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La formazione eroica di uno 'Jung' Fu Panda

Citazioni colte, politica e psicoanalisi nel sequel delle avventure del Panda Po.
di Roy Menarini

In foto una scena del film Kung Fu Panda 2 di Jennifer Yuh.

lunedì 29 agosto 2011 - Approfondimenti

Sappiamo bene che il cinema d’animazione parla anche agli adulti. Sappiamo anche che chi desidera godere di emozioni paragonabili alla Hollywood classica, deve indirizzarsi sui prodotti della Pixar e della Dreamworks (con netta prevalenza della prima). Ma con la serie di Kung Fu Panda si va oltre, molto oltre.
Già il primo capitolo della storia di Po aveva sorprendentemente stimolato interpretazioni dottissime. Si pensi alle pagine del filosofo Slavoj Zizek, responsabile di una raffinata lettura del capostipite attraverso gli strumenti della psicanalisi di Lacan. O si ricordi l’irritazione di alcune protagoniste del pensiero neo-femminista, che hanno avuto da eccepire sull’universo maschile, anti-materno, patriarcale e asessuato del primo film.
Possibile che così tanti nodi del presente fossero contenuti in un film per famiglie? Ebbene sì. Il secondo capitolo conferma che i realizzatori non sono assolutamente estranei alla densità “filosofica” e psicologica che si è intravista tra le righe del primo episodio, visto che sfornano un numero due pieno di idee e significati ulteriori.

Da un punto di vista politico, Kung Fu Panda 2 non sembra immune dallo scontro culturale in atto tra Cina e Usa, tanto è vero che la questione è stata sollevata ufficialmente ed è dibattuta da alcuni mesi, ovvero dal momento dell’uscita statunitense della pellicola. Dal punto di vista culturale, ancora più interessante la questione legata al rapporto tra modernità (l’invenzione dell’arma da fuoco che rischia di annientare il kung fu) e tradizione (ovvero la capacità di attualizzare il patrimonio culturale e spirituale di una comunità a fronte di qualsiasi impedimento fisico o materiale). Dal punto di osservazione cinematografico, poi, c’è di che sbizzarrirsi, viste le citazioni – anche puntuali – dei classici delle arti marziali e l’epica western, quasi alla Sergio Leone, presente nel tema della vendetta e della strage famigliare.
Eppure, fin dall’inizio, Po ha sollevato letture di stampo psicanalitico. Ora che saltano fuori i genitori e un classico rimosso psichico, le cose si fanno ancora più eccitanti. Po deve negoziare con una perdita importante, trovare il proprio posto nel mondo affettivo rinnovato, e altresì compiere un ulteriore passo avanti nella consapevolezza di sé e della propria forza. L’equilibrio interiore di Po è dunque il risultato di un lavoro incessante, freudiano certo, ma anche junghiano, vista la mescolanza di elementi psicologici, di filosofia orientale, e persino di esoterismo – tutti aspetti cari a Jung, in attesa che Cronenberg ci racconti di più in A Dangerous Method, dedicato alla lotta tra i due celebri analisti.

“Jung” Fu Panda è poco più di una battuta, eppure – indipendentemente da quanto ridicole o forzate si possano trovare queste interpretazioni – dà il segno che questa avventura (destinata a un annunciato terzo episodio) tocca nervi potenti, e gangli centrali della contemporaneità. E soprattutto, che ha creato un immaginario potente e non solo citazionista, probabile punto di svolta per il futuro della Dreamworks.

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