| Anno | 2022 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Spagna, Italia |
| Durata | 120 minuti |
| Al cinema | 1 sala cinematografica |
| Regia di | Carla Simón |
| Attori | Jordi Pujol Dolcet, Anna Otin, Xènia Roset, Albert Bosch, Ainet Jounou Josep Abad, Montse Oró, Carles Cabós, Berta Pipó, Isaac Rovira. |
| Uscita | giovedì 26 maggio 2022 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,74 su 27 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 23 maggio 2022
Una famiglia si riunisce come ogni estate nella cittadina più profonda della Catalogna. Questa però potrebbe essere l'ultima. Il film è stato premiato al Festival di Berlino, ha ottenuto 3 candidature agli European Film Awards, ha ottenuto 10 candidature a Goya, Alcarràs è 107° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 305,00 e registrato 30.035 presenze.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nella campagna assolata della Catalogna, la famiglia Solé vive e coltiva da decenni un vasto frutteto che gli era stato offerto dopo la guerra civile dai proprietari, i Pinyol. Un gesto d'onore a ricompensa di un aiuto cruciale, ma mai siglato con documenti ufficiali. I Solé si ritrovano perciò impotenti quando furgoni carichi di pannelli solari arrivano sui terreni, pronti a riconvertire il frutteto ed eliminare l'unica attività che la famiglia abbia conosciuto.
La regista catalana Carla Simón si era fatta notare con il suo primo lungometraggio, Estate 1993, e con Alcarràs espande e cementa una poetica cinematografica fatta di minuzioso naturalismo, uno sguardo dolce verso il passato e un dono particolare per il lavoro con gli attori.
In questa epopea familiare in cui la tradizione si scontra violentemente con le fredde costrizioni del presente, Simón dipinge un affresco meticoloso della sua terra e coglie il frutto pienamente drammatico di un cinema contemplativo, di stampo quasi documentaristico. La specificità del racconto, rivelatrice non soltanto del lavoro di ricerca ma di un omaggio personale alla storia della regista, salta subito agli occhi grazie all'esattezza dei costumi e alle pieghe sul volto dei personaggi, attori non professionisti che Simón trasforma in una perfetta orchestra di tensioni, amore e caos. Il locale trascende anche nell'universale, centrando una descrizione del lavoro agricolo come parte integrante del tessuto culturale di un paese che non può che suonare familiare in paesi come il nostro, costruiti su valori e sistemi economici simili. Da questo punto di vista il cinema di Simón va ad affiancarsi a quello di Alice Rohrwacher, benché rimanga più aderente al reale e meno tendente al poetico. Grazie alla fluidità di uno stile registico immediato e pulsante, è facile avvertire l'impatto di Alcarràs come un insieme, una storia fiume che ci travolge. Ma non vanno sottovalutati i tanti momenti di straordinaria singolarità; molti coinvolgono i bambini della famiglia, autentici e adorabili, la vera arma segreta del film. Altri riguardano le strazianti emozioni represse di Quimet, figlio dell'anziano pater familias Rogelio e attuale responsabile del business agricolo. È lui a intestardirsi su una politica identitaria (avvertito a più riprese che occuparsi dei pannelli solari vorrebbe dire lavorare meno e guadagnare di più, insiste di essere un coltivatore e non un tecnico) e a puntare tutto su un ultimo raccolto mentre le ruspe attendono minacciose. I piccoli attimi di gioia che gli sono concessi (una festa in piscina, la surreale gara di bevute, l'attenzione con cui dispone una teglia di lumache affumicate) non fanno che rendere più amari i suoi sfoghi, siano essi destinati a un solitario pannello solare o di fronte a una cassa di pesche rovesciata a terra.
Con ogni personaggio tuttavia si apre un mondo, e non sono da meno gli interessanti excursus nelle politiche di genere quando la macchina da presa si sofferma sulle donne costrette a fare da paciere invisibile, sugli adolescenti ormai troppo cresciuti per contentarsi degli austeri svaghi dei campi, o sugli anziani, che a loro modo fanno eco al medesimo dibattito tra progresso e tradizione ("la tua salsa di pomodoro è diversa, mamma non usava il frullatore" - "Perché non esisteva!"). Tutti dettagli che contribuiscono all'afflato romanzesco del film, e aggiungono livelli di caratterizzazione a una storia che fotografa con accuratezza le particolari circostanze socio-economiche dell'industria agricola contemporanea. I conti non tornano, e il mondo sembra voler dire a famiglie come quella dei Solé che la loro esistenza non è sostenibile, anche prima di far entrare le ruspe sui loro terreni. Eppure, ci ricorda Carla Simón, un lavoro rimane più che un lavoro, e l'identità merita di essere tutelata.
Una bambina di sei anni gioca con i fratellini in una Citroën abbandonata, fingendo che sia un’astronave che è arrivata troppo vicino al sole. Pochi fotogrammi dopo, una gru viene a portare via quell’auto, quei giochi, quel sogno.
Alcarràs si mostra subito, con onestà e chiarezza. Racconta di un mondo che si sta per perdere, racconta di un passato e di un presente che stanno per essere spazzati via. Alcarràs è il nome di un paesino rurale della Catalogna, il microcosmo in cui vive la famiglia Solé – che poi è il catalano per dire “sole”. Il film che porta questo titolo ha conquistato la giuria dell’ultimo festival di Berlino, presieduta da M. Night Shyamalan, e ha portato alla regista Carla Simón l’Orso d’Oro.
È un Orso che premia l’onestà, la nitidezza del racconto, la semplicità. La semplicità di un racconto organizzato intorno a un luogo, a quella terra, ad un “dove” che, per la famiglia Solé, è anche un come e un perché. Da quasi cent’anni lavorano quella terra, che fu offerta loro da una ricca famiglia in pegno di gratitudine, per averli protetti durante la Guerra civile spagnola. Peccato che, di quell’accordo, non restino documenti scritti. Peccato che una stretta di mano fra gentiluomini negli anni Trenta del Novecento valga meno di niente, di fronte al futuro che avanza.
Ci sarebbe anche una soluzione, accettare che gli alberi di pesco vengano tutti sostituiti da pannelli solari, e la famiglia potrebbe rimanere lì, anzi: potrebbe farlo lavorando di meno. Fino al prossimo strattone dato dal profitto, e dal futuro.
La cinepresa di Daniela Cajias si muove intorno alla fattoria con la naturalezza di un vento estivo, come felice di nutrirsi della luce del quasi tramonto, di giocare con le ombre. Il resto è la storia di come ognuno, nella famiglia Solé, reagisce al terremoto, al crollare della promessa di novant’anni prima. E ognuno di loro viene messo di fronte all’impossibilità di reagire, di vincere la battaglia.
Alcarràs è l’elegia per una vita che ha perso la sua partita da tempo. E a proposito di tempo, potremmo stupirci per i tempi del film, che s’incammina senza fretta. Ma, a pensarci, è una delle sue qualità. È come quando siamo alla fine dell’estate, e vorremmo che non finisse mai. Carla Simón, lo si percepisce, racconta qualcosa che la riguarda da vicino, in questa storia semiautobiografica: il villaggio di Alcarràs è quello in cui è nata. E c’è un’autenticità che viene fuori in ogni inquadratura, in ogni dialogo: la regista ha scelto un cast di attori interamente locali e non professionisti. E lo senti che, invece di recitare, di interpretare la parte di contadini, fanno e dicono semplicemente le cose che direbbero sempre.
Fra gli alberi di pesco e di fico, fra l’erba e il sole, Carla Simón traccia un affresco profondo, sentito, autentico e in definitiva commovente sulla fragilità di un mondo, sui legami familiari, sulla vulnerabilità dell’infanzia. Un racconto che non è privo, in più di un momento, di leggerezza. Ma che soprattutto, in ogni momento, sembra vero.
Se nel suo primo film Estate 1993, che nel 2017 fu presentato anch'esso alla Berlinale, Carla Simón si focalizzava su un personaggio centrale, qui è come se fosse riuscita a dominare un'orchestra intera di personaggi. C'è una polifonia di punti di vista, di prospettive. Ma tutti i personaggi sono raccontati con tenerezza, una tenerezza di sguardo che si estende allo spazio che sta loro intorno. Mentre ciò che sta cambiando non è solo il microcosmo della famiglia Solé, ma il mondo intero. In città, gli immigrati africani aspettano un lavoro che non arriva, e i contadini delle cooperative vedono i loro prodotti sempre più svalutati.
Lo scontro fra il vecchio e il nuovo permea tutto il film, fin dall'inizio, quando i ragazzini giocano dentro un'auto arrugginita che probabilmente ha smesso di circolare da prima che loro nascessero. E in tutto questo, la cosa più bella è che Carla Simón non sembra voler modellare l'ambiente alla sua narrazione. Al contrario, rende omaggio al mondo nel quale è cresciuta, a personaggi che conosce bene, e che ci fa amare.
Carla Simón filma la luce, gli alberi, i corpi modellati dal lavoro nei campi, le lumache sulla griglia, le risate, la festa di paese in cui si balla e si beve, le lacrime del padre. "In questo film, sono gli uomini che piangono", dice la regista, che ha solo trentasei anni. E che, senza grandi picchi drammatici, senza grandi colpi di scena, costruisce un flusso di immagini sempre significative, sempre dense di attenzione, di tenerezza, di intensità.
Orso d'Oro alla settantaduesima Berlinale, Alcarràs conferma quanto di buono Estate 1993 (2017), l'acclamato esordio della catalana Carla Simón aveva già rivelato: uno sguardo registico sensibile e preciso, una scrittura narrativa fluida e diretta, anche allorché si appoggia sul non detto, e un'eccellente direzione attoriale capace di orchestrare con assoluta armonia i contributi di non professionisti [...] Vai alla recensione »