| Anno | 2020 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Francia |
| Durata | 108 minuti |
| Regia di | Camille Lotteau |
| Attori | Bernard-Henri Lévy . |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento martedì 8 settembre 2020
Le elezioni europee del 2019 viste attraverso l'occhio del filosofo Bernard-Henry Lévy.
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CONSIGLIATO SÌ
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2019: mentre sono ancora in corso le campagne elettorali per le elezioni europee, il filosofo Bernard-Henri Lévy porta in tour per il continente il monologo teatrale “Looking for Europe”, da lui scritto e interpretato. Il punto di partenza è il suo saggio “La règle du jeu” (tradotto da noi come “Looking For Europe. Cercando l’Europa. Contro il montare dei populismi”, La nave di Teseo). La tesi del saggio e l’obiettivo del gesto artistico – che parte dal Teatro Franco Parenti di Milano e tocca le grandi città, spingendosi da Atene a Visegrad, da Istanbul a Kiev e Belfast – è “salvare” l’Europa, che è in pericolo a causa dei nazionalismi e populismo che rimontano un po’ ovunque, rappresentati come sono nelle liste elettorali da Viktor Orban, Nigel Farage, Marine Le Pen, Geert Wilders, Victor Zelensky, Matteo Salvini (più un veloce siparietto di Levy con Steve Bannon e un accenno a Beppe Grillo). Salvarla vuol dire prima di tutto richiamare i cittadini all’urgenza di confrontarsi, con argomenti logici e rispettosi, alla politica delle soluzioni semplicistiche e degli slogan a effetto. Come? Come si fa sempre, in caso di crisi: cercando solide basi nel mito, nella storia, nella cultura.
Il regista Camille Lotteau, classe 1984, responsabile anche del montaggio, molto curato, frammentatissimo e pregio evidente del film, tallona per tre mesi BHL durante le prove, gli incontri con le autorità locali, ma anche negli spostamenti.
Spesso cercando, per esempio coi tassisti, spunti di riflessione politica che facciano da contraltare pop al profilo altissimo dei temi del monologo, che ha come peculiarità il fatto di cambiare a seconda della città in cui si va in scena. I cinque minuti iniziali dedicati al mito di Europa e Zeus sono solo un’anticipazione della costellazione di citazioni, passaggi storici, opere letterarie, teorie filosofiche snocciolate dal film: Alain Badiou, Claudio Magris, Konstantinos Kavafis, Miguel De Cervantes, Sigmund Freud, Cartesio, scorrono in parallelo alla vergogna per la guerra in Bosnia Erzegovina, il successo della pace in Irlanda, le morti nel Mediterraneo, l’antisemitismo e l'odio per il magnate-filantropo George Soros. In testa c’è il rimando alla conferenza di Edmond Husserl a Vienna sull’“eroismo della ragione”. Cioè “la volontà che né i nostri natali, né la nazione, né la natura abbiano l’ultima parola su quello che siamo. L’idea che l’Europa abbia un’identità in più”. Intanto il commento in voice over del regista accompagna perennemente le immagini, anche alla ricerca degli aspetti comici, paradossali o ironici del contesto e del “personaggio” (così il regista indica subito lo spumeggiante BHL, che ha conosciuto seguendolo in precedenza in Libia e Iraq), con l’effetto di rendere molto complesso cogliere tutte le suggestioni lanciate dal testo teatrale e dagli incontri.
La principessa del titolo è incarnata, di nazione in nazione, da una diversa cittadina dell’EU, che motiva con saldi argomenti le ragioni del restare. Princesse Europe è qualcosa di più e di diverso di un documentario: un denso, bizzarro e vertiginoso saggio di geopolitica, ripasso e viatico per ricordare le radici del vecchio continente, i fili rossi che avvicinano, piuttosto che quelli che dividono.