| Anno | 2025 |
| Genere | Commedia |
| Produzione | USA |
| Regia di | Evan Goldberg, Seth Rogen |
| Attori | Kathryn Hahn, Martin Scorsese, Bryan Cranston, Zac Efron, Paul Dano Catherine O'Hara, Seth Rogen, Ike Barinholtz, Thomas Barbusca, Chase Sui Wonders, Usher Raymond, Keyla Monterroso Mejia, Kara Luiz, Yuli Zorrilla, Dewayne Perkins, Mindee de Lacey, David Moskowitz, Jennifer Woods (II), Marie de la Mora, Ashley Clark, Julyah Rose, Jill Lover, Tara Brook, Alexander Garganera, Donevon Martinez, Susii Dragañac. |
| Tag | Da vedere 2025 |
| MYmonetro | Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 28 marzo 2025
Serie comedy che offre uno spaccato di quanto succede all'interno di una società di produzione. La serie ha ottenuto 3 candidature a Golden Globes, ha vinto 3 Critics Choice Award, 1 candidatura a Spirit Awards, 1 candidatura a Directors Guild, 1 candidatura a CDG Awards, La serie è stato premiato a AFI Awards, 3 candidature a The Actor Awards,
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Matt Remick (Seth Rogen) sfreccia su un golf cart da un set innevato agli uffici ipermoderni della Continental Studios, ignaro del fatto che sta per ricevere la promozione della vita. Ha prodotto un franchise da miliardi di dollari, ma sogna ancora di firmare un'opera degna della Nouvelle Vague. Quando il CEO Griffin Mill (Bryan Cranston) gli affida il timone dello studio, Matt accetta entusiasta, salvo scoprire che il suo primo compito è trasformare la mascotte di una bevanda zuccherata nel prossimo fenomeno culturale, sull'onda del successo di Barbie. È l'inizio di una scalata vertiginosa tra sogni d'autore, compromessi creativi e un vortice di disastri tragicomici che coinvolgono Martin Scorsese, Ron Howard, Olivia Wilde e altri mostri sacri, tutti chiamati a recitare sé stessi in una Hollywood più assurda del vero.
A metà strada tra lettera d'amore al cinema e riflessione travestita da satira, The Studio di Seth Rogen ed Evan Goldberg è una grande serie di Apple TV+.
A differenza di altri prodotti che prendono di mira lo show business con cinismo corrosivo (il riferimento a Boris è obbligatorio) qui si ride con i personaggi, non di loro. Con un tono partecipe, affettuoso persino, eppure senza mai rinunciare a un'acuta osservazione delle derive contemporanee dell'industria: il culto delle IP, l'invadenza delle piattaforme, le dinamiche di rappresentazione e inclusività, le alleanze instabili tra arte e algoritmi.
La serie appare come una rivisitazione più commerciale, più cruda e fortemente istituzionalizzata della francese Dix pour cent (Chiami il mio agente!), condividendone sguardo ironico e disincantato e una forte collaborazione d'intenti con i mostri sacri del cinema - Martin Scorsese primo fra tutti - che accettano di partecipare a questo gioco. Un progetto metanarrativo, sì, ma soprattutto iper-reale, in pieno contrasto con quell'iperspettacolo che lo stesso Scorsese ha definito più simile a un parco a tema piuttosto che al cinema.
Tecnicamente, The Studio è un tour de force: ogni episodio è costruito su lunghi piani sequenza che mimano il caos organizzato della macchina hollywoodiana. Lo spettatore si ritrova catapultato tra set, uffici e red carpet senza stacchi, in un flusso continuo che rende il dietro le quinte adrenalinico, surreale ma soprattutto iper-connesso al prodotto finale, a prescindere dalla sua artisticità. Ed è proprio il concetto di autore che viene chiamato in causa, messo sotto scacco dalla ribellione impossibile del protagonista. La regia, curata dagli stessi Rogen e Goldberg, sfrutta l'estetica del movimento per amplificare sia la comicità slapstick che le tensioni sotterranee che caratterizzano la serie.
Seth Rogen modella Matt su misura: un idealista impacciato, tanto colto quanto insicuro, intrappolato tra ambizioni artistiche e l'ansia di piacere. Catherine O'Hara, nei panni della mentore spodestata Patty, sembra non avere limiti di miglioramento delle sue performance: sfaccettata, ridicola e tragica al tempo stesso, e tremendamente reale. I grandi nomi sono poi circondati da un ensemble coordinatissima e soprattutto rodata, da Kathryn Hahn (la furiosa direttrice marketing Maya, ex-strega Marvel), Ike Barinholtz (lo scafato Sal) e Chase Sui Wonders (la promettente Quinn), che coralmente danno spessore a ogni congiunzione narrativa.
Il paradosso al cuore della serie è incarnato da Matt stesso: cinefilo puro, ma destinato a distruggere proprio ciò che ama, nel tentativo di salvarlo. Le sue gaffe, i suoi compromessi, i suoi momenti di sconforto e le sue goffe impennate di orgoglio rendono il personaggio umano e profondamente attuale. Mentre il mondo attorno a lui si affanna a convertire ogni emozione in un oggetto commercializzabile, la miniserie, ironizzandoci sopra, conferma la centralità del cinema come luogo di costruzione di senso e di estetiche.
Non solo, la serie parla la lingua degli addetti ai lavori e dissemina riferimenti in ogni spazio narrativo, non solo attraverso importanti camei ma anche con citazioni dirette, senza mai compiacersi della strategia, ma sostanziandola. Anzi, costruisce un universo narrativo accessibile, dove le dinamiche professionali sono anche metafore di dilemmi più universali: carriera o vocazione, immagine o identità, successo o senso. È proprio questa stratificazione tematica, unita a una comicità brillante e a una struttura episodica agile ma coesa, che trasforma il Boris statunitense, questo Dix Pour Cent senza patina autoriale, in una delle serie più interessanti dell'anno.
Una satira su Hollywood ma anche, e soprattutto, una riflessione scorsesiana travestita da commedia, con sinceri omaggi al potere delle storie e del cinema, e a chi, nonostante tutto, ancora prova a raccontarle.
Recensione perfetta! Grazie da tutti i "cinematografari" nostrani...