| Titolo originale | Un pasteur |
| Anno | 2024 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Francia |
| Durata | 71 minuti |
| Regia di | Louis Hanquet |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 21 gennaio 2026
Il giovane pastore Felix trascorre dei mesi in alta montagna con il suo gregge e altri periodi a valle con gli animali, portando avanti una radicale scelta di vita che va in direzione contraria rispetto alla globalizzazione. In Italia al Box Office A Shepherd ha incassato nelle prime 8 settimane di programmazione 1,9 mila euro e 1,5 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Felix è un giovane pastore che guida la transumanza di un nutrito gregge di pecore e capre sulle Alpi in Francia essendo consapevole del rischio della presenza dei lupi. Sa anche però che non vuole ridursi ad allevare ovini all'interno di un recinto. Ne seguiamo la vita solitaria nella prima parte per poi entrare nel suo rapporto con il genitore e con altri pastori.
Luois Hanquet realizza un documentario che offre ampio spazio alla osservazione dell'uomo a contatto con il mondo animale e con la Natura incontaminata.
Quello di Hanquet è un documentario così rispettoso dei ritmi della vita dell'uomo che ha fatto della Natura il suo habitat che gli si può tranquillamente perdonare il fatto che riempia in diverse occasioni la colonna sonora di campanacci mentre davanti agli occhi dello spettatore passa un gregge in cui la stragrande parte dei componenti ne è del tutto priva. Serve a creare l'atmosfera uditiva 'giusta' assecondando le attese di chi è dinanzi allo schermo. Detto ciò va riconosciuto al regista (vincitore di due premi al Biarritz International Documentary Film Festival con questo film presentato poi allo svizzero Visions du Réel nella sezione dedicata alle produzioni premiate altrove) l'estremo rispetto nei confronti dell'attività del protagonista che si è scelto. Di Felix coglie i silenzi, gli sguardi, i momenti di astrazione anche se è in compagnia così come la cura per gli ovini che gli sono affidati. L'immagine cristiana del Buon Pastore, senza che qui vi si faccia il benché minimo riferimento, sorge quasi spontanea quando lo si vede compiere un'operazione del tutto inattesa (almeno per chi non conosce a fondo le vite dei pastori) nei confronti di un agnellino bisognoso di allattamento. La scena non va raccontata anticipatamente ma di sicuro colpisce in un mix di dolore e tenerezza.
Il film pone anche un problema che riguarda tutti, animalisti e non. Il riferimento è alla presenza dei lupi di cui la camera non ci risparmia gli esiti delle incursioni. La scelta poi di riprenderli grazie alla termografia li stacca da quanto precede e segue fino trasformarli in un vero e proprio incubo notturno. C'è un pastore che afferma di poter comprendere le loro esigenze alimentari ma che di fronte alla strage di femmine giovani pensa alla mancanza di nuove generazioni. Importante è anche la musica di Julien Ribot che fa uso del clarinetto per costruire sensazioni a volte anche tese. Non siamo infatti dinanzi alla retorica che vorrebbe la vita in montagna come idilliaca. Non lo è anche se, come sottolinea un canto attorno al fuoco, fa parte di una scelta che la privilegia rispetto all'abitare in città. Agathe Hervieu e Tania Goldberg al montaggio si mettono al servizio di sequenze che vedono come operatore lo stesso Hanquet e trovano in un testo poetico di Pessoa, detto da una voce fuori campo, la giusta chiusura di un racconto che ci avvicina a una modalità di vita a cui non sempre si offre la giusta attenzione.