| Anno | 2025 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Italia |
| Al cinema | 2 sale cinematografiche |
| Regia di | Werner Bertolan |
| Uscita | lunedì 22 settembre 2025 |
| Distribuzione | Mescalito Film |
| MYmonetro | Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni. |
|
|
Ultimo aggiornamento venerdì 19 settembre 2025
Un omaggio a un uomo che ha vissuto la montagna con passione, coraggio e determinazione, spingendosi oltre ogni limite e lasciando un'impronta indelebile nella storia dell'alpinismo. Hermann Buhl è 55° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 537,00 e registrato 4.620 presenze.
|
CONSIGLIATO NÌ
|
Il 3 luglio 1953 il ventinovenne Hermann Buhl compie una delle imprese più titaniche nella storia dell'alpinismo moderno: in quarantun'ore di traversata solitaria, in carenza di ossigeno e deficit di energie, diventa il primo uomo a scalare la cima del Naga Parbat (Himalaya Occidentale), alta più di ottomila metri. Ancorandosi a questo evento, il documentario ricostruisce la vita dell'indimenticato alpinista svizzero, dall'infanzia tormentata alla recluta come soldato durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia, passando per l'incontro con la futura moglie (la scalatrice Genie con cui ebbe tre figlie), senza trascurare altre leggendarie ascese compiute negli anni Cinquanta tra cui quelle al messicano Broad Peak, alla Sella d'Argento del Monte Rosa e al fatale Chogolisa (Pakistan).
Inquadrando uno dei più influenti scalatori di roccia del Secondo Novecento ancora oggi modello d'ispirazione per ogni alpinista, Werner Bertolan scrive e dirige un biopic devoto, accorato, ma fin troppo illustrativo e sovrabbondante, proiettato in Italia in anteprima al Trento Film Festival 2025.
Già produttore e autore di più film di montagna, il cineasta sceglie la durata breve (poco più di un'ora di film), la forma composita (ai segmenti doc, segue la fiction, il mockumentary, immagini e video di repertorio), una struttura addirittura a due voci narranti (quella omnisciente di Alessandra Akshaya Limetti e quella interna dell'arrampicatore Alex Huber) e una poetica maldestramente centripeta per tentare di mosaicarne un ritratto a tutto tondo dello scalatore: Bertolan fa psicologismo, biografia famigliare, agiografia, contestualizzazione storica, persistenza nell'immaginario di massa e palmares di Hermann Bhul.
L'effetto, così, non è tanto di confusione espressiva, quanto di sovrabbondanza tematica e sua dispersione per un doc fatto di toccate e fughe che adombra colpevolmente gli aspetti forse più rilevanti e drammaturgicamente mitopoietici del personaggio raccontato.
Bertolan, difatti, riporta solo a sprazzi il fortunato e spiritualizzante diario autobiografico di Bhul - È buio sul ghiacciaio (1954), bibbia di ogni scalatore-, eccede in dronate da cartolina sulle montagne (fotografia inopinatamente abbagliante di Hanslmayr e Goberl) e insiste sul focolare domestico di Bhul, sul pietismo (la tesi è che eccelse nelle scalate, da orfano di madre, non tanto per emulare il padre escursionista, quanto per rivalsa del bullismo subito da piccolo) e sulla tragica discesa dal monte pakistano "conquistato" con l'alpinista Kurt Diemberger.
Ne viene ridimensionata, così, l'umana contraddittorietà (fu un buon amico e marito, non un buon padre), l'ossessione di assoluto, l'ulissismo e la tragica, inesorabile sete di sublime che spinsero lo scalatore a mettere tutto in secondo piano per scalare le montagne.
Il santino, dunque, si alimenta soprattutto dell'eco che ebbero e hanno tra familiari e montanari le sue gesta: tra le talking heads compaiono, oltre le figlie Kriemhild, Sylvia e Hermann, "l'allievo" Reinhold Messner, primo arrampicatore senza ossigeno di tutti i 14 ottomila metri della Terra, e Gerlinde Karlenburger, altra specialista nell'ascesa delle stesse vette.
Sono lontani, perciò, i picchi di Valley Uprising (enciclopedia dell'alpinismo in America dai Venti ai giorni nostri), dell'adrenalinico Free Solo, del tragico Broad Pick, del biografico Jurek, per convocare solo i più recenti e riusciti film ad alta quota.
Hermann Buhl si mostra programmaticamente informativo, semplicistico, banalizzante, incapace, così, di restituire e sfumare in pienezza l'umanità, il portato politico, il titanismo, la profondità spirituale, il solipsismo, la connessione naturalistica, la valenza anarcoide delle azioni di "un individualista estraneo a tutto ciò che è gerarchico o nazionalistico".
Nella mitologia dell'alpinismo - un'epica di gesta sovrumane, eroi, leggende scritta nella roccia e nel ghiaccio - si è guadagnato un posto di rilievo Hermann Buhl, che il 3 luglio del 1953 è diventato il primo uomo a raggiungere la vetta di uno dei 14 ottomila, il Nanga Parbat in Pakistan, in solitaria e senza ossigeno. Per raccontare l'impresa himalayana e insieme la vita dello scalatore austriaco, [...] Vai alla recensione »