| Titolo originale | A pied d'oeuvre |
| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 92 minuti |
| Regia di | Valérie Donzelli |
| Attori | Bastien Bouillon, André Marcon, Virginie Ledoyen, Adrien Barazzone, Valérie Donzelli Claude Perron, Mike Bujoli, Naëlle Dariya, Marie Rivière, Béatrice De Staël, Marion Lecrivain, Pauline Serieys, Maly Diallo, Michel Gondry, Pauline Fugaldi, Éric Reinhardt, Christopher Thompson (II), Franc Bruneau, Jacques Pieri, Philippe Katerine, Magdalena Malina. |
| Uscita | giovedì 5 marzo 2026 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Teodora Film |
| MYmonetro | 3,42 su 15 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 18 febbraio 2026
Un fotografo di successo lascia tutto per dedicarsi alla scrittura e scopre la povertà. Il film è stato premiato a Venezia,
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CONSIGLIATO SÌ
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All'età di quarantadue anni, Paul Marquet lascia il lavoro di fotografo, che ha assicurato a lungo il suo benessere e quello della sua famiglia, per fare lo scrittore. Rimasto single, si ritrova a fare i conti con la necessità di guadagnare il minimo per vivere, proteggendo però il tempo necessario alla scrittura, processo di per sé lento e incerto, per il quale non esiste una formula magica.
Ed è proprio di questo che parla il quinto lungometraggio di Valérie Donzelli, del fatto che non ci sono soluzioni win-win, per dirla con la lingua della presunta praticità: la libertà costa cara a chi non nasce privilegiato; fare quello che si ama, seguire la propria vocazione, anche se esclusivamente auto percepita, vuol dire rinunciare a moltissimo.
Attraverso la delicatezza dei tratti, dei gesti, della voce del suo protagonista assoluto, Bastien Bouillon, il film racconta che la povertà e la solitudine non sono condizioni romantiche ma dure.
Come lo è la fatica fisica, eppure il bisogno di porsi in ascolto di sé, la ricerca di un modo di essere nel mondo che ci appartenga e ci permetta di riconoscerci in quello che facciamo, sotto la marea di bisogni indotti e di diktat socialmente radicati, non è un lusso ma un'esigenza umanamente comprensibile, che può essere perfino pericoloso ignorare.
Lo strappo di Paul, come anticipa l'immagine iniziale del film, è un buco nella parete del produci-e-consuma: il personaggio si apre un varco e trova il coraggio di stare in quella zona di povertà che corrisponde alle cinque del pomeriggio, quando "fa buio ma non è ancora notte". Una storia che ruota attorno a un punto di rottura, dunque, e una fotografia del presente, scattata con gentilezza, ma crudamente a fuoco.
Donzelli, però, non fa soltanto della sociologia contemporanea e tra le pieghe del film parla anche del lavoro del romanziere, nel privato e nel pubblico, parla di cinema (scrivere un film non significa per forza arrivare a realizzarlo, portarlo in sala non significa incontrare il favore del pubblico, avere successo non significa avere garanzie per il futuro) e lascia alle immagini il racconto di un mondo che (appunto) non ha voce, quello dei tanti lavoratori precari in nero, per lo più immigrati, che si contendono le offerte di qualsiasi genere, in una continua ed emblematica asta al ribasso. Nei risvolti delle pieghe restano, nascosti ma intuibili, anche le ragioni della separazione di Paul dalla moglie, ruolo che la regista riserva per sé, in una posizione cruciale ma laterale, che rispecchia la scelta di non partire dalla propria vita, come ha fatto nei primi film, ma di portare in scena l'auto narrazione di qualcun altro (un uomo, per la prima volta), in questo caso Franck Courtès, autore del romanzo Gallimard "À pied d'oeuvre" che dà titolo e materia al film.
Come il libro di Paul/Courtès, il lavoro di Donzelli non vive di colpi di scena ma di una progressione episodica di cui possiamo misurare anche la lentezza e la banalità, in aperta antitesi con la logica del tutto e subito. La ricompensa emotiva arriva, misurata e pudica, in sintonia col resto del film.
Due ritrattini di scrittori, questa settimana, da cui sarebbe meglio stare alla larga. Ci sono in giro tanti giovani virgulti - leggi: aspiranti scrittori - che aspettano soltanto di essere confortati nelle loro "idées reçues", lo sciocchezzaio alla Bouvard e Pécuchet. Questo "La mattina scrivo" è il primo. Il secondo, qui a fianco, è la fantasia femminista su Shakespeare, come l'ha immaginata nel [...] Vai alla recensione »