditi e sfiniti non sappiamo più dove metterci. Dove ci mettiamo di fronte all'oscenità della guerra e del conformismo politico?

Lapid si interroga e interroga la posizione dell'artista in tempo di guerra, perché di fronte all'abiezione l'ignoranza diventa un crimine. Usa il cinema per decostruire la sua nazione - Israele, il suo potere, il suo governo, la sua violenza sorda e il suo nazionalismo immondo - e costruire immagini cinematografiche che si ergono come contro-discorsi. La terra promessa, dove tutto vale e più niente è intollerabile, non lascia altra scelta se non la fuga.

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RECENSIONI DELLA CRITICA
venerdì 31 ottobre 2025
Ivan Orlandi
Close-up

Nel cinema di Nadav Lapid è sempre presente l'utopia di una nuova grammatica che possa, anche solo per un attimo, affrancare l'umanità. In Yes questa utopia appare in sogno: un bambino inventa una lingua inesistente. Un giorno, la sua palla rimane impigliata in un albero; il fanciullo invoca aiuto in quel suo idioma incomprensibile e, non ottenendo risposta, se ne va disilluso.

venerdì 17 ottobre 2025
Donato D'Elia
Quinlan

Nadav Lapid è indubbiamente un artista coraggioso: Yes è un film che mette le mani nella lutulenta materia del presente di Israele e Palestina, si sporca indagando reazioni e dinamiche, si arrende alla constatazione dell'impossibilità di imbastire un racconto lineare e compiuto e comprende, invece, che non si può che andare, per il momento, sulle sensazioni, sulla pancia, sul magma ribollente che ogni [...] Vai alla recensione »

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venerdì 17 ottobre 2025
Marzia Gandolfi

Un pianista accetta di comporre un inno patriottico ma di fronte all’abiezione la sua ignoranza diventa un crimine. Vai all'articolo »

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