Harvest

Film 2024 | Drammatico, 131 min.

Regia di Athina Rachel Tsangari. Un film con Caleb Landry Jones, Harry Melling, Frank Dillane, Rosy McEwen, Arinzé Kene. Cast completo Genere Drammatico, - Gran Bretagna, Germania, Grecia, Francia, USA, 2024, durata 131 minuti. distribuito da I Wonder Pictures. - MYmonetro 2,36 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento martedì 3 settembre 2024

Un uomo reagisce con violenza all'arrivo di tre nuove persone all'interno del suo villaggio.

Consigliato nì!
2,36/5
MYMOVIES 2,50
CRITICA 2,21
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CONSIGLIATO NÌ
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Una parabola ecologista che avrebbe le intenzioni di essere un western anticapitalista ma risulta scontata.
Recensione di Marianna Cappi
martedì 3 settembre 2024
Recensione di Marianna Cappi
martedì 3 settembre 2024

Siamo in Inghilterra alla vigilia della cosiddetta rivoluzione industriale. Una piccola comunità agricola vive relativamente in pace, tenuta insieme, più che dalla debole guida del padrone della terra, Charles Kent, da un sistema di tradizioni e superstizioni e da una radicata abitudine al lavoro duro. L'arrivo, più o meno contemporaneo, di un cartografo incaricato di mappare il territorio, di un trio di sgraditi stranieri, e di un signorotto cittadino (padron Jordan) che reclama il dominio su quel feudo, è destinato a cambiare le cose per sempre.

Lo sguardo del film è affidato al personaggio di Walt Thirsk, interpretato da un magnetico Caleb Landry Jones, amico d'infanzia di padron Kent, giunto con lui da altrove, e dunque destinato a non venire mai veramente percepito come appartenente a quella terra, per quanto gli si sia votato come tutti gli altri e forse più.

Un narratore in una posizione di outsider, dunque, ma anche, in un certo senso, di profeta, capace di presagire la disgrazia e adorare la fortuna, che in quel luogo coincide con la meraviglia offerta dalla natura. Non c'è Eden, però, laddove c'è l'uomo, sembra voler dire la regista di Attenberg, etologa di una razza senza giudizio: perché la natura umana, quando organizzata in società, porta appunto con sé il sospetto per tutto ciò che è diverso e la tendenza a delimitare e proteggere i confini, con la violenza se necessario.

Per il suo quinto lungometraggio, Athina Rachel Tsangari attinge al romanzo omonimo del britannico Jim Crace, che torna a un periodo lontano e poco esplorato della storia del paese: il passaggio dall'agricoltura di sussistenza alla logica del profitto (in particolare nella produzione della lana) per inscenare un apologo sul potere (e l'altra faccia dello stesso, l'impotenza) e denunciare una rivoluzione senza rivoluzionari.

Sfortunatamente, nell'adattamento per lo schermo, il racconto da poetico si fa confuso e tematicamente caotico. Le istanze ambientaliste (la necessità, derisa da padron Jordan, di piantare alberi anche solo per avere l'ombra) si sovrappongono a quelle sociali e antropologiche, sovraccaricando la bussola al punto che non si è più certi della direzione verso la quale la regista stia spingendo il suo racconto.

Pittorico, organizzato e fotografato come un arazzo istoriato, il film sembra addirittura condannare l'evoluzione da uno stato primitivo di ignoranza del mondo a un sistema di pensiero che contempla l'astrazione, perché responsabile, suo malgrado, di una perdita dell'innocenza che non ha rimedio. Proposto come un western anticapitalista, Harvest appare piuttosto come una parabola atemporale e scontata, che manca della dose minima necessaria di ironia, e sottomette il pensiero al potere dell'immagine.

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mercoledì 4 settembre 2024
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Un'opera che l'ambizione di essere un western capitalista ma non riesce nel suo scopo. In concorso. Vai all'articolo »

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