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Ultimo aggiornamento venerdì 2 febbraio 2018
Tre persone di provenienza e mentalità diversa si incrociano durante la guerra. Il film è stato premiato a Venezia, In Italia al Box Office Paradise ha incassato 14,8 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Olga, aristocratica russa e membro del Fronte di Resistenza francese, viene arrestata per aver nascosto due bambini ebrei. Sofisticata e astuta, prova a sedurre il suo aguzzino per sfuggire alla tortura ma la morte dell'uomo per mano dei partigiani la condanna ai campi di concentramento. Assegnata allo smistamento degli oggetti appartenuti alle vittime dello sterminio, Olga viene riconosciuta da Helmut, un alto ufficiale tedesco che aveva abbagliato qualche anno prima in Toscana. Il sentimento dell'uomo per Olga, le garantisce presto la libertà e un salvacondotto per la Svizzera. Ma le cose andranno diversamente e Olga si guadagnerà un posto in paradiso.
Girato in bianco e nero, Paradise confronta tre destini con l'orrore della guerra.
Dal suo debutto russo (Storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi) al successo hollywoodiano (A 30 secondi dalla fine), Andrej Končalovskij ha dimostrato una grande sensibilità per le persone ordinarie, persone senza importanza ma ai suoi occhi essenziali. Dopo il singolare trio de Le notti bianche del postino, racconto naturalista su cui soffia il fantastico, l'autore russo pesca un nuovo triangolo e un film insolito che precipita i suoi protagonisti nella guerra e nei campi di concentramento. Intercalando brani dei loro destini con 'interviste' realizzate in un ipotetico paradiso, Končalovskij 'interroga' una donna e due uomini, una prigioniera di guerra e i suoi aguzzini. Frontali alla macchina da presa, a turno Olga, Helmut e Jules commentano le sequenze in cui lo spettatore li vede in azione.
Se la prima parte è quasi interamente impegnata a introdurre i protagonisti, la seconda elimina con un colpo di pistola Jules, zelante funzionario di polizia di Vichy, e consegna Olga ed Helmut all'inferno concentrazionario. Vittima e carnefice, i due personaggi si ritrovano dentro un evento tragico e straordinario in cui assecondano una passionalità morbosa. Končalovskij ignora però gli aspetti voyeuristici dalla Cavani (Il portiere di notte), focalizzandosi sulle scelte fatte e sulla convinzione, nel bene e nel male, della loro fondatezza. Radicato nella propria follia e nel delirio di onnipotenza del Terzo Reich, Helmut è il personaggio più radicale, la perfeziona bionda della malvagità. Jules è al contrario figura 'alleata' col lupo ma disposta al compromesso con l'agnello. Olga, incarna invece la funzione emozionale del dramma, i suoi occhi scavati filtrano i fatti e illuminano l'eroina gentile destinata all'Eden degli ebrei.
Diversi nella forma ma allineati sul 'fondo', Končalovskij e Sergeï Loznitsa (Austerlitz) realizzano nello stesso anno due film che riflettono sull'assuefazione delle persone all'orrore. Se Loznitsa, col suo documentario amaro girato a Sachsenhausen in lunghi piani fissi in bianco e nero, solleva una riflessione rigorosa sul turismo di massa nell'epoca della spettacolarità generalizzata, Končalovskij prova a correggere la banalità del male e la banalizzazione della sua rappresentazione attraverso un dispositivo singolare e dentro un décor nudo che (r)accoglie la testimonianza e la deposizione dei suoi personaggi. Un palcoscenico in cui l'efferatezza nazista appare (solo) come un brutto momento della Storia, da cui consolarsi aggiudicando ai giusti il paradiso. Un'approssimazione grossolana per un'artista della sua levatura.
Non è frequentissimo che film o libri sul “concentrazionismo”, sui lager insomma o sulla Vernichtung della seconda guerra, si soffermino sui sentimenti e la coscienza dei soldati eletti ad attuare l'eliminazione. Andrej Konchalowskij lo ha fatto con questo film, un b/n serissimo e toccante, annichilente e tenero al tempo stesso, Paradise: uno dei tre protagonisti, Helmut [...] Vai alla recensione »
L'ottantenne Andrej Michalkov-Konchalovskij, fratello maggiore di Nikita Michalkov, è uno dei nomi che hanno fatto la storia del cinema sovietico, dal disgelo in poi. Il suo esordio, "Storia di Asja Kljacina", fu proibito dalla censura e visto soltanto vent'anni dopo, in tempi di glasnost. "Siberiade", invece, che vinse un Gran premio a Cannes nel 1979, era una specie di Novecento brezneviano.